La Luce della Cupola

Credo che tutti i novaresi almeno una volta nella vita abbiamo fantasticato su qualche mistero della Cupola. Quel genio bizzarro dell’Antonelli ci ha regalato un simbolo speciale e affascinante. E l’idea di un grande vecchio, di un disegno magico, di un portento culturale sfiora come una carezza o un brivido quando la guardi, quando nella notte sembra un faro che sa, orienta, vigila.
A me piace l’infinito dell’immaginazione. Puoi inventare o leggere un messaggio, puoi elaborare e mescolare emozioni e ipotesi. Puoi intrecciare storia, leggenda, sogno. Che meraviglia! E ora più che mai, impossibile spiegare perché, cerco in quella maestosa altezza qualcosa che sia radice, legame, percorso. Una ragione, mille possibilità. O forse solo un trionfo di desideri e un po’ di voglia di leggerezza. Quella soave, insomma il beato calore della spiritualità immediata, quella semplice e naturale che ti schizza fuori dal cuore. Ma non è un momento morbido di distrazione. No, signori. E’ una caparbia urgenza. Quella di avere un pezzo di terra e cielo tutto da amare.
Lo so, a volte il volo libero del pensiero può come farneticazione. Ecco, intuisco possa invadervi la sensazione di un exploit strampalato. Francamente me ne infischio. In definitiva credo che non si possano esprimere solo concetti comprensibili e condivisibili. Anzi. Qualche volta per fortuna ci è concessa licenza di stravaganza, evviva!
Questa è una di quelle stupende occasioni per togliersi l’armatura, spogliarsi dagli inutili orpelli e divorare l’aria con gioia. Fino all’assurdità, al paradosso, al gioco estremo. Che bello. Una Novara tutta da scoprire e da colorare, con il sussurro del passato, la potenza dei sentimenti, il candore delle fiabe. La forza di narrare la Cupola è una sfida per la vita. Penso a un Architetto che ha cucito l’arte con l’ambizione, magari cogliendo qualcosa nei luoghi e nei loro profumi che gli ha mosso energie e risorse oltre ogni maestria. Possiamo sorridere, largamente. Possiamo anche commuoverci un po’. O starcene in silenzio, sospesi tra ammirazione e curiosità.
Nulla è impossibile. O quasi nulla, se vogliamo ostinarci alla prudenza o allo scetticismo. E allora non è insostenibile l’incanto di una chiave che tiene chiuso il forziere dei gioielli segreti, delle risposte, dei piani e delle strategie. Tutto ha una vocazione, forse. Ogni cosa ha un ruolo e un senso, non è detto ci sia dato di conoscerli…ma possiamo girovagare tra realtà e chimere per indagare, per rimuginare, per sollazzare l’anima.
D’accordo, adesso sbufferete per il tempo perso dietro il mio apparente delirio. Poi ci tornerete su, lo so, anche se non lo ammetterete mai. Lo farete nella vostra intimità, nel viaggio di meditazioni interiori, in qualche sprazzo di frenesia o di pace. Lo farete rincasando sotto la Luce della Cupola. Perché non sono io ad azzardare acrobazie mentali ma la cupola ad ispirarle.

Irene Spagnuolo

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Novara che verrà

Con la straordinaria geografia che ci circonda l’abbiamo trascurata, sempre. Milano, i laghi, le piste da sci e pure il mare a un palmo da noi. E risaie, fabbriche, caserme, opportunità, ricchezza. Un passato fortunato e prospero, ecco. 
Ma le condizioni cambiano, la crisi stravolge gli assetti, le certezze si sgretolano. Un poco alla volta è mutata la scena e noi ci troviamo tra le mani una città diversa, meno solida forse, in faticosa trasformazione.
Novara un po’ quieta un po’ schiva osserva in silenzio. Non ama la ribalta e non esterna le paure, le ansie, le disperazioni. Aspetta e spera. O si muove lentamente, con dignitosa fierezza e con un pizzico di presunzione qua e là, come se il buon vento dovesse spirare ancora e presto.
Il fermento delle grandi opere, i festival, gli eventi, i richiami sportivi sembrano aprire tanti spiragli. Come nuovi orizzonti, strade diverse da imboccare, un futuro da inventare. Insomma uno splendido centro che vive una felice stagione di restauri, dal Castello alla Basilica di San Gaudenzio, dal Broletto alla Barriera Albertina, può offrire una chance importante. Finalmente Novara, con i suoi caratteristici portici, la magnifica Cupola, l’interessante Battistero e una graziosa struttura storica nella quale aggirarsi e ammirare vicoli e palazzi, potrebbe scoprire la vocazione turistica!
Accogliere, insomma. Attrarre visitatori, calamitare interesse artistico, fornire una rete di stimoli di speciale spessore. Il calendario degli appuntamenti culturali, musicali, ricreativi è davvero accattivante. Il motore è caldo. Le prospettive sono allettanti.
Mi auguro che siano i suoi abitanti a rendersene conto, ad accettare con gioia questa direzione, a crederci, a percorrerla. E’ questione d’amore. E questa è la nota dolente. Siamo pessimi amanti, in questa curiosa città. Trattiamo male, snobbiamo, critichiamo la nostra casa, la nostra terra, la nostra realtà. Sbuffiamo di noia, magari. Ma non muoviamo un dito per bandirla, la noia. Ecco, il salto dobbiamo farlo noi. Le potenzialità della città non bastano se i novaresi, gli esercizi commerciali, le strutture ricettive, i locali non dimostrano rispetto, impegno, affetto. Mettiamoci pure l’interesse, accidenti. Che altrimenti il domani potrebbe non essere roseo…
Troppo seria però questa riflessione. Pare una predica. E allora infiliamoci l’ironia, punzecchiamo un po’ lo spirito classico e austero del cittadino novarese che corre troppo serio anche quando non ha meta e orario. Spruzziamo la polverina del solletico, facciamo dilagare la risata, svegliamo l’intraprendenza. Tra caricature e carezze di incoraggiamento potremmo riuscire a entusiasmare tutti. Perché ci vuole slancio, grinta, magari pure audacia e fantasia! Vivacità, signori, suvvia. Rimboccarsi le maniche può rivelarsi addirittura divertente. E non solo facendo di necessità virtù. Anche tornando a respirare il piacere di vivere e far vivere la città.
E adesso i toni sono quelli dell’appello: abbracciate la città!!!
Invece di farci irretire sempre dall’orto del vicino facciamo bello e florido il nostro orto. Invertiamo la tendenza: invece di andare noi a caccia di qualcosa altrove strizziamo l’occhio al mondo intero affinché si precipiti da noi…
Volete uno slogan di chiusura più scoppiettante e meno sentimentale? E’ qui la festa!

Irene Spagnuolo

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No shopping no party

Basta accomodarsi tra i passi inquieti dell’ora dello shopping per respirare l’alito pesante di qualche griffe tarlata. E’ come avere la crisi tra le dita, incrociarla negli sguardi, sorprenderla in qualche capo usurato appunto. Mania su mania, accidenti. Che il delirio stenta a scemare, si sa. Ma quelle borse, quelle cinture, quelle scarpe esibite con tronfia fierezza hanno provenienze dubbie, talvolta. Oppure sono datate, sbucano da vecchie collezioni, vengono da qualche generoso outlet.
Nella provincia di un nord che l’opulenza, quella vera, crede ancora di conoscerla o di poterla riagguantare in un lampo di speranza e pazienza, i portici sono passerelle di trendy mania. Con tutto il trucco di circostanza. Insomma non solo il maquillage da aperitivo d’ordinanza. Pure quella cocciuta faccia fashion. Complice la sbornia collettiva, quella della tenacia del benessere anche se presunto o vacillante, tutti esibiscono il meglio della somiglianza al diktat della moda.
Beati gli esclusi, scappa di pensare. Poveracci ma liberi. Ovvero saggi, ecco.
Ma nel sorriso sornione della città a misura di vizi e ostentazioni c’è per fortuna anche una paradossale ironia. Tutti si ridono addosso. Tutti si lagnano di quella morsa dalla quale si fanno orgogliosamente stritolare. Tutti stanno stretti nella città che non vorrebbero allargare mai.
Curiose creature quelle che si muovono nella dimensione del tutto e del niente, barcollando un po’, ansimando un po’, schiamazzando un po’. Ti verrebbe pure di prenderle a schiaffi, molte volte. Per rabbia o delusione. Ma alla fine stare alla finestra ad osservarle è uno spasso che non puoi perderti. Vorresti svegliarli dal torpore del gossip piccino, delle borie sciocche, dei sogni futili. Però non avresti più il sollazzo delle loro frenesie.
L’unica cosa che talvolta non puoi proprio sopportare, neanche armandoti di una leggerezza quasi portentosa, è la conversazione. D’altra parte, suvvia, non possiamo chiedere troppo allo charme del party fashion. Occorre deglutire e digerire più o meno qualsiasi cosa. Cercando di non farsi tradire dallo sguardo. Quello perplesso, spossato, sgomento…
E ricordarsi che qui comincia un’avventura zeppa di pagine e pieghe. Ci sarà tempo per gioire, soffrire, tirare un sospiro di sollievo. Pure scivolando dolcemente tra i passi inquieti con uno straordinario straccio da bancarella…

Irene Spagnuolo

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