Dragonyte - Prologo

La copertina del volume originale.

La copertina del volume originale.

Dragonyte è un lungo racconto fantasy, suddiviso in diversi capitoli, che scrissi oltre quindici anni or sono, quando il mio cuore di appassionato lettore di fumetti batteva per manga ed anime del Sol Levante. In quegli anni andavano molto di moda i racconti illustrati tratti dalle serie più in voga del periodo. Sulla falsariga di quei romanzi dedicati a Bastard!!, Ken il Guerriero, e Conan Il ragazzo del Futuro, l’editore novarese Interlinea (Anime Press - 2000) decise di realizzare una prima versione illustrata di questo racconto che venne pubblicata e tirata in un migliaio di copie. La ripropongo oggi su OkNovara.it, in una versione “extended”, riveduta a corretta nei contenuti e nelle terminologie, e più lunga. All’originale volume di un centinaio di pagine che si componeva di pochi capitoli se ne aggiungeranno altri, ad approfondire la narrazione e a migliorare la visione del mondo di Dragonyte, che come un fiume in piena riempì oltre quindici anni or sono quasi due anni della mia vita, catapultandomi in una dimensione tutta nuova ed incredibile che, da allora, esiste in molte altre versioni narrative: in questi anni, infatti, ho realizzato un gioco di carte (The Spell Saga), ambientato nel mondo dei dragoni di Dragonyte ed un fumetto (Kafka) disegnato in stile nipponico e di cui è già disponibile il primo capitolo (il secondo, in compenso, è bloccato da oltre tre anni!!!).

Dragonyte racconta della venuta sulla Terra di Maisen e di Tyrant, i due Grandi Draghi universali, il primo dei due dorato, il secondo ricoperto di scaglie d’argento, dei sette draghi elementali, e di Maelstrom, il drago nero, al servizio del potente Imperatore della Notte, signore di un vastissimo impero alieno. I draghi di Dragonyte sono creature imperscrutabili e incarnano il destino stesso dell’universo. Sono la causa della morte delle stelle, della nascita dei buchi neri e della distruzione delle galassie ad opera dei lampi gamma. I draghi di Dragonyte rappresentano l’equilibrio del Tutto ed il loro scopo è bilanciare l’equazione tra il bene ed il male, in modo che il destino possa compiersi, sempre.

Fabrizio Francato

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PROLOGO

-Niente male! Si tratta della migliore congiunzione che abbia mai osservato. La nomea di questi luoghi antichi e degli straordinari ritrovamenti tecnologici che vi vengono compiuti è davvero meritata. Coraggio, Cathbad, venga qui a dare un’occhiata! la visibilità è ottima stanotte-
Dal fondo della stanza provenne un mugugno sommesso, disinteressato; un vecchio dall’aspetto altero e la folta barba nerastra era piegato su di un pesante tavolo in legno e osservava con interesse delle carte dall’aspetto logoro.
-E’ incredibile- continuò -Questa macchina è veramente eccezionale. Ma dove l’avete trovata esattamente?-
-…mmmpf…nei sotterranei del palazzo alcuni anni or sono, ma ci sono ancora molte stanze che devono essere riaperte. Ogni anno troviamo strani oggetti provenienti dall’antico passato di questo mondo; la vera difficoltà non è trovarli, ma comprenderne il funzionamento-
-Capisco, pur tuttavia ritengo inconcepibile che voi riusciate a stare laggiù, a rovistare su quegli incartamenti, mentre la cometa le è sempre più vicina e la sua traiettoria non sembra subire variazioni, esattamente come avevo previsto. Al Collegio di Astronomia mi sentiranno, loro e quelle antiquate teorie massive dei corpi planetari…-
-Vede, Daimon- disse il vecchio, immerso fra le pergamene -Le teorie massive dei corpi planetari propugnate dal Collegio di Astronomia sono assolutamente corrette… Molto presto, vedrà coi suoi occhi quella cometa mutare direzione a causa del gioco di forze gravitazionali scaturito dalla sua interazione con la luna-
Daimon smise di osservare nel piccolo obiettivo del telescopio rifrattore e, in silenzio, cercò con lo sguardo Cathbad, perso nel marasma delle sue pergamene.
Il druido continuò -Ma dove diavolo ho riposto quell’incartamento. Venne utilizzato da Mastro Drey per gli insegnamenti ai novizi all’inizio dello scorso semestre; ma ricordo che me lo restituì…-
-… Salterà fuori da solo proprio quando avrà smesso di cercarlo, grande Druido Cathbad, non si alteri per un’inezia simile. Continuerà più serenamente in un secondo momento, quando la congiunzione sarà terminata…-
Sconfitto da quel senso di frustrazione tipico che si prova nel non trovare ciò che si sta cercando, Cathbad si rialzò, stirò i muscoli rattrappiti della schiena e si diresse verso Daimon che, nel frattempo, sistemava l’altezza dell’oculare in modo che anche l’amico potesse godere di quelle immagini affascinanti.
-Ho osservato decine di queste congiunzioni- sentenziò Cathbad, riprendendo il discorso interrotto poco prima -Non intendo contraddirla; so con certezza ciò che accade in questi casi-
-Ecco, dovremmo quasi esserci- disse Cathbad. Le sue dita seguirono il profilo del telescopio, rivelando sul fianco un minuscolo pannello che si aprì di scatto non appena venne sfiorato, all’interno vi erano due pulsanti; li premette in sequenza, attese alcuni istanti e pigiò di nuovo; infine sollevò il capo.
-Anche questo monoculare fa parte della cultura degli antichi. E’ in grado di rilevare e misurare ad una approssimazione centesimale il moto di un corpo e le variazioni del suo asse orbitale. La cometa che stiamo osservando è, come lei ben sa, un corpo astronomico del quarto tipo, un orbitale regolare che completa il ciclo sul suo asse in 83 anni. Essa fa parte del gruppo di comete che orbita più vicino al nostro pianeta e possiede un asse parzialmente irregolare. Secondo una ricerca svolta proprio da Mastro Drey lo scorso anno questa cometa sembra abbia avuto un ruolo molto importante nelle tradizioni religiose del mondo degli antichi…-
Il druido si interruppe, lo sguardo rivolto ad un grande scaffale ricolmo di libri alle sue spalle.

Socchiuse le palpebre, si accarezzò la barba, quindi si diresse verso l’imponente libreria e, con la destrezza del bibliotecario navigato, puntò dritto al terzo scaffale sulla sinistra. Ne estrasse un libercolo dalle pagine ingiallite e la copertina sgualcita -Eccolo qua, aveva ragione, Daimon! Dialogando con lei mi è tornata alla mente la posizione dell’ “incartamento” che cercavo… -

Daimon comprese, allora, che era venuto il momento di lasciare il suo maestro ai suoi studi e di congedarsi -La ringrazio e la saluto; ho abusato anche troppo della sua ospitalità, distogliendola dai suoi studi con la questione della cometa…- disse, quindi si diresse rapidamente verso la porta dello studio.
-Aspetti- bisbigliò a mezza voce il druido -Prima che voi ve ne andiate, ci sarebbe un messaggio che vorrei portaste a vostro padre. Se le vostre membra possono resistere ancora qualche istante, vi vorrei raccontare una storia…-
Con rinnovato interesse, Daimon, si accomodò su di una poltrona a larghe falde.
-Durante il pomeriggio, e fino a pochi minuti prima che voi arrivaste, stavo osservando le mappe del cielo notturno redatte negli ultimi sei mesi dai nostri astronomi. Ho notato, però, qualcosa di particolare e insolito: la presenza di una anomalia tra le registrazioni, un corpo celeste che sembra non seguire il moto regolare consecutivo alla rotazione del nostro pianeta sul proprio asse…-
- E con ciò… potrebbe trattarsi semplicemente di una cometa, di una mai sinora osservata o di una al cui più recente passaggio assistettero gli antichi!- lo interruppe Daimon
-Magari si trattasse solo di questo- continuò Cathbad -Guardi qua!- Il vecchio sollevò un plico di carte ingiallite e lo pose tra le mani del giovane, quindi gli si inginocchiò accanto mentre questi, semiaccovacciato, afferrava i fogli di pergamena.
-Questa è la sequenza delle stellate delle ultime venticinque settimane- spiegò il druido –lungo l’asse verticale sono segnate le coordinate di meridiano e lungo l’asse orizzontale quelle dei paralleli rispetto all’eclittica…- Quel grosso foglio giallo cosparso di puntini neri, ciascuno di essi attorniato da una quantità enorme di nomi e sigle, parlava la lingua della scienza antica e Daimon fece un’enorme fatica ad interpretarla.


-Conosco questo modo di cartografare il cielo. Lo utilizziamo anche noi, ma in un maniera estremamente più semplificata. Devo ammettere che qui alla Fortezza delle Stelle siete incredibilmente meticolosi-
Cathbad accennò un breve sorriso, poi continuò -Ebbene… osservi questo punto in particolare… la sua magnitudine stellare è stata valutata in otto punti-pollice; ora… scorra le mappe e mi dica cosa vede…-
Daimon seguì il consiglio del vecchio druido e, lentamente, prese a scorrere quei fogli logori avanti e indietro, con sempre crescente curiosità.
-Mi sembra… certo… riesco a percepire il movimento anomalo di cui mi ha parlato. Nella prima settimana il punto si trova nel blocco astronomico 13\\345 e, successivamente, sulla base dei dati che risultano dalle ultime settimane rilevate, eccolo nel blocco successivo, il 14\\345… Segue un moto esattamente contrario a quello dell’eclittica. E’ come dicevo. Si tratta di una cometa. Molte, infatti, seguono questo andamento!-
-Rispondete alla mia domanda, ora- replicò Cathbad, sollevatosi in piedi -Le comete hanno un moto regolare in progressione o eseguono, per così dire, “fermate” sul loro cammino?-
-Che domande sono queste… Ovviamente una cometa non è un cavallo che lo si può fermare o obbligare a correre a nostro piacimento; una cometa segue un moto proprio che, come diceva in precedenza, è regolato dalla gravità dei corpi celesti che la attraggono e la respingono…-
-Ebbene- Cathbad prese ad andare su e giù per la lunga stanza. La sua figura snella ed altera proiettava una lunga ombra sulle pareti scure.
-Controllate ora il movimento “costante” della vostra cometa tra la settima e la quindicesima settimana… Osservate con più cura!!-
-…- Rapidamente Daimon si rimise allora a girare le pagine con interesse sempre crescente; poi si arrestò di colpo dopo aver osservato per alcune volte la sequenza cronologica delle mappe.
-Ci deve essere un errore!- Ne concluse – per quasi quattro mesi la cometa non sembra essersi mossa di un solo grado astronomico. Come è possibile, Cathbad, che una cometa non si muova per un periodo di quindici settimane di seguito!?!
Cathbad si arrestò, proprio di fronte al tavolo in legno; in mano teneva il libricino dalla copertina sgualcita estratto poco prima dalla libreria -Perchè probabilmente non si tratta di una cometa! Sentenziò-.
Daimon sembrava spiazzato.
-Conoscete la precisa ubicazione dell’IsolaSantuario delle Alte Torri?- domandò il druido.
-Certo, si trova a tre settimane di viaggio dal confine nord del regno di mio padre. Mi ci recai in sua compagnia anni or sono per dirimere un problema territoriale; ma il ricordo di quei luoghi abbandonati e semidistrutti ancora mi perseguita. Strane creature vi si aggirano, enormi torri di cadente metallo e vetro frantumato si ergono sui viandanti che si inoltrano nell’intricata giungla che cresce ai loro piedi, ed anche il sottosuolo è un dedalo di cunicoli maleodoranti e gallerie oscure, un regno di mostri.
-Vi fecero così paura?!… Certo, l’IsolaSantuario delle Alte Torri è considerata uno dei luoghi più misteriosi del mondo. E’ proprio là, in una delle torri più alte, che noi molti anni fa trovammo il Libro Perduto degli Antichi, il testo in cui venne narrata l’intera vicenda che portò il mondo degli Antichi alla distruzione.
-Il Libro Perduto… ma… a cosa vuole arrivare, Grande Cathbad?- lo incalzò Daimon.
-Sarà meglio che cominci dal principio. Ne avete mai sentito parlare?
-Ce ne parlò un viandante che giunse anni addietro a palazzo. Volete dire che voi avete trovato il Sacro Libro Perduto, e che proviene dall’IsolaSantuario delle Alte Torri?!? Si racconta che in quel volume siano racchiuse tutte le conoscenze degli Antichi e che chi lo possieda abbia tra le mani la chiave per accedere al loro antico potere?!-
Daimon sudava dall’eccitazione; fissava Cathbad come la preda dell’aquila osserva in cielo il predatore affamato compiere su di sé ampie volute.
Il druido, con rinnovata calma, rispose alla domanda -Si, oltre settanta anni or una spedizione di membri della congrega di Yeofantis affrontò i pericoli di quei luoghi oscuri, e laggiù quegli uomini fondarono un piccolo accampamento, oggi diventato un centro abitato fortificato. Essi si recarono all’ IsolaSantuario e vi trovarono quel testo. I monaci copisti più esperti e fidati ne hanno interpretato e trascritto il contenuto, salvando l’opera dal disfacimento del tempo. Questo che ho in mano è solo un piccolo estratto, ma sono giunto alle conclusioni che vi dirò tra poco basandomi su di una testimonianza che, a suo tempo, mi impressionò e della quale mi ricordai, quando notai l’anomalia sulle mappe stellari di cui abbiamo parlato pocanzi. Ascoltate bene…

f45||cod.2945|| Bib.
autore: sconosciuto
località: non identificata

Non era stata una giornata molto particolare; le mansioni di sempre avevano impegnato gli abitanti del villaggio dove mi ero fermato a trascorrere la giornata. C’era stato il mercato della luna nuova, che aveva affollato le strade del paese; le donne vi si erano recate di buona mattina con le figlie, mentre gli uomini si trovavano già al lavoro nei campi o ai pozzi estrattivi da dove sarebbero tornati solo nel pomeriggio più tardo… ma quella sera, quella sera donò a coloro che lo videro, uno dei più bei tramonti che madre natura avesse potuto creare nei cieli.
Dal commerciante, al contadino; tutti coloro i quali posero gli occhi sull’orizzonte, in quell’occasione, rimasero affascinati dalle movenze rosate di un piccolo sole che, da primo attore, interpretava il suo ruolo in un tramonto sconvolto da un giubilo di nubi cariche di pioggia.
La notte che seguì, nulla di tutto ciò che l’uomo avrebbe potuto fare o pensare sarebbe stato più spettacolare di quello che avvenne quando la Luna crebbe nel cielo, a metà del sonno del mondo.
Erano le quattro del mattino quando notai qualcosa nel cielo, incombente, gigantesco, che non aveva nulla di umano, compresi la gravità della situazione e diedi l’allarme. Si trattava di una massa enorme, iridescente, dello stesso colore della notte. Si estendeva, sospesa nel vuoto, in ogni direzione coprendo tutta la volta celeste, sembrava avesse oscurato le stelle, frazionandone in milioni di scintille la pallida luminosità.
Qualcuno, udito l’ allarme che lanciai, uscì dalle proprie case e, vistala, si gettò a terra invocando pietà e proteggendosi il capo; altri, invece, fuggirono lontano prendendo la via della campagna e sparendo nell’oscurità… ma quella cosa, quell’immensità che galleggiava a metà tra gli uomini e la volta celeste rimaneva li, sospesa nell’etere, silenziosa e non curante, come uno spettatore che non sa di essere il protagonista di uno spettacolo.
A un tratto qualcosa accadde; uno strano sibilo, una qual sorta di arma sonora emessa dall’oggetto invase la vallata, facendo tremare la superficie terrestre; improvvisamente si aprirono dovunque enormi voragini eruttanti fuoco e fiamme e la paura prese il sopravvento sulla ragione comune.
Quell’inferno durò non più di dieci minuti; uno sciame sismico incredibilmente potente aveva aggredito l’intera vallata, nutrendosi di gran parte della vegetazione e di quasi tutte le abitazioni e i palazzi del paese.
Quando tutto fu finalmente cessato (io stesso faticai ad uscirne vivo), il paesaggio che si presentò ai miei occhi ed a quelli di coloro che come me, sopravvissero, fu incredibile; a causa di quella forza sconosciuta, tutto il villaggio ed i campi circostanti che si perdevano a vista d’occhio erano stati totalmente devastati: le potenti successioni sedimentarie, createsi in milioni di anni di vita del pianeta, che facevano da basamento geologico a tutto quell’ampio territorio, erano state divelte come fogli di carta, spezzate e piegate come nemmeno le più grandi e potenti forze della natura sono in grado di fare; la topografia dei monti adiacenti quella zona era irriconoscibile: si erano formate nuove montagne ad est, nate da improvvise e terribili orogenesi, mentre al posto della grande catena che prima svettava, imponente, a nord, c’era un baratro senza fondo da cui si poteva udire la voce del demonio.
Non so che cosa accadde poi, so soltanto che scappai alla velocità massima cui le mie gambe mi potevano sostenere. Fuggii e non seppi più nulla di quel villaggio e di quelle terre….

Il vecchio Cathbad richiuse lentamente il libro, quindi alzò gli occhi in direzione dell’amico, ripose il volume sul grande tavolo del suo studio e si avviò, mani giunte alla schiena, in direzione della finestra aperta, in attesa che questi dicesse qualcosa.
-… non vorrete convincermi che quel puntino sulle vostre mappe stellari sia un oggetto simile a quello di cui si parla nel racconto che mi avete appena letto!?- rispose a metà tra l’impaurito ed il perplesso, Daimon.
-noto con piacere che siete molto più scaltro di quanto lo siano tanti studiosi qua dentro!-
-…- Daimon, impettito, volgeva lo sguardo in direzione della grande libreria.
-Non avete notato sulle mappe che vi ho mostrato anche il simbolo della Trigonale di Zet accanto ai corpi celesti? E accanto all’anomalia, lo avete visto?
-… e allora?- Cosa state cercando di dire!?-
-Stando ai dati raccolti tramite il calcolo della trigonale, col quale otteniamo il valore della velocità degli oggetti celesti, quel “punto sulle nostre mappe stellari” viaggia ad una velocità maggiore rispetto a qualunque altro oggetto astronomico osservato in precedenza; in meno di tre settimane raggiungerà il nostro Sole e ci andrà a sbattere letteralmente contro… a meno che…-
-A meno che?!?-
-A meno che, giunto nell’orbita solare, non ne sfrutti il ciclo di rotazione e la spinta gravitazionale!-
-secondo le teorie massive dei corpi planetari…- completò Daimon, poi aggiunse -Ed in tal caso… !?. Avete calcolato la probabile direzione dell’oggetto in tale eventualità… Intendo dire in caso di un “rilancio gravitazionale?”-
Cathbad osservava tranquillo il cielo stellato attraverso l’ampio finestrone -Venite qui un istante, caro amico- bisbigliò a mezza voce.
Il giovane si avvicinò con riluttanza. Lentamente il druido gli pose una mano sulla spalla e, con tono cordiale, gli parlò -Posso comprendere le vostre preoccupazioni. Ma non fraintendetemi… ciò che sto per dirvi è solo una supposizione, sebbene in cuor mio io ne sia assolutamente convinto.
Cathbad allungò un braccio in direzione dell’universo ed il giovane seguì il cammino tra le stelle che l’indice del vecchio segnò -Eccolo là, lo vedete, è quello il corpo astronomico di cui vi ho parlato… Da cinque giorni ormai lo si può osservare anche ad occhio nudo… e tra tre settimane sapremo se i mie timori sono fondati… tra tre settimane-
-Qualcuno dovrà avvisare l’Imperatore delle sue scoperte…- riprese Daimon con un filo di voce mozzato in gola. -Domani stesso tornerò da mio padre e lo informerò!- Lui poi provvederà a mandare un messaggero a cospetto dell’imperatore Ran.
Cathbad non parlò, salutò l’amico poco prima che questi scomparisse al di là del portone poi, in maniera buffa, si diresse verso la libreria in fondo alla stanza, ne estrasse un testo logoro e malconcio che aprì su di una precisa pagina… la luce era poca e la carta oramai ingiallita ma si riusciva comunque a distinguere un disegno… rappresentava un gruppo di uomini che danzava attorno ad un falò in una notte senza nubi, sotto una luna grande come tutto il cielo.

Lo Specchio dei Desideri

Da: I Racconti di Jolly

Avete mai avuto paura di uno specchio?
Dopo aver letto questa storia l’avrete!
Lo specchio non parla, ma vede benissimo il riflesso della vostra anima, vi osserva e vi ascolta nel profondo e nel silenzio  che avvolge la vostra camera.
Se credete nei racconti fatati ed  incantati, sapete anche che esistono specchi particolari che trattengono le anime  che non hanno trovato la felicità tra le gente mortale e che custodiscono un segreto: esaudire ogni desiderio.
A titolo d’esempio, basta  ricordare lo “specchio parlante” della cattiva matrigna di Biancaneve, ricordate “…specchio delle mie brame, chi è la più bella del reame?”.
Alla fine di questo racconto però, non sarà certo come nelle favole, né come avete immaginato, perché spesso, dopo una gioia segue sempre un dolore e l’avventura che è incorsa a Melody n’è la conferma.

La protagonista di questa storia è una ragazza dell’Arizona, invidiata da tutte le sue amiche per la sua bellezza.

Melody aveva però anche tanti desideri nel cassetto ma il più importante ed il più sentito e sognato fra tutti era quello di diventare una ballerina.

Non avrebbe mai potuto immaginare che la sua vita sarebbe cambiata in breve tempo, grazia all’aiuto di uno specchio.

Tutto iniziò in un bellissimo pomeriggio d’estate, quando il cielo era particolarmente azzurro ed il sole con quei caldi raggi riscaldava la città di Tucson.

Sembrava una giornata come tante, ma qualcosa d’invisibile stava per sconvolgere l’armonia di quella gente.

Il padre di Melody, appassionato di mobili antichi, portò un giorno a casa uno specchio  appena acquistato.

Sembrava uno specchio come tanti, ma in realtà non era così.

Era molto antico, appartenuto a chissà quali e quante nobili famiglie. La sua dorata cornice era molto particolare e raffinata, fatta di tante piccole foglie d’edera rampicanti.

La cosa che attirò l’attenzione di Melody, furono le due candele a forma di fiori poste ai lati dello specchio, con una strana scritta al centro.

Tutti in famiglia ne rimasero incantati, qualcosa di magico, quello specchio sicuramente custodiva, così gli fu riservato un posto accanto alla porta d’ingresso.

Mentre la notte scendeva e tutti dormivano quello “strano” specchiò sembrò risvegliarsi da un lungo letargo, durato troppo tempo.

I fiori che formavano le candele davano l’impressione di essere freschi,  come appena sbocciati ed il loro profumo si propagò per tutta la casa, anche la cornice iniziò a luccicare in tutto il suo splendore.

Il giorno seguente i genitori di Melody  partirono per il mare e la ragazza decise di rimanere in città, perché si sarebbero svolte delle speciali selezioni per aspiranti ballerine e lei non voleva rinunciare a questa opportunità.

Era rimasta sola, ma non aveva paura, perché ogni volta che si specchiava provava una sensazione che non riusciva a spiegarsi, come se qualcuno, dietro allo specchio la guardasse.

La sua immagine si rifletteva, come una dolce melodia.

Inconsapevole dei poteri che potevano nascondersi dietro a quel vetro, la ragazza incominciò così a parlargli, a confidarsi ed anche a sognare. Come se davanti a lei ci fosse stato qualcuno ad ascoltarla.

Giorno dopo giorno, i poteri che lo specchio possedeva furono sempre più evidenti, soprattutto per la ragazza.

Si accorse che le candele a forma di fiore emanavano un profumo particolare, era come se davanti a quello specchio diventasse incapace di muoversi, rimanendo bloccata ad osservarlo. Una strana forza le impediva di muovere le braccia e le gambe.

Pensò cosi’ che quello fosse uno specchio magico e piano , piano ne mise alla prova i suoi  strani poteri.

Iniziò a confidarsi, parlando della sua vita, del desiderio di avere un ragazzo al suo fianco e delle vere amiche, ma soprattutto del suo sogno  più grande e bello: quello di diventare una brava ballerina.

Le sue parole scorrevano davanti allo specchio che raccoglieva tutto ciò che lei diceva. I sogni sono desideri e Melody n’aveva tanti, inconsapevole che alla fine, forse non tutto sarebbe andato come lei voleva.

Nel giro di pochi giorni, tutto quello che la ragazza osò ingenuamente chiedergli, iniziò magicamente ad avverarsi. Incontrò un ragazzo, trovò tante amiche e fu scelta nelle selezioni come la migliore ballerina.

Era felice, qualcosa stava cambiando nella sua vita, ma ci volle tempo per capire che era proprio lo specchio a rendere tutto quello che desiderava così reale.

Improvvisamente e nonostante il cielo sereno, un bellissimo arcobaleno circondò  Tucson, tanto da farla sembrare  una città fatata, come se il tempo si fosse fermato.

Tutti gli abitanti rimasero incantati da quei colori splendenti, ma ancora più stupiti nel vedere un arcobaleno in una splendida giornata di sole.

Accadde proprio in quella notte che Melody si svegliò di scatto ed andò verso lo specchio, come se fosse stata attirata da una forza magnetica.

Quando si trovò  davanti, la paura e la gioia avvolsero il suo corpo . C’era qualcosa o qualcuno che esaudiva i suoi sogni, così si rese conto che tra lei e quello specchio si era creato un forte legame ed era troppo tardi per poterlo spezzare, lo specchio non glielo avrebbe permesso, erano diventati un’unica cosa.

Nel vedere la sua immagine riflessa, provò a chiudere gli occhi e ad appoggiare la sua mano su di esso. Quante strane emozioni stava vivendo in quel momento la giovane Melody,  una forte sensazione di calore iniziò ad avvolgere il suo bellissimo corpo.

Davanti ai suoi occhi la cornice iniziava a brillare di tanti colori stupendi ed incantevoli. Se avesse solo avuto il coraggio di aprire gli occhi, sarebbe entrata nel mondo dei sogni dove tutto era possibile.

Mentre lo specchio si nutriva di tutta l’energia che traspariva dal suo corpo, l’edera che formava la cornice iniziò ad allungarsi fino ad intrappolare la ragazza tra i suoi traluci.

Nessuno avrebbe mai potuto salvarla,  quelle foglie  avevano circondato il suo corpo tanto stretto da spingerlo dentro lo specchio.

Con la poca forza che le rimaneva Melody cercò di liberarsi da quei rami, ma ogni tentativo fu vano, bastò un attimo e fu subito catapultata in uno strano mondo.

Davanti a le vide il vuoto e una luce talmente forte da impedirle di tenere gli occhi aperti. Iniziò a camminare verso l’ignoto, senza sapere quello che avrebbe trovato.

Man mano che avanzava, la luce diventava più leggera, piano, piano, aprì gli occhi trovandosi davanti alla dea della bellezza, circondata dai colori dell’arcobaleno, che attraverso i suoi desideri aveva catturato tutto il suo fascino,

La donna le prese la mano per condurla, verso quel magico mondo dove sembrava tutto fatato.

Invece era solo “maledetto” da tutti gli spiriti che non avevano trovato la felicità quando erano dei comuni mortali, per cui ora erano destinati ad essere felici.

La dea la portò presso un ruscello e la invitò a specchiarsi sul fondo e non appena lo fece, vide riflettere dall’acqua l’immagine di una brutta ragazza…era proprio lei, la sua pelle era diventata ruvida e rugosa, persino il suo bellissimo corpo non era più quello di prima.

Il suo volto appariva invecchiato di tantissimi anni, era diventata orrenda.

Implorò la dea di concederle di ritornare come prima, ma lei rispose che non avrebbe potuto fare nulla per aiutarla.

Quello specchio magico aveva catturato la sua bellezza, mentre esaudiva i suoi desideri rendendola felice e si caricava nello stesso tempo di tutta la sua energia rendendola sempre più brutta. La disperazione di Melody fu vana.

Niente fu come prima.

La dea aprì le braccia e dopo aver pronunciato alcune parole, la riportò nel suo mondo.

Così tutto quello che il suo specchio le aveva donato, si sgretolò, frantumandosi come i suoi sogni.

Melody presa dalla disperazione, considerò che, in fondo, per mezzo suo aveva vissuto momenti bellissimi e decise alla fine di buttarlo via,  senza distruggerlo.

Da quella notte stellata la “maledizione” dello specchio dei desideri, sembrava svanita…invece non fu così, perché era pronta per entrare nella vita di un’altra persona.

E voi fate attenzione agli specchi…potreste imbattervi in una spiacevole avventura come quella accorsa alla giovane Melody…

Loredana Berardi

 

 

Frederick

Diamo il benvenuto ad una new entry; si chiama Loredana Berardi e presto diventerà collaboratrice del nostro giornale. Per ora ci ha dato in pasto alcuni suoi racconti orrorifici: ecco il primo.

Inizierò questa mia avventura con voi, con una storia che vi farà tremare dalla paura, tenendovi intrappolati a questa pagina.
Non temete se all’improvviso avvertirete quella strana sensazione di non essere più soli vorrà dire che vi sarete talmente immedesimati nel racconto al punto di avvertire delle presenze accanto a voi.
Oh non abbiate timore, ed entrate insieme a me in questo misterioso sogno e se vi sarà piaciuto potrete continuare a leggere le altre mie emozionanti storie.

 

“Dovete sapere che quando tramonta il sole e cala la notte ci sono ombre che non possiamo vedere ma solo sentire, esse vagano tra noi in silenzio per disperdersi poi tra la nebbia.

Ci sono dei giorni in cui sembra tutto normale, ma in realtà non è così.

Le foglie degli alberi cadono al suolo ed il vento che ulula tra i rami, sono gli unici rumori che fanno da sfondo ad una cartolina invernale. 

I fiocchi di neve iniziarono a cadere sulla contea di Grays Peack (Denver) imbiancando i tetti delle case circostanti, ed è proprio qui che si narra la leggenda di uno spirito che vaga tra la gente, seminando paura e terrore.

E’ il fantasma di Frederick, un giovane ragazzo, trovato morto nella sua camera in circostanze misteriose.

Alcuni narrano che egli non sia morto, altri invece asseriscono che sia stato seppellito nel piccolo cimitero della contea, ma qualunque sia la verità è certo che un’ombra si vede sempre alla finestra della sua casa, diroccata tra quelle montagne.

Nessuno osa avvicinarsi, perché uno spirito libero, vaga tra quelle camere spaventando chiunque entri nella sua dimora.

E’ lo spettro di Frederick che vaga ancora in quella casa e nella notte quando si liberano tutti gli spiriti, egli nel silenzio, si disperde nell’aria.

Tutti sono impauriti e se fino a ieri non lo temevano, dopo la brutta avventura incorsa a due giovani ragazzi, oggi è diventato il peggior INCUBO”.

Ora Frederick sta per entrare anche nella tua vita, qualcosa ti spaventerà!

La notte avrai paura di rimanere da solo in casa e il giorno non ti sentirai più tranquillo. La sua ombra sta arrivando, ma tu non lo riconoscerai perché sarà lui a trovarti, scappa via finchè sei in tempo, se hai paura dei fantasmi, altrimenti preparati, perché questo sarà il tuo peggiore incubo.

“Doveva essere un tranquillo week-end quello che Luke e Sandy avevano deciso di trascorrere, un romantico fine settimana, durante il quale parlare d’amore e sognare insieme.

Invece il destino aveva stabilito per loro due giorni di autentica PAURA.

Mentre proseguivano tranquilli con la macchina verso la loro destinazione, un bellissimo chalet, erano del tutto inconsapevoli che quella era, solo una strada che conduceva, inevitabilmente verso l’ignoto, più terrificante.

Durante il viaggio, attraversarono paesaggi di montagna sereni e particolarmente pittoreschi.

Ma, mentre avanzavano, il panorama cambiava aspetto diventando sempre più cupo e tetro. Sbalorditi si guardavano attorno con curiosità ed apprensione crescente, perché tutto appariva sotto una luce irreale, quasi spettrale.

La macchina proseguiva verso quella strada che non li avrebbe mai portati verso la gioia, bensì verso il loro peggiore incubo.

Quando Luke si accorse di aver sbagliato direzione era troppo tardi per tornare indietro, l’auto procedeva quasi autonomamente.

Il ragazzo cercò di compiere ogni sforzo per cambiare direzione, ma i comandi sembravano come impazziti o stregati.

Intanto si levò un forte vento, che lugubremente scuoteva i rami degli alberi, come se qualche misteriosa presenza volesse disturbare la quiete della natura.

Il sole cominciò ad oscurarsi, il cielo non prometteva nulla di buono, strane nuvole nere si muovevano come in una folle danza.

All’improvviso la macchina sia fermò e i due giovani, completamente disorientati, non capirono che cosa stesse accadendo,

Davanti a loro non si vedeva nulla a causa di una fitta nebbia. Scesero dall’auto e s’incamminarono nella foschia.

Mentre procedevano, cominciarono a vedere forme indistinte. Più avanzavano, più la nebbia si dileguava e alla fine si trovarono davanti ad una casa, recintata, chiusa da un cancello.

La casa era uno splendore.

Furono attratti dalla sua bellezza e dalla strana luce rossa che illuminava una camera del piano superiore, mentre davanti ai loro occhi un’altalena continuava a dondolare come se qualcuno fosse appena sceso.

Incuriositi decisero di entrare.

Trovarono la porta aperta, varcarono la soglia e i loro sguardi si incontrarono. Entrambi si stavano chiedendo se lì abitasse qualcuno.

L’interno di quella strana casa era piuttosto trascurato.

Quell’abitazione dava l’impressione di essere disabitata da molto tempo.

Ma se era così, perché il caminetto era aceso?

Il rumore della legna che ardeva rimbombava nella stanza, dove tra le ragnatele e la polvere vagava uno spirito inquieto e Luke e Sandy ebbero l’impressione che qualcuno li stesse aspettando. Avanzarono salendo le vecchie scale verso i piani superiori, dove un lungo corridoio separava le stanze.

Uno alla volta con il cuore in gola, cercarono di aprire quelle porte, ma non trovarono che stanze abbandonate, dove i mobili erano ricoperti da lunghe lenzuola bianche.

Si avvicinava un brutto temporale, tuoni e lampi, illuminavano da lontano, quella strana casa in mezzo alla campagna e man mano che la notte calava,  la paura ineluttabile dell’ignoto cresceva sempre più.

La giovane Sandy presa dalla sensazione che qualcosa di terribile stesse per accadere, invitò il ragazzo ad andar via subito.

Il rumore dei passi che provenivano dal soffitto, quella strana sensazione di freddo che circondava i loro corpi e le candele accese nel corridoio le davano i brividi. Luke sembrava volere esplorare tutto, mentre la ragazza lo incitava a scapare.

L’orologio a pendolo, che si trovava in fondo al corridoio, scoccava la loro ora quando aprirono l’unica porta ancora chiusa e videro una strana luce rosse ed un’ombra alla finestra.

Il freddo che vagava in quelle stanze era diventato calore, un fuoco che scaldava e bruciava. Luke, sottovoce, chiese se ci fosse qualcuno e una strana risata iniziò a rimbombare fra quelle mura.

Non appena l’inquietante luce si affievolì, apparve la sagoma di un ragazzo.

Aveva i capelli neri e occhi rossi, come braci. Avanzò verso i ragazzi senza una parola, senza un cenno, si sentiva solo il rumore di un respiro, stanco e affannato.

Sandy spaventata urlava a Luke di fuggire, ma lui rimase lì come inchiodato al pavimento.

Quella strana ombra arrivò dinanzi a loro e solo le grida della ragazza, che aveva riconosciuto, nell’apparizione lo spirito di Frederick, risuonavano in quella cas.

L’ombra cercò di prendere Luke per trascinarlo nel suo mondo, ma non vi riuscì perché Sandy, dimenticato il terrore e facendo appello ad una forza quasi sovraumana, esaltata dall’adrenalina alle stelle, riuscì a trattenere e a portare via il suo ragazzo.

Sopraffatti dalla paura scesero le scale in fretta. Ad un certo punto, proprio quando erano ormai certi di non essere più inseguiti, videro Frederick in fondo alla scale, che li stava aspettando.

Il suo volto era agghiacciato, gli occhi saettavano e la sua risata non lasciava intravedere alcuna via di scampo.

Frederick afferrò, stringendo saldamente Sandy tra le braccia, mentre il terrorizzato Luke, implorava di lasciarla, senza poter fare nulla per salvarla.

I rintocchi dell’orologio si fecero sempre più lenti, il fuoco aveva consumato tutta la legna e Luke, solo e disperato, piangeva la perdita dell’adorata Sandy.

Cominciò a piovere, solo le urla del ragazzo, che chiamava la sua amata, risuonavano nella misteriosa casa abbandonata.

Passarono le ore, quando oramai tutto sembrava perso, Luke sentì suonare alla porta, andò ad aprire e vide la sua Sandy.

La felicità era tanta, da non rendersi conto che purtroppo la ragazza era diventata uno spirito e quando lei gli chiese di seguirla, lui non esitò, porgendole la mano, andò via con lei”…

Loredana Berardi

Il Fantasma del Teatro

Ospitiamo un breve estratto la cui autrice, già nostra collaboratrice della sezione Spazio Donna, si prodiga nel descrivere il mondo del teatro… attraverso gli occhi del fantasma del palcoscenico…


Eh, sì, c’è una bella differenza fra un auditorium e un teatro… a prima vista sembrano uguali e il pubblico si chiede per l’artista che differenza faccia la cornice… una bella differenza! Il sipario è forse uguale, il palcoscenico ha la medesima pendenza, forse, ma l’atmosfera che si respira è totalmente diversa… il teatro, un teatro degno di questo nome,  è un po’ magico… la polvere che le assi del palco creano, si deposita da anni, con buona pace degli allergici, è lei il simbolo della nostalgia che ti  prende quando sei lontano da un teatro per un po’…la polvere del palcoscenico, gli artisti la conoscono tutti… è la stessa polvere che dà alle quinte quell’aria un po’ di sogno e fa si che il gioco delle ombre cinesi che si proietta sul telone di sfondo acquisisca una nuova dimensione… in teatro lo spettacolo è doppio: il pubblico vede ciò che avviene davanti, sul palcoscenico; gli addetti ai lavori,  se riescono, vedono… le ombre cinesi… 

È divertente quando c’è un saggio di danza di qualche scuola… le piccoline…ormai sono tutte femmine… si divertono a spiare le grandi sul palco, ma siccome nelle quinte non le lasciano stare, loro si  mettono dietro… sanno che fra due teli dello sfondo c’e sempre uno spiraglio, anche se piccolo,  ma come arriva l’insegnante… via! Come gli stessi angioletti che interpreteranno di lì a poco… 

Gli artisti… sulla scena… con le luci contro vedono al  massimo fino alla terza fila… il resto del pubblico è immerso nella più completa oscurità… però tutti vedono loro e c’è sempre qualcuno, spesso un bambino, magari solo dentro, che dalle ultime file fa “ciao” con la mano… e l’artista vorrebbe vederlo, ma non riesce… magari il bambino è un amico o solo uno spettatore ma quel saluto l’artista non lo vede, sente solo gli applausi,  sì, quelli non sono coperti dalle luci…magari per un attimo un po’ di quella polvere onnipresente sulle assi, gli fa strizzare un occhio e lo spettatore del fondo crede che sia la risposta al suo saluto…

Ciao spettatore delle ultime file… non ti ho mai visto quando mi salutavi…ti saluto ora!

Elisa Baricchi

ESCLUSIVO: 4 chiacchiere con Dario Camilotto sul nuovo libro.

intervista

Dario Camilotto (autore de “Il Manipolatore di Sogni”, edito da Mursia), ci parla, in questa audio-intervista, del suo nuovo libro.

Buon ascolto!

Il cielo senza nessuna nuvola: sommario e sneak preview: l’Incipit

di Michele Brusati

 

Tornavento, Ticino lombardo, 1945. Un partigiano viene salvato da un agguato grazie all’intervento di un coraggioso sacerdote.
Bellengo, Ticino piemontese, 1958. Il sindaco democristiano del paese viene fortuitamente a conoscenza di quella storia; il prete in questione è sparito misteriosamente da anni; lui decide di celebrarla, ma a proprio piacimento.
Sia detto: il sindaco Barbero è pazzo. Ha capito che il paese, quattrocento anime scarse, sta per sparire. Ha deciso che per salvare un paese così piccolo occorre pensare in grande: e cosa c’è di più grande di una cattedrale? Quella cattedrale che dovrebbe sorgere sul Motto, a testimonianza indelebile dell’atto eroico di don Martinello? Ma, in un paese in cui la Dc ha preso il 99,9 % dei voti, non ci sarebbe nessun gusto a costruire una nuova chiesa senza un comunista a cui sbatterla in faccia.
Il comunista si chiama Scaroli. È lui lo 0,1% dei voti che manca all’appello. Sia detto: anche lui è pazzo. Entra di notte nel pollaio del placido don Silvano per fare scherzi di cattivo gusto. Vorrebbe scrivere un libro di fatti storici, ma conosce a malapena l’alfabeto. Lavora nell’unica osteria del paese ma è più bravo a sparare col fucile che a servire gli avventori. A volte riesce a svolgere queste due attività contemporaneamente. Ha messo da parte una bottiglia con un teschio sull’etichetta. La tiene sempre a portata di mano. Per la prima volta che il sindaco oserà varcare la soglia dell’Aquila Nera.
I due combinano ogni tipo di sotterfugio, litigano, si picchiano, si prendono a male parole, non risparmiano alcun tiro mancino. Salvo poi scoprire di avere intenti comuni, e anche una certa reciproca stima.
Il vero protagonista è però Bellengo, paesino dell’alta novarese, tra Piemonte e Lombardia, addossato, troppo addossato al Ticino. Tra motorette che non partono e covoni di grano ammassati nella pianura, tra fotografie sgranate che percorrono l’intero corso di un fiume e preti-coraggio che potrebbero essere, a seconda delle folate di vento, santi o farabutti. 
È Bellengo, ma è l’Italia del ’58 tutta intera. Incerta tra ovest ed est, tra il confessionale e la sezione di partito, tra radio e televisione, tra scriversi una lettera o parlare al telefono, tra accendere il trattore o comprare una Cinquecento. Un’Italia che non ha ancora conosciuto la parola boom, ma si appresta a farlo.

INCIPIT

Nelle vecchie fotografie Bellengo appare sempre in lontananza, messa sullo sfondo di qualcos’altro, un qualcos’altro sempre considerato più importante. Il ponte sul Ticino di Oleggio, ad esempio: e Bellengo nell’angolo in altro a destra, quasi un’intrusa sullo sfondo, sempre ed immancabilmente sfocata. Un matrimonio a Tornavento: foto di gruppo dei partecipanti tutti, e sullo sfondo il belvedere della valle, talmente bello che verrebbe voglia di chiedere a quelle persone di spostarsi, e lasciare la foto solo al panorama. In alto a sinistra, quasi mangiato dalla muffa, un gruppo di case raccolto intorno all’inevitabile campanile. Bellengo. 

Si tratta di vecchie fotografie in bianco e nero: polvere, ruote di carro, balle di fieno, gente forzatamente sorridente e gente sempre troppo rigida, con gli occhi resi aridi dal troppo sole; le mani nervose, il primo cappello che capita infilato in testa, sempre il solito, quello di paglia. Una pelle spazzolata con la cartavetra del 60. I volti rugosi scavati dal vento e intristiti dalla nebbia. Lo sguardo sempre rivolto lontano, alla pianura: che non potrebbe essere altrimenti, tutt’intorno c’è solo quella, ad ogni punto cardinale si giri lo sguardo. I covoni di grano. Stivali abbandonati ai margini dei campi. Il Ticino sempre lì nei paraggi, e sempre poco fotogenico. A guardarlo bene, in quel bianco e nero sgranato, sembra esattamente uguale a come lo si può vedere oggi: i riflessi del sole sull’acqua, i chiaroscuri che variano a seconda dei suoi cambi d’umore, le correnti a pettinare la direzione del fiume. L’espressione di chi sa qualcosa e non ha la minima voglia di rivelarla: perché è troppo divertente tacere i segreti, ed aspettare che si rivelino da soli, irrimediabilmente in malo modo. 

Cos’altro rivelano quelle fotografie? Gli uccelli che planano o si adagiano sui tetti, le mucche sempre assonnate, qualche carro malmesso che percorre una strada altrettanto malmessa. Il cielo senza nessuna nuvola. Le case simili a grandi cascinali. Le strade sagomate dai ciottoli, dalla polvere e dalla prepotenza dell’erba.

Lo Scaroli bisogna immaginarselo percorrere una di queste carrettiere, quella che si distacca dalla statale per immergersi nel Boscaccio ed arrivare a Bellengo, e poi se ne esce sul Ticino, e da lì non porta da nessun’altra parte. Non viaggiava né in carro né tantomeno in macchina: non aveva bisogno del primo e non aveva soldi per la seconda. Se ne andava in motocicletta; e, a dirla tutta, la Moto Guzzi non era nemmeno sua. In una di quelle foto sbiadite, scattata proprio in quegli ultimi scorci di anni ‘50, lo si può addirittura vedere sullo sfondo. Chissà se il fotografo sapeva di stare inquadrando una motocicletta lontana, chissà. La foto è questa: il paese preso dalla riva opposta del Ticino, con il campanile in primo piano, l’Aquila Nera, le case tutte ammassate e una motocicletta appena visibile, in lontananza, tra i tanti puntini della sgranatura. Un gran polverone dietro alle ruote; ma questo non si vede, risulta difficile distinguerlo dalla grana grossa e sfocata del bianco e nero.

Questo testo fa parte del volume “Il cielo senza nessuna nuvola” di Michele Brusati.
Disponibile in libreria.
Accorrete alla presentazione ufficiale del volume il giorno 17 aprile 2009 alle ore 18.00, presso la Libreria La Talpa di Viale Roma - Novara

Gros e Balos cap. 1

“Non ci sono più i massi di una volta, questo è certo!” esclamò Gros mentre, aggrappandosi agli sterpi ed al muschio, scalava un enorme macigno. Tra uno strattone ed un colpo di reni, l’esserino saliva rapidamente lungo la parte meno ripida del grosso sasso, situato proprio sul bordo di un minuscolo laghetto; e nel farlo, di tanto in tanto, esclamava pure strane frasi nella sua lingua, cose che è meglio non tradurre nè ripetere nel caso diciate in giro di essere persone ben educate. 
“Dai che ci sono quasi!” pensò, cercando di darsi un pochino di coraggio e di spinta in più per l’ultima acrobazia… quella con la quale avrebbe raggiunto la cima: afferrò fortemente e con entrambe le mani un lungo sbuffo di erba secca che stava proprio davanti a lui, mentre con i piedi si piazzò ben bene, poi diede una tirata fortissima (per un esserino non più alto di cinquanta centimetri) ed il suo corpo spiccò il volo, schizzando in alto ad una gran velocità, come un grillo che zompa tranquillo in un praticello… ovviamente atterrò esattamente dove voleva… o almeno dove avrebbe voluto, se quel sasso fosse stato propriamente “un sasso” e non, invece, un gigantesco troll di caverna che dormiva tranquillo con i suoi due bei piedoni ben accartocciati sotto il peso di un immane pancione e del suo testone che pareva un folto cespuglio di erbacce secche.
Con i due piedini leggeri, Gros atterrò preciso preciso all’estremità opposta del macigno, al di là del cespugliaccio secco che aveva notato e al quale si era punto aggrappato, proprio su quello che pareva un perfetto trampolino naturale, che invece era proprio il naso del nostro troll addormentato.
Con uno scatto robusto ed un ruggito pari a quello di un leone il troll, infastiditosi, diede uno scossone tanto forte che Gros volò ancora una volta in aria, pure più in alto di prima. E non dite che voi non avreste fatto lo stesso se prima vi avessero tirato tutti i capelli e poi avessero tentato di passeggiarvi sul naso!!!
Fu un balzo davvero memorabile. Non saprei dire a quanti metri di altezza Gros volò, ma mai la nostra tuffatrice aveva visto le cose che stanno per terra tanto piccine, questo ve lo posso assicurare!
Eh, sì, avete capito bene: Gros amava tuffarsi e per giunta era una femminuccia (proprio come tutte le altre dracs del suo villaggio e del resto di Tir-na-n-Og), e se questo per lei era un pregio di cui andar fieri, per quelli della sua specie, che abitano le acque di molti fiumi e laghetti di Tir-na-n-Og, era motivo di assoluto disprezzo, mai si erano viste dracs in Tir-na-n-Og tuffarsi, farsi notare ed addirittura elogiare dai viandanti: le dracs, normalmente, stanno nascoste sott’acqua, nelle loro tane e ne escono solo per catturare i pesciolini di cui si nutrono (anche se non disdegnano i bagnanti, di qualunque razza essi siano!), ed anche quando capita che se vanno in giro per sentieri e boschi rimangono nascoste agli occhi, perchè hanno il dono dell’invisibilità. Gros era davvero una dracs “fuori dal normale”, anche se molte tra loro parlando di lei usavano solo la prima delle tre parole tra virgolette. E non pensate che le dracs siano mostricciatoli sempliciotti perchè sbagliereste, ed “alla grande” pure; perchè la dracs è forse tra le creature più curiose e comari di tutto Tir-na-n-Og, per non parlare del suo grande interesse per la moda e le parlate in gergo… Più una dracs, infatti, conosce parole e forme gergali particolari, più diventa popolare tra la sua gente, ed è più rispettata. Si potrebbe dire, allora, che tutte le dracs erano un pochino “fuori”; Gros lo era perchè faceva i suoi tuffi ed amava scalare i sassi per lanciarsi a perdifiato nei laghetti, ma non pensate che le altre fossero da meno: nascoste nelle loro tane, molte di loro amavano fare cose davvero strane come giocare a scacchi contro sè stesse o leggere i libri alla rovescia, dall’ultima pagina, per cercare di capire come fosse l’inizio!
Ma dove eravamo rimasti… ah, già, al volo della nostra povera Gros… Niente male, tanto sta ancora dove ce l’abbiamo lasciata: con la testa tra le nuvole, letteralmente!
Mai in vita sua Gros aveva provato una sensazione tanto fantastica: durante il balzo si prodigò in decine e decine di piroette, balzotti, proiezioni e stravaganti figure di sua creazione che mai prima di allora aveva potuto sperimentare tutte insieme. Fatta l’ultima capovolta il suo corpo dovenne un perfetto filo a piombo, assunse una postura degna del miglior tuffatore olimpionico e si intrufolò tra le minuscole ondine del laghetto quasi senza provocare alcuno spruzzo… Quello fu un tuffo memorabile.
Passarono pochi istanti, poi, cautamente, Gros riemerse con la testolina fuori dall’acqua per controllare dove fosse il gigantesco figuro che l’aveva scaraventata a fare un giro tra le stelle… ma anche strabuzzando gli occhietti non vide più alcun troll, nè tantomeno strani sassi da altri parti: sul laghetto era scesa una calma quasi irreale, un silenzio innaturale, segno che la presenza di qualcosa lì nei pressi aveva convinto gli uccellini, i caprioli, di cui quelle foreste erano stracolme, e persino gli animali più grossi e selvatici come i lupi a starsene belli zitti. 
Gros aveva capito sicuramente che quel mostruoso essere era un troll, anche se non ne aveva mai visto uno prima!!! Certamente, però, non sapeva di essere tra le pietanze più ricercate sui menù dei migliori ristoranti di Grumass, la capitale del regno di quei giganti. Sono sicuro che fu tutta colpa della curiosità e di una buona dose di incoscienza se la nostra spavalda sbucò rapidamente fuori dall’acqua e si addentrò dove un dracs di buon costume non dovrebbe andare mai… nel fitto della boscaglia, e ben visibile per giunta, sulle tracce di quella creatura gigantesca. 

Gros e Balos cap. 2

Percorse molte centinaia di metri lungo quel sentiero ripido e sconnesso, saltando grosse radici di quercia che sbucavano dal terriccio e correndo come una pazza, ma il suo passo, pur rapido, non era nulla in confronto a quello di quel gigantesco essere… tanto chè quando furono passati dieci minuti il bestione, al riparo dell’ombra degli alberi, era già arrivato in cima ad una collinetta poco lontana, mentre Gros era ancora a metà strada, a vedersela con radici, felci e robusti rami sporgenti delle piante di mora. 
Saltellando da un sasso all’altro, Gros ebbe modo, in quei minuti, di pensare a quanto la sua vita fosse particolare: tutto sommato nessuna delle sue compagne dracs amava avventurarsi nella boscaglia, e figuriamoci poi quante avrebbero inseguito un troll! Eppure le piaceva essere così, amava fare cose rischiose, azzzardate ed era quasi ossessionata dal pericolo.  Era davvero una dracs “fuori dal normale”… Ma questo era il suo segno distintivo, ciò che la rendeva speciale, diversa dalle altre… del resto, comunque, non le era mai piaciuto particolarmente nè il giocare a scacchi nè tantomeno leggere.
Iniziò a sentirsi un po’ affaticata quando il sentiero divenne ripido ed erto. Gli arbusti ed i cespugli spinosi di more si fecero più radi, segno che stava dirigendosi verso il sommità di una collinetta non molto alta. Di colpo, dopo aver svoltato bruscamente a sinistra, il sentiero si andava a tuffare in un ampia radura di erba verde. Gros capì subito di trovarsi sulla cima del Calvocolle. Non ci era mai stata prima, ma aveva sentito dire dalle più vecchie dracs della sua tribù che era molto meglio star lontani da quella altura, che lì avvenivano cose strane delle quali non era bello interessarsi.
Calvocolle era una piccola collinetta, situata poco distante dal laghetto in cui viveva la nostra Gros, ed era considerata alla stregua di una zona proibita, situata ai limiti del territorio della sua tribù e di rado qualche dracs nel passato vi si era avventurata. Sulla cima di Calvocolle vi era, appunto, una grande distesa verdeggiante, era corta e ben rasata ed aveva un buon sapore, fresco e gentile come il sole di primavera. Sul cucuzzolo, poi, vi erano tre gigantesche quercie disposte a triangolo; davanti ad ognuna di esse, rivolte verso il centro del triangolo, stavano altrettanti enormi massi grigiastri conficcati nella terra, come se qualcuno ce li avesse piantati nella speranza che crescessero e germogliassero degli improbabili “fiori di roccia”… Gros si nascose dietro un piccolo cespuglio di more, facendo attenzione a non pungersi con le spine, e sbirciò la scena tra una mora e l’altra. L’enorme troll se ne stava bell’e steso all’ombra dei grossi monoliti, all’interno del triangolo di quercie, con la panciona all’aria e la canottiera coperta di terra e sassi che gli usciva dai pantaloni e metteva in mostra un ombelico peloso ed irriverente. Gros ne parve nauseata… e pensare che fino a poco prima l’aveva scalata quella enorme massa puzzolente!
Lemme lemme si avvicinò al bestione, procedendo in direzione di una delle quercie. Mica lo sapeva perchè stava comportandosi così pericolosamente, però sentiva che doveva in qualche modo capire perchè quel mostruoso essere si trovasse lì; perchè venisse a pisolare proprio nelle terre della sua tribù; magari c’era qualche pericolo nascosto in quella faccenda? Decine di domande si accavallavano nella testolina di Gros mentre, sempre soppesando ogni passo, si era ormai portata a pochi metri dal troll… o per meglio dire dalla testa del troll… perchè se dalla testa ci saranno stati solo un paio di metri di distanza, dai piedi ce n’erano almeno dieci, una distanza incredibile per un dracs!

Gros e Balos cap. 3

 

Il troll se ne stava tranquillo a godersi l’ombra fresca, sdraiato tra i grandi monoliti che erano alti quanto lui. Dal basso Gros non riusciva  a vedere se avesse gli occhi chiusi oppure fosse ben sveglio, magari pronto per mangiarsela in un sol boccone. Eppure c’era qualcosa in quel bestione che la obbligava ad avvicinarsi, un feeling tutto speciale… qualcosa che non aveva mai provato prima. Allora Gros, non facendo nemmeno il più piccolo rumore, si avvicinò all’orecchio del gigante. Tanto vicino da poterlo toccare.
Avrebbe voluto dire qualcosa al bestione, qualcosa per non spaventarlo, qualcosa per non farsi mangiare innanzitutto!! Ma le cose le parvero di colpo più difficili del previsto. Infatti le venne in mente che, in primo luogo non conosceva nemmeno una parola nella lingua del macilento mostro, e che per di più non poteva parlargli nemmeno nella sua lingua perchè difficilmente il gigante avrebbe avuto dei rudimenti della strana lingua gutturale delle dracs. 
Rimase lì alcuni istanti, immobile, con il fiato pronto in gola, ma incapace di emettere alcun suono… poi a parlare fu stranamente il grande troll, la cosa curiosa fu che parlò proprio nella lingua delle dracs…
“Non ci sono più i massi di una volta, questo è certo!” disse, arrivando quasi a smascellarsi, tanto quei suoni erano complicati da pronunciare per le sue mandibole poco articolate.
Gros rimase allibita, assolutamente stupefatta… quelle erano le esatte parole che aveva detto quando aveva scalato in prossimità del lago quello che le era parso un grosso macigno. Gros le aveva sentite… e così bene da ricordarle e ripeterle quasi alla perfezione non appena sarebbe stato il momento più opportuno. Se ne stette assolutamente immobile, occhi rotondi e labbra spalancate accanto al grosso orecchio del troll, poi, quando questi ruotò lentamente il capo verso di lei, balzò di scatto indietro, spaventata e pronta a fuggire.
Il troll la osservava, fisso fisso negli occhi, in quei due occhietti rotondi e impauriti. Poi, sempre disteso, sbuffò con forza e quasi Gros non volò via per il vento che uscì da quella caverna che quel mostro aveva al posto della bocca. “Ba   lo  sssss” grugnì un paio di volte il troll, facendo attenzione a separare le sillabe. Poi attese, sempre fissando insistentemente.
Il troll, vedendo che la piccola dracs sembrava non capire, sollevò allora un braccio e, sempre da disteso, si batte più volte sul petto con forza, poi disse di nuovo “Ba   lo  sssss”.
Una lucina si accese nella mente intimorita di Gros… quel mostro, all’apparenza dotato della medesima intelligenza di una formica, si stava PRESENTANDO, e con educazione per giunta, cercando di non spaventare la piccola creatura che aveva di fronte. Con la sua voce spiccatamente gutturale Gros, quindi, si battè anch’essa due volte la mano sul petto e disse il proprio nome.
Il troll chiuse gli occhi e, guardando il cielo terso sopra di loro, disse “Grrr… ossss… Gros”, poi sorrise; e sorrise anche Gros, mentre dall’alto dei suoi cinquanta centimetri tirava un bel sospiro di sollievo; tutta l’ansia era ora scomparsa del tutto.
Lento e goffo, il gigante si piegò su sè stesso, poi allargò le braccia e le raccolse al ventre, assumendo la medesima postura che aveva quando la dracs lo aveva scambiato per un sasso. In effetti la strana e bozzuta forma della sua schiena, i vestiti sporchi di terra, rocce e muschio e la testona coperta di capelli grigi e beige che sembravano erbacce gli davano l’aspetto a dir poco terrificante di un mostro in attesa di fare un agguato. Balos si pose a gambe raccolte, proprio davanti a Gros, la testa era ripiegata in avanti, le braccia anch’esse raccolte sotto la grossa pancia. i due grandi occhi ancora fissi in direzione della dracs. Si intuiva fin troppo bene che stava pensando qualcosa da dire: così Gros, cercando di assecondarlo e semplificare per il troll l’arduo compito della comunicazione, portò rapidamente le mani dietro alle orecchie, quasi a dire al nuovo amico  “sono tutt’orecchi, qualsiasi cosa tu debba dire!”
Il troll parve capire e compiacersi di riuscire a comunicare con la sua interlocutrice; tra i troll quello dei gesti è di certo il linguaggio più utilizzato, ed in qualche occasione particolare esso viene accompagnato da grugniti, allo scopo di dare più “corpo” alla propria espressività (Come se quello che mancasse nella comunicazione di un troll fosse il “corpo”… di quello, vistene le dimensioni, ce n’è proprio abbastanza!). Chissà quanto doveva essere strano per un troll, che solitamente è un nerboruto bestione abituato a distruggere tutto ciò che si trova di fronte, avere un dialogo con un esserino tanto piccolo… 
Balos provò un’immensa gioia e sorrise ed una lama dentuta unì improvvisamente le due orecchie a sventola del gigante, i suoi occhi divennero due enormi mezzelune, seguì un lento grugnito di compiacimento. 
Improvvisamente il grosso troll, comprendendo che l’esserino capiva quello che diceva e lo stava ascoltando con attenzione, si volle divertire ad interloquire con lui, si alzò in piedi, pose una mano sulla pancia e pronunciò il suo nome, poi protese la mano dicendo stavolta perfettamente il nome della piccola dracs ed indicò.
“ Balos Gros… Gros Balos” poi grugnì di nuovo, quasi a compiacersi di sè stesso e della propria “spiccata” intelligenza.
Gros impallidiva sempre di più di secondo in secondo. Per un attimo gli passarono per la testa un milione di domande da fare a Balos: da dove venisse, dove stesse andando, cosa fossero quegli strani sassi piantati nel terreno sulla cima di Collecalvo, perchè si fosse recato proprio lì, cosa facesse disteso per terra e soprattutto… se avesse cattive intenzioni.
Sfortunatamente non chiese nulla di tutto questo al grande troll. A bocca aperta, osservava il gigante alto quanto le quercie frugare tra i rami dei tre piantoni e strapparne un grosso mazzo di bacche e rami fioriti. Balos raccolse tutti i rami che poteva… ed erano grandi quanto alberi per la piccola Gros, ma questo non importava. Poi ne fece una fascina, legandoli con una delle cordicciole che gli chiudevano i pantaloni, fu il più grosso “mazzo di quercia” che sia mai stato visto in tutto Tir-na-n-Og. 
Con orgoglio lo porse alla dracs (ed il mazzo erano grande almeno dieci volte la piccola). Gros capì che il gigantesco Balos stava omaggiandola di un dono ed accettò. Fece un sontuosa riverenza degna di un re, alla quale Balos grugnì sereno e soddisfatto. 
Il sole era ormai basso sull’orizzonte e finalmente il troll, dopo il lungo riposo all’ombra delle quercie, protetto nel magico cerchio di monoliti dalla luce del sole che lo avrebbe reso pietra, poteva  riprendere il suo cammino; così si diede una bella stirata, sbadigliò vigorosamente e si avviò, lento, giù per il pendio della collina tenendosi con una mano i pantaloni ormai pencolanti, finchè il suo testone ricoperto di erbacce nel crepuscolo non iniziò a confondersi con le cime degli alberi. Prima di scomparire del tutto, però, Gros vide un grosso braccio alzarsi tra due piantoni di sambuco e castagno e sentì la voce di Balos urlare il suo nome seguito da un lungo grugnito.
 
Epilogo
Passarono molte settimane, ma con tanta fatica ed una precisione a dir poco incredibile Gros riuscì a trascinare giù da Calvocolle sotto gli occhi delle altre dracs tutti i singoli rami che componevano il “mazzo di quercia” regalatole da Balos; e alla fine, ad impresa compiuta, oltre alla soddisfazione di aver ancora con sè il regalo fattole dal suo amico troll, Gros venne anche decretata la dracs “più alla moda dello stagno” e la sua tana di quercia, con il suo intreccio fatto di fiori e bacche e le foglie arrotondate fece tendenza tra i dracs, dapprima nel suo specchio d’acqua e successivamente tra i dracs dei laghi e dei fiumi vicini e così oggi, quando a Tir-na-n-Og vedete degli strani ammassi di rami di quercia spuntare ai lati di un fiumiciattolo o ben nascosti tra i canneti di un lago, sapete che da qualche parte un dracs vi sta osservando, invisibile, dall’alto di un masso… che potrebbe sempre essere un troll mimetizzato; chi lo sa.

Capodanno a Tir-na-n-Og

Immagina uno stretto passo tra i monti, dall’evanescente luna che si stacca dal terso manto stellato proviene una luce fioca, dai riflessi argentati. La tua armatura sembra risplendere nella notte, la lama della tua spada brilla di luce propria, sembra vivere delle vite che ha rubato ai tuoi nemici, nei tuoi tanti anni di duelli e combattimenti. Se avesse un’anima ora anche lei sognerebbe, ma visto che è solo un freddo pezzo di ferro, guardandola, essa tiene vivo in te il contatto con tutto ciò che ti circonda: con gli alberi, con le foglie e con le anime dei tanti spiriti che popolano la Tir-na-n-Og.
Attorno a te vedi alcuni amici, compagni di ventura provenienti dalle regioni più disparate, si riprendono dalla pesante marcia della giornata al caldo tepore di un focolare e ti chiamano, ti vogliono accanto a loro per raccontarti una storia che parla di eroi e di grandi avventure, una storia che affonda le sue radici nei millenni di un mondo senza tempo, in cui il male domina e la speranza persiste forte e sola nel cuore degli eroi. 
Riponi la tua arma nel fodero e ti avvicini al fuoco, il calore forte e secco ti avvampa, chiudi gli occhi, ed in quell’istante ti senti come a casa, come se qualcuno avesse acceso l’interruttore della tua fantasia e tu ora fossi libero, capace di volare lontano da quei lidi desolati, a cavallo di un fatato destriero su di una prateria sterminata, con i capelli nel vento e gli occhi socchiusi, sul punto di lacrimare.
Ciascuno dei tuoi compagni pensa a mille cose: a progetti per il futuro, ai più grandi errori fatti in passato, alle pene della vita ed ai dolori sempre più forti con i quali un destino, spesso bastardo, mette alla prova la nostra fede nel futuro. 
Non è una notte come tante altre, però; è la notte più importante dell’anno, quella che segna la fine e l’inizio di un anno: mentre nelle locande si festeggia, si canta, e nelle taverne si beve e si cerca una compagnia per la notte, è ai poveri viaggiatori cui quella luna argentata volge il suo sguardo lontano. Li vede tutti in cerchio, attorno a quel fuoco scoppiettante, quasi in attesa di un messaggio che non giunge… ed allora da un lato all’altro della notte si stacca uno di quei puntini lontani, attraversa tutto il cielo come un messaggio, indica il nord, un punto all’orizzonte, lontano come un sogno.
“Tanti auguri…” dice un guerriero Sidhe avvolto in un pesante mantello color delle rocce; e dalla parte opposta del cerchio una donna, un’elfa, annuisce, alza un rudimentale calice in direzione della luna, ringrazia e ricambia. Tutto il gruppo annuisce e l’elfa intona un canto antico, melodioso, che echeggiava in tempi andati nelle vallate attorno al Mynidd Llyn, ai piedi del monte degli dei. Il calore della sua voce scalda i cuori, obnubila i pensieri, rende schiavi di un sogno che, di certo, durerà un anno intero e porterà fortuna e speranza di nuovo nei cuori di tutti.

Nelle terre di TirnanOg
Occhi di Cielo il Verdefoglia

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