Una inedita indagine profondamente legata al territorio
delle province di Novara, Vercelli, Biella e Verbania
nel suo aspetto di ricerca sul posto è stata
presentata al Museo di Villa Caccia a Romagnano Sesia.
Il lavoro, raccolto nel volume di Salvatore Fiori
pubblicato a cura dell’Ordine degli Architetti
PPC delle province di Novara e VCO, s’intitola
“Il torchio a peso detto alla latina”
ed è un minuzioso studio su una delle enormi
macchine dell’antichità che è
giunta fino ai nostri tempi senza sostanziali mutamenti,
in grado di migliorare notevolmente la produzione
agricola che passava da una gestione di tipo familiare
ad una che comprendeva ormai intere collettività.
Se ricerche e studi sui prodotti locali dell’agricoltura
derivanti dall’utilizzo del torchio come vino,
olio e sidro abbondano, ben poco era stato fatto per
conoscere bene lo strumento da cui tali prodotti si
ottenevano, una macchina di grandi dimensioni che
ha origini molto antiche, risalenti all’epoca
romana, e non, come erroneamente si è definita,
“leonardesca” (in epoca rinascimentale
i torchi aveva già raggiunto da secoli il massimo
delle loro possibilità).
Grandi locali di torchiatura sono raffigurati alla
Villa dei Misteri di Pompei, alla villa Stabiana di
Gragnano e a villa della Pisanella presso Boscoreale,
da dove si sono mosse fondamentali ricerche archeologiche
sui torchi, e citati in testi di Catone, Plinio, Vitruvio.
Le macchine stesse prendono il nome di questi autori
latini che le descrissero (di Catone se con leva azionata
da corde e funi, di Plinio se con vite senza fine,
di Vitruvio come perfezionamento della precedente
e giunta immutata a noi nel corso dei secoli). La
disamina di Fiori affronta dal punto di vista storico
e dell’evoluzione tecnologica la descrizione
dei torchi, rilevandone la diffusione sul territorio
del Piemonte nordorientale e censendo i luoghi dove
ancora esistono o sono esistiti esemplari di torchi.
Dal momento che non ci si è potuti basare su
opere precedenti che affrontassero l’argomento,
la ricerca ventennale dell’autore (partita come
tesi di laurea in architettura) ha dovuto basarsi
su lunghe indagini su testi storici d’ambito
strettamente locale, che hanno condotto alla scoperta
di una regione, quella ossolana, in cui la presenza
dei torchi è molto densa, per quanto spesso
di difficile approccio: questi grandi monumenti in
legno giacciono abbandonati in sperdute baite di montagna,
in frazioni ossolane isolate che per loro stessa natura,
comunque, garantiscono una riserva di ulteriori sorprese
e di apertura a nuove fasi di ricerca. Il libro di
Fiori è concertato in modo tale da risultare
subito affascinante, anche per non addetti ai lavori:
anzi, forse proprio chi ha scarsa dimestichezza con
l’argomento trattato finisce gradualmente per
maturare un vivo interesse, grazie a quell’approccio
di tipo archeologico, improntato sulla ricerca di
queste macchine che recano impresse nella propria
struttura il segno del trascorrere dei secoli, il
sapore della storia, il fascino dell’oggetto
arcaico sopravvissuto sino ai giorni nostri. Se è
impossibile ricostruire l’identità degli
anonimi artigiani che hanno costruito queste possenti
macchine, tuttavia essi hanno inciso nel legno date
(spesso più di una, a conferma di successivi
lavori di restauro), sigle e addirittura intere frasi
che ogni tanto permettono di risalire ad una identificazione
certa del costruttore (è il caso del torchio
di Mottalciata, che reca la “firma” Barbero
Giacomo e la data 1698, e di quello di Sizzano, con
il nome del falegname maranese Francesco Borsotti
e la data 1813, che però indica solo il restauro
del torchio, molto più antico e risalente al
XV secolo). Molti torchi sopravvissuti sono ancora
in perfetta efficienza e hanno lavorato fino alla
prima metà del XX secolo, alcuni sono in pessime
condizioni, altri sono ormai scomparsi ma la loro
esistenza è testimoniata dai loro resti, in
special modo dei contrappesi granitici che sovente
recano impresse le date.
In provincia di Novara i torchi più spettacolari
e antichi sono quello, imponente, di Carpignano Sesia,
con un pressoio lungo oltre 12 metri ricavato da un
colossale tronco di rovere (datato 1575), donato da
Bernardino Ferrari al canonico Gio. Francesco Pinzio
ed infine giunto alla proprietà della parrocchia
carpignanese, e quello di Sizzano, di proprietà
della famiglia Tornelli, costruito nella seconda metà
del XVI secolo, più volte restaurato e attivo
fino al 1930. Secondo i dati raccolti da Fiori i torchi
superstiti nelle quattro province considerate, che
anticamente corrispondevano al contado di Novara,
sono oltre una ventina, quelli segnalati dodici, altrettanti
quelli scomparsi. Ma i numeri potrebbero mutare, visto
che l’Ossola si è rivelata come uno scrigno
pieni di tesori, tutti da scoprire. Presenze ingombranti,
a volte gigantesche, queste presse provenienti dal
passato avrebbero evidenti difficoltà di conservazione
in ambito mussale e quindi sono lasciate là
ove sono state costruite, subendo l’usura del
tempo, mantenendo però il loro antico fascino.
In attesa di essere magari riportate a nuovo fasto,
recuperate e restaurate, tolte dalla loro condizione
di “fossili” di un mondo che non c’è
più e di una civiltà che si è
ormai trasformata ma che non dovrebbe essere dimenticata.
Michele Tetro