Approdare a Novara…

Questa volta ho scelto di non cogliere lo spunto da un fatto di cronaca locale per maturare qualche riflessione sulle righe che dedico alla rubrica IL FATTO. Preferisco parlare della città nella quale vivo da quindici anni, e raccontarla con gli occhi di un forestiero che nel ‘95 ha lasciato la vita rutilante e i grattacieli di Milano per approdare nel cuore di una provinvcia che, in virtù di un’alchimia che soltanto Merlino sarebbe in grado di spiegare, sta a un tiro di schioppo dalla Madonnina. La prima volta che approdai a Novara era un giorno di primavera sferzato dal vento, con stormi di rondini che attraversavano il cielo. Uso il verbo -approdare- perché davvero mi diede l’idea di un’isola. Vista a volo d’uccello, la città appare circondata dalle risaie che riflettono l’azzurro come uno specchio infinito senza punti di riferimento, quasi fino al nastro argenteo del Ticino che segna il confine geografico e mentale di due province. Sicchè il ponte sul Ticino potrebbe essere considerato, ragionevolmente, un ponte levatoio.
Quel giorno, appena misi piede in città, ebbi l’immediata sensazione di trovarmi in un luogo molto strano, con un’atmosfera quasi surreale. La città aveva l’aspetto tranquillo e sonnacchioso di una serigrafia ottocentesca tirata nei toni seppia, dove il tempo e i luoghi si fissano per sempre nel loro scorcio panoramico. Una serigrafia disegnata da un artista che si faceva beffa delle proporzioni, ad ogni modo. Davanti a me incombeva infatti la mole di una cupola così possente da essere scorta senza problemi dalle pendici del monte Rosa, eppure il centro storico di Novara può essere attraversato tranquillamente a piedi in un quarto d’ora. I ritmi di vita pacati e quasi silenziosi ai quali sembravano adeguarsi i novaresi, così diversi da quelli frenetici, chiassosi ed invasivi dei milanesi, portavano a pensare che la città non fosse stata ancora contagiata dalla febbre della civiltà dei consumi, nè allagata dai fiumi impetuosi di denaro che scorrono in una metropoli. Eppure c’erano più banche a Novara che nel centro di Zurigo.
Non riuscivo a decifrarla, a sciogliere quelle che ritenevo essere le sue contraddizioni, apparenti o profondamente radicate nell’atmosfera che mi sembrava di respirare ogni volta che tiravo il fiato. Tuttora non sono riuscito a dipanare il mistero dei suoi silenzi, della sua riservatezza, del suo modo singolare di interpretare il ruolo di città e di sfuggire sempre ad ogni tentativo di valutazione, all’idea che uno si costruisce del luogo in cui abita, o che ha visitato. Mi spiego, ogni città, nel nostro vissuto o nel nostro immaginario ha dei colori, dei profumi, degli scorci architettonici, direi addirittura dei sapori che si imprimono indelebilmente nel nostro animo, e che ne costituiscono la sua caratteristica. Quella di Novara è il suo assoluto mimetismo; la capacità di trasformarsi in continuazione e di adattarsi allo stato d’animo di chi percorre le sue strade. Può essere gradevole, terribile, appassionante o completamente assente. E’ il palcoscenico ideale di una rappresentazione in divenire, destrutturata, e forse per questo direi attraente.
Ci vivo, come ho detto, da quindici anni, nei quali così come ho rinunciato a comprenderla, ho imparato ad accettarla. E ad amarla. Non riesco ad individuare neppure le ragioni in virtù delle quali mi ci trovo così bene. Una cosa è certa, tuttavia. A Milano non riuscirei a ritornare.

Dattiloscritti a gogo

Mi è capitato di leggere un fatto di cronaca che, se proprio non rientra nei crismi della cronaca nera per l’assenza di efferati delitti, in qualche modo ne condivide il colore, trattandosi di un fatto di cronaca nera come l’inchiostro.
Se è vero che l’Italia è un Paese di santi, navigatori e poeti, lo è anche di scrittori, e sono certo che tutti quanti, almeno una volta nella vita, abbiamo intinto la penna nel calamaio per affidare emozioni e segreti a un diario, o a una lettera d’amore, o a qualcosa di più consistente come un racconto, se non addirittura un romanzo, conservandoli poi in un cassetto come si conserva un sogno: quello di vederlo pubblicato un giorno.
Il fatto di cronaca è questo: un aspirante scrittore ha stipulato un contratto con un sedicente editore scoperto sul web. Il contratto, preceduto da lusinghiere promesse di un successo letterario più che scontato (ma non certo nel prezzo), prevedeva l’acquisto da parte dell’Autore dell’opera dei suoi stessi diritti di pubblicazione, la stampa da parte dell’editore di un certo numero di copie, e la loro vendita all’autore stesso che si sarebbe impegnato personalmente a venderle, bontà sua, in libreria o a farne omaggio ad amici e conoscenti (ma quanti amici e conoscenti poteva avere questo signore?). Poichè le formalità contrattuali prevedevano inoltre un’edizione di gran pregio, rilegata e confezionata con una copertina sovrastampata in colore oro, lo sfortunato scrittore si è ritrovato in salotto due pallet industriali carichi di cinquemila volumi, il tutto alla modica cifra di venti euro cadauno, un valore quattro volte superiore al loro valore di mercato. I conti sono presto fatti. Lo sprovveduto si è rivolto ai Carabinieri.
Finale a parte, che sospetto il cronista abbia omesso per un gentile riguardo nei confronti dello scrittore, visto che i contratti sottoscritti da entrambe le parti hanno validità legale, vorrei cogliere l’occasione per suggerire a chiunque desideri tentare la strada della pubblicazione dei propri lavori come procedere, almeno nelle intenzioni.
Prima regola; la più ovvia, e proprio per questo la più trascurata: lo scrittore deve fare lo scrittore e l’editore deve fare l’editore. Questo significa che lo scrittore deve pensare solo a scrivere. L’editore, da parte sua, deve sobbarcarsi i costi di stampa, confezione e distribuzione delle copie del libro.
Seconda regola, che allungo ai miei lettori come un consiglio. Quando avete scritto la parola fine al vostro lavoro, fatelo esaminare prima a una cerchia ristretta di amici e parenti, affinché ne traggano un giudizio il più possibile obiettivo. Può essere che ci siano dei passi del libro da chiarire, qualche errore sintattico da correggere, dettagli di prosa da ammorbidire, contraddizioni da sciogliere, e via conversando.
Una volta che siete certi che quello che avete scritto potrebbe avere un’accoglienza editoriale, realizzatene una decina di copie dattiloscritte, che farete confezionare ciascuna a spirale metallica, per facilitare la lettura del fascicolo a chi lo esaminerà, e non dimenticate di presentarlo con un’accattivante copertina a colori, pensata come se il vostro libro fosse già sullo scaffale di una libreria.
Quindi andate in un ufficio postale con una copia che avrete sigillato in un pacco e speditela a voi stessi in raccomandata con ricevuta di ritorno. Quando la riceverete, non aprite assolutamente il pacco e conservatelo sigillato. La copia che vi siete spediti, che riporta la data di spedizione, fa fede sulla vostra paternità di autori riferita a una precisa data, nel malaugurato caso che in futuro, dopo che avrete spedito le vostre copie, vediate pubblicato il libro con il nome di un autore diverso dal vostro.
Infine scegliete tra una rosa di dieci editori quelli che vi ispirano maggiormente, che pubblicano collane inerenti il tema della vostra opera, ad esempio, o dei quali avete già visto simili pubblicazioni.
Spedite a ciascuno di loro una copia del dattiloscritto, normalmente indirizzato all’Ufficio di valutazione inediti, senza dimenticarvi di scrivere per esteso i vostri recapiti. Per i più volenterosi, consiglio di allegare al romanzo una breve sinossi e un altrettanto breve biografia dell’autore. E poi incrociate le dita e rimanete in attesa. I tempi di risposta variano dai quattro agli otto mesi.

Dario Camilotto
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101 volte auguri!

E’ accaduto in questi giorni che una signora di nome Lina Frassinetti, ricoverata per un intervento all’ospedale della città, ha festeggiato il suo compleanno durante la degenza. Niente di strano, se non fosse che di anni ne ha compiuti 101. Naturalmente colgo l’occasione per sentirmi partecipe del lieto evento, e per augurare alla signora di festeggiare il prossimo compleanno in salute, e a casa, circondata dall’affetto dei suoi cari.
Pensandola, ho avvertito una vertigine, perché è stato come assistere alla visione di un documentario dell’Istituto Luce, di quelli dove i fotogrammi in bianco e nero scorrono tremolanti, e sembra quasi che la pellicola salti da un momento all’altro.
Allo scoppio della prima guerra mondiale la signora Lina di anni ne aveva sei. Sicuramente era una bambinetta vispa e con le trecce, e forse anche lei ha rovesciato secchi di acqua sulle strade che allora erano sterrate per abbattere la polvere e dare sollievo alle truppe dei soldati che marciavano destinati al fronte.
Il caldo giorno di giugno che Mussolini dichiarò l’entrata in guerra dal balcone di Palazzo Venezia, la signora Lina aveva 31 anni, una donna nel fiore dell’età, forse una mamma, sicuramente piena di vita e di energia. Chissà se quel giorno era radunata con la sua famiglia intorno a una vecchia radio di bachelite ad ascoltare la voce stentorea e polverosa del duce, con il cuore carico di apprensione.
Negli anni pazzi e fuggevoli del boom economico la signora Lina aveva circa la mia età. Ha visto nascere la televisione, la 500 Fiat, i primi elettrodomestici squadrati e candidi come lenzuola, pubblicizzati sempre accanto a una massaia giovane e sorridente. Vedendolo per la prima volta, si sarà chiesta che cosa fosse un mangiadischi, e avrà ascoltato le canzoni da una piccola radio a transistor, sofisticata e popolare testimone del progresso.
Quando l’uomo è salito sulla Luna la signora Lina aveva 60 anni, e forse quella famosa sera della telecronaca di Tito Stagno teneva sulle ginocchia un nipotino assonnato e poco incline a condividere sorpresa e incredulità per una spedizione spaziale.
Allo scoccare del nuovo secolo, la signora Lina aveva 91 anni, e aveva già attraversato un intero secolo di storia.
Non riesco a immaginare il bagaglio di ricordi, di emozioni, le immagini, i suoni, i grandi fatti che hanno segnato clamorosamente il novecento e che appartengono all’umanità, e le sensazioni e i pensieri che invece appartengono a lei soltanto, e le gioie e i dolori che tiene custoditi in fondo al cuore. Non riesco a immaginare quanto sia profonda la sua esperienza della vita, quanta saggezza riesca ad esprimere con le sue parole, e quanto di ciò che appartiene al mondo, e che si ripete all’infinito, riesca a cogliere anche con un solo sguardo. Verrebbe da pensare che non c’è nulla che riesca più a sorprenderla. E invece sono sicuro che non è così.
Voglio immaginarla il giorno del suo compleanno, circondata dai medici e dal personale del reparto, con gli occhi sgranati e increduli per un festeggiamento che non si aspettava, per un piccolo dono da scartare con il sorriso disegnato sulle labbra, e con il cuore che batteva come se fosse tornata ai suoi vent’anni.
E’ il miracolo della vita che si rinnova in ogni istante, e che scaturisce istintivamente. E’ l’alchimia di scoprire ancora il mondo nella sfuggente casualità di un dettaglio. E sorprendersi di ciò.
Auguri, signora Lina.

Dario Camilotto

Furti di Gallina

Anche le operazioni criminali, così come ogni altro fatto di costume, parlano delle condizioni dei nostri tempi, e ne sono lo specchio. Ho letto senza troppa sorpresa dei furti avvenuti nottetempo ad Agnellengo e a Novara, e nei quali sono stati sottratti ai legittimi proprietari, colpevoli di non aver prevenuto l’appropriazione indebita con uno schieramento di guardie giurate o con un sofisticato sistema satellitare di antifurto, nove galline e qualche zappa e rastrello per dissodare la terra.
Più che di ladri bucolici o criminali dotati (sotto i guanti in lattice per non lasciare impronte) della virtù del pollice verde, io parlerei piuttosto di ladri “affamati”, animati da un disarmante spirito di concretezza, senza aspirare ad altro che a portare a casa la pagnotta, o a procurarsi gli attrezzi adatti a coltivarla sul balcone.
Negli anni del benessere anche i ladri aspiravano ai diamanti solitari grossi come noci, o ai lingotti d’oro segregati nel caveau inviolabile di qualche banca. Ladri animati, prima ancora che dal valore intrinseco di ciò che derubavano, dalla soddisfazione e dall’orgoglio di aver realizzato il colpo del secolo, e di passare alla storia con il proprio nome scritto a chiare lettere sotto a quello di Arsenio Lupin. Oggi ci si accontenta di una dozzina scarsa di galline, se tutto va bene.
Che ci siano i segnali inquietanti di questa inversione di tendenza? Direi di sì, se si osservano con attenzione gli scaffali dei supermercati. Mia moglie, qualche giorno fa, mi ha detto che ha visto in vendita per la prima volta, accanto alle fettine di vitello e alle canoniche bistecche, anche le frattaglie di pollame. E sempre per la prima volta si potevano mettere nel carrello piantine di pomodoro e altro da coltivare a casa, confidando in una provvidenziale scorta di verdura senza mettere mano al portafogli.
Che sia calato il potere di acquisto degli italiani? O che siano semplicemente cambiate le abitudini di acquisto e di consumo? Lo dico con molta ironia, perché le statistiche che ci propinano gli organi di informazione, pur con molta e doverosa cautela, parlano invece di un Paese in ripresa, mosso dal un ragionevole ottimismo e dalla certezza di essersi lasciato ormai la crisi economica alle spalle.
E allora perché i colli di tacchino vanno a ruba? Perché ci si ingegna a far crescere cipolle di fianco ai vasi di gerani?
I ladri di galline, almeno loro, vanno per le spicce, e senza perder tempo in ridondanti ricami concettuali e fiumi di parole ufficializzate dall’autorevolezza dei nostri governanti, puntano direttamente al sodo. Come un uovo, o una gallina.

Dario Camilotto

La politica giocata sul fil di tastiera

Qualche sera fa ho scambiato due chiacchiere con un mio amico. Lui ha superato da poco i trent’anni; io sono alla soglia dei cinquanta, e si parlava di politica. Nello specifico, del nuovo Movimento 5 stelle di Beppe Grillo, che utilizza con molta intelligenza i social-network per radunare seguaci e simpatizzanti al richiamo di un marchio (ma questo lo dico solo in veste di tecnico pubblicitario) che nel nome e nella grafica richiama più che altro il patronato di un Club di Chef celebrati dalla guida Michelin. Non me ne vogliano i simpatizzanti del Movimento, e nemmeno i cuochi.
La tesi del mio amico si riferiva tuttavia, più che al fenomeno -Grillo-, ai nuovi strumenti, in questo caso virtuali e digitali, messi a disposizione della tecnologia a beneficio di chi desidera lanciare accorati appelli, magari di carattere politico, e stuzzicare chi viaggia sul web con estrema disinvoltura per arrivare a radunare intorno a sè in un breve periodo migliaia di simpatizzanti. Nel caso di Grillo, contatore aggiornato al minuto secondo, quella sera i fans erano già quasi ventimila.
“Pensa”, ha commentato il mio giovane interlocutore con lo sguardo febbrile di chi sa come lanciare ombre inquietanti sul futuro di un Paese democratico. “Pensa alla gigantesca banca dati in possesso di Facebook. Pensa ai milioni e milioni dei suoi iscritti, che condividendo ogni giorno con tutti gli altri pensieri, abitudini, desideri e aspirazioni, tracciano di sè un profilo così completo nei dettagli (talvolta anche i più intimi), da creare una massa infinita di preziose informazioni, che elaborate e ordinate da un sofisticato database, consentirebbero a chiunque di progettare a tavolino un partito politico che nasce, si sviluppa e si nutre silenziosamente nella vertiginosa vastità di un bacino elettorale di carattere globale.”
Grande Fratello a parte, l’osservazione mi sembra interessante e degna di una profonda riflessione per chi, come me, ha vissuto le sue più intense polluzioni di carattere sociale negli anni dei movimenti studenteschi, e delle cariche della polizia, e delle manifestazioni di piazza, con una partecipazione rumorosa e soprattutto fisica alla vita politica della nazione. Allora c’era qualcosa di eroico e di leggendario, ma era materia grezza se paragonata alle trame, finanche sottili, capaci di essere tessute sulla Rete, e neppure la più fervida immaginazione sarebbe riuscita a ipotizzare l’esistenza di un Movimento 5 stelle che in poco tempo può vantare ventimila fans. I tempi cambiano, e cambiano i meccanismi e gli strumenti per accendere le folle e radunarle all’ombra di una bandiera, qualunque sia il suo colore. Se ne era già accorto Silvio Berlusconi, quando decise di dare vita a Forza Italia frazionando astutamente il nuovo movimento in tanti clubs di sapore vagamente sportivo. Fare leva sulla tifoseria calcistica degli italiani gli riuscì perfettamente.
Ma ora gli scenari si sono fatti ancora più accattivanti, e irresistibili, e meno controllabili che mai. Si gioca tutto sulla tastiera, da casa propria, in un terreno di gioco rappresentato dalla più grande piazza di raccolta nella quale si sia mai ritrovata l’umanità, gomito a gomito: Internet. E’ uno strumento dalle potenzialità infinite, inquietanti che siano oppure no. Chi non ne tiene conto, è destinato a perdere la partita.

Dario Camilotto

In memoria di Uatta

La morte di un animale non è quasi mai un fatto di cronaca eclatante ma qualcosa che investe la sfera privata di una persona, di un nucleo familiare, un fatto che pur di natura personale può essere condiviso da molti dei nostri lettori. Voglio dedicare le righe che seguono a tutti coloro che come me hanno perduto un affetto, con tutto il vuoto che lascia dietro di sè. 

Era di indole europea, minuta e dall’aspetto gentile, e rispondeva al nome di Uatta; loquace al punto tale da riuscire a intavolare in casa piccole conversazioni nelle quali finiva per avere l’ultima parola, nonostante la difficoltà di esprimersi in una lingua bella ma piuttosto ostica, che nessuno di noi è mai riuscito ad imparare. Lei, diversamente, sono certo che cogliesse il senso della nostra più di quanto si potesse ragionevolmente sospettare, e ignorando il significato di quasi tutte le parole comprendeva i nostri stati d’animo attraverso le infinite sfumature della voce. Era paziente, sensibile, sempre molto disponibile a riempire i vuoti creati dalla noia o dalla solitudine, e quando serviva farlo sapeva stare al posto suo, dote rarissima per chi ha vissuto tutta la sua vita senza mai mettere il naso fuori casa, e senza chiedere nient’altro in cambio che le attenzioni più elementari, e qualche tenerezza. Se ne è andata la sera del giorno di Natale. Credo che abbia scelto proprio quel momento perché, nel solo giorno dedicato ad ogni persona che compone una famiglia, voleva che ogni anno, per tutto il resto della nostra vita, ci ricordassimo di lei. L’ha fatto con dolcezza, con gesti delicati, e con molta premeditazione. Ha atteso che tutti gli ospiti di casa se ne andassero, che nelle stanze che aveva percorso per tanti anni ritornasse un’atmosfera intima e familiare, e quando ci ha trovato radunati intorno a lei si è coricata come faceva sempre per addormentarsi, e piano piano si è spenta.   

Che tu possa correre felice tra le nuvole, se c’è un paradiso dedicato a te.

Dario Camilotto

L’Era dell’azione mirata

NOVARA, 18 DIC 2009 - Prendo spunto da un fatto singolare accaduto questa mattina a Novara per maturare una riflessione di carattere generale sui nostri tempi. Viviamo nell’Era dell’azione mirata. Nel marketing, nel sociale, in politica, nell’arte di fare la guerra e nel promuovere iniziative di pace. Ogni iniziativa, a partire da una innocua operazione commerciale volta a catturare la nostra attenzione fino alle sofisticate strategie militari che consentono di colpire gli obiettivi con precisione chirurgica, è ricavata da uno schedario virtuale e infinito di informazioni che la tecnologia permette di manipolare e di adattare allo scopo, e che cresce in maniera esponenziale ogni giorno. Le banche dati sono la vera e oscura ricchezza dei nostri tempi. 
              Se dovessi spiegare a un bambino chi siamo e che cosa facciamo, gli direi che siamo una comunità di criceti che vive in cattività all’interno di un laboratorio di analisi. Veniamo costantemente studiati, spiati, monitorati. Intorno a noi, affacciati alla gabbia e intenti a osservare e registrare le nostre abitudini, ci sono i guru della comunicazione, i tecnologi dell’informatica, e poi uomini politici, squadre di addetti alla sicurezza, gli amministratori delegati delle multinazionali e minacciosi figuri in alta uniforme che ci inquadrano nell’obiettivo implacabile di un sofisticato sistema di puntamento. Non è una descrizione orwelliana e folle della realtà. E’ la realtà, che piaccia o meno. 
              Quando esco a fare la spesa e uso la carta di credito rivelo chi sono, quali sono i miei gusti e quello che acquisto abitualmente; quando lo faccio, dove lo faccio e quale è il mio potenziale di spesa. Quando mi registro su un sito, fosse anche soltanto per spendere qualche minuto di tempo a bazzicare sul web in cerca di novità, talvolta mi vengono rivolte domande che non hanno nulla a che vedere con una transazione commerciale. Quanti sono i componenti della mia famiglia? Che professione svolgo? Ho un reddito fisso? Aderisco ad associazioni, club, iniziative di vario genere? 
              Allora mangio la foglia, spengo il computer, e scelgo l’anomimato: vado a fare due passi in città, a confondermi nella folla, dove nessuno può individuarmi, salvo le telecamere sistemate sopra di me. Il discorso non cambia se mi trovassi in aperta campagna, perché se è vero che sui margini di una risaia non è stato installato un sistema di monitoraggio visivo, è altrettanto vero che potrei ritrovarmi immortalato da una web cam e finire su Google Earth, a beneficio dell’informazione globale. 
              Anche quando richiedo una semplice informazione alla mia compagnia telefonica vengo scandagliato, valutato e collocato nella lista di coloro che possono accedere subito all’informazione, o lasciato in attesa fino a quando salta la linea. Un mio amico, che è un programmatore informatico, sta lavorando su un software di questo tipo richiesto da una società telefonica. Il software collegato alla gentile voce che mi mette in attesa è calibrato su precisi parametri. Sono un cliente fedele? Quanto spendo in telefonate e messaggi? Pago regolarmente la bolletta? Ho aderito all’ultima promozione valida fino a dicembre? Lascio al lettore la libertà di maturare le sue valutazioni in merito, sempre che, al piede di queste righe, non gli venga richiesto di barrare alcune casuali caselle su argomenti estranei ai fatti in oggetto, ma considerate cruciali per partecipare all’estrazione di un premio. Quanto guadagni? Credi in Dio? Quando è stata l’ultima volta che hai partecipato a una manifestazione popolare? 
              Viviamo nell’Era dell’azione mirata, lo ribadisco. 
              Il fatto singolare accaduto questa mattina a Novara è che si è messo a nevicare nel quartiere di Sant’Antonio, direi almeno tre dita di neve, a giudicare dalla candida coltre che ho visto sull’auto di una signora che si è fermata ad acquistare il pane a Vignale, quartiere nel quale non è sceso nemmeno un fiocco di neve. Non riuscivo a crederci. Sicché mi sono chiesto: c’è lo zampino di qualche stratega del marketing che, valutati gli scarni fatturati degli esercizi commerciali in quella zona della città, ha fatto nevicare per ridondare l’atmosfera natalizia e incentivare gli acquisti?     

Dario Camilotto

La Democrazia

NOVARA, 15 DIC 2009 - Appartengo alla generazione di coloro i quali alle scuole elementari, in cima alla blusa nera di ordinanza, portavano un colletto rigido di plastica bianca decorato da un fiocco azzurro da tenere sempre pulito e ridondante come il fiocco di un pacco regalo. Appartengo alla generazione di coloro ai quali è stata inculcata la disciplina in ogni gesto formale di fronte all’autorità, a cominciare dall’uso di un linguaggio conveniente. Il personaggio incorniciato in un’istantanea appesa al muro, accanto al crocefisso, era il Presidente della Repubblica, e nessuno si sarebbe mai sognato di omettere il suo titolo e chiamarlo confidenzialmente soltanto con il suo cognome, come il tipo con il quale abbiamo condiviso il barbeque domenica passata, nemmeno i cronisti dei telegiornali che masticano la politica ogni giorno, o i giornalisti della carta stampata. E chi governava il Paese, a qualunque colore appartenesse la sua bandiera, era il Presidente del Consiglio, e il Papa era il Santo Padre anche agli occhi di chi non aveva mai messo piede il chiesa.
Figuriamoci se era anche soltanto concepibile l’idea di sentire alla televisione, da parte di chiunque si arrogasse il diritto di rivolgersi pubblicamente alla Nazione, un insulto, una volgarità rivolti alle massime autorità dello Stato. Le formalità, per quanto considerate oggi orpelli inutili destinati ad essere fagocitati da un nuovo tipo di linguaggio considerato “friendly”, servivano a delimitare i territori dei pensieri, dei gesti e delle azioni, a connotare il senso di una misura senza la quale si finisce per degenerare nell’assurdo, nell’inconcepibile, in ciò che non soltanto deve essere considerato lesivo della dignità di un Rappresentante dello Stato, ma che mette addirittura in pericolo la sua vita.
Vi sembra del tutto trascurabile che, sulla falsariga della cosidetta democrazia del web, si organizzi un Club di potenziali attentatori alla vita del Presidente del Consiglio? E che tutto questo sia reso pubblico come una notizia di costume e considerato in fondo un’originale e simpatica alternativa a chi non la pensa come lui?
Vi sembra normale sentire il Presidente della Camera parlare di “ammucchiate”? O un capo di partito istigare agli “scontri di piazza” (salvo rimangiarsi tutto e deplorare gli organi di informazione di essere stato mal interpretato dopo che un pazzo l’ha preso in parola e ha lanciato una statuetta del Duomo di Milano in faccia al Presidente del Consiglio)?
Non so se “Questo è il Paese che ci meritiamo”. La ritengo un’osservazione stupida, inutile e fine a se stessa. Di sicuro, sembriamo considerarla come un’evoluzione della società, dove tutti sono liberi di dire e fare tutto, e invochiamo la parola -democrazia-, che mai come ora, a pronunciarla, ha il suono fesso di una campana rotta.

Dario Camilotto

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