Approdare a Novara…
Questa volta ho scelto di non cogliere lo spunto da un fatto di cronaca locale per maturare qualche riflessione sulle righe che dedico alla rubrica IL FATTO. Preferisco parlare della città nella quale vivo da quindici anni, e raccontarla con gli occhi di un forestiero che nel ‘95 ha lasciato la vita rutilante e i grattacieli di Milano per approdare nel cuore di una provinvcia che, in virtù di un’alchimia che soltanto Merlino sarebbe in grado di spiegare, sta a un tiro di schioppo dalla Madonnina. La prima volta che approdai a Novara era un giorno di primavera sferzato dal vento, con stormi di rondini che attraversavano il cielo. Uso il verbo -approdare- perché davvero mi diede l’idea di un’isola. Vista a volo d’uccello, la città appare circondata dalle risaie che riflettono l’azzurro come uno specchio infinito senza punti di riferimento, quasi fino al nastro argenteo del Ticino che segna il confine geografico e mentale di due province. Sicchè il ponte sul Ticino potrebbe essere considerato, ragionevolmente, un ponte levatoio.
Quel giorno, appena misi piede in città, ebbi l’immediata sensazione di trovarmi in un luogo molto strano, con un’atmosfera quasi surreale. La città aveva l’aspetto tranquillo e sonnacchioso di una serigrafia ottocentesca tirata nei toni seppia, dove il tempo e i luoghi si fissano per sempre nel loro scorcio panoramico. Una serigrafia disegnata da un artista che si faceva beffa delle proporzioni, ad ogni modo. Davanti a me incombeva infatti la mole di una cupola così possente da essere scorta senza problemi dalle pendici del monte Rosa, eppure il centro storico di Novara può essere attraversato tranquillamente a piedi in un quarto d’ora. I ritmi di vita pacati e quasi silenziosi ai quali sembravano adeguarsi i novaresi, così diversi da quelli frenetici, chiassosi ed invasivi dei milanesi, portavano a pensare che la città non fosse stata ancora contagiata dalla febbre della civiltà dei consumi, nè allagata dai fiumi impetuosi di denaro che scorrono in una metropoli. Eppure c’erano più banche a Novara che nel centro di Zurigo.
Non riuscivo a decifrarla, a sciogliere quelle che ritenevo essere le sue contraddizioni, apparenti o profondamente radicate nell’atmosfera che mi sembrava di respirare ogni volta che tiravo il fiato. Tuttora non sono riuscito a dipanare il mistero dei suoi silenzi, della sua riservatezza, del suo modo singolare di interpretare il ruolo di città e di sfuggire sempre ad ogni tentativo di valutazione, all’idea che uno si costruisce del luogo in cui abita, o che ha visitato. Mi spiego, ogni città, nel nostro vissuto o nel nostro immaginario ha dei colori, dei profumi, degli scorci architettonici, direi addirittura dei sapori che si imprimono indelebilmente nel nostro animo, e che ne costituiscono la sua caratteristica. Quella di Novara è il suo assoluto mimetismo; la capacità di trasformarsi in continuazione e di adattarsi allo stato d’animo di chi percorre le sue strade. Può essere gradevole, terribile, appassionante o completamente assente. E’ il palcoscenico ideale di una rappresentazione in divenire, destrutturata, e forse per questo direi attraente.
Ci vivo, come ho detto, da quindici anni, nei quali così come ho rinunciato a comprenderla, ho imparato ad accettarla. E ad amarla. Non riesco ad individuare neppure le ragioni in virtù delle quali mi ci trovo così bene. Una cosa è certa, tuttavia. A Milano non riuscirei a ritornare.
