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Pedofobia,
il vero nemico |
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"La mia preoccupazione non è tanto la
pedofilia quanto piuttosto la pedofobia, una cultura
straordinariamente diffusa che odia i bambini. Questi
ultimi in realtà non sono mai stati tanto amati
neppure in passato. Un tempo se ne facevano molti
perché così c’erano braccia in
più per il lavoro nei campi, nelle fabbriche,
per pulire le case. Abbiamo dato poco ai bimbi e continuiamo
a farlo. Anni fa è crollata una scuola, non
un banca. Già, perché i luoghi dove
custodiamo i nostri soldi sono costruiti bene, con
il cemento armato, mentre i nostri figli possono essere
custoditi tra tra pareti di carton gesso”.
E’ una riflessione amara quella che Paolo Crepet
condivide con la platea dell’auditorium della
Banca Popolare di Novara in occasione del convegno
“ Riconoscere l’abuso”, promosso
dal centro ricreativo per bambini “Birichino”.
Una dura critica alla società, dalle famiglie
alla scuola, incapaci di rapportarsi all’infanzia
in maniera costruttiva e soprattutto di offrire un’educazione
sana che accompagni i bambini dall’infanzia
all’adolescenza fino all’età adulta
senza mortificarli, tarpare loro le ali, renderli
fragili ed insicuri.
Crepet torna con i ricordi ai tempi in cui andava
a scuola e alle punizioni corporali che venivano praticate,
dalle bacchettate sulle dita alla costrizione ad inginocchiarsi
sui ceci. “Ho passato una settimana dietro la
lavagna, arrivai a pensare che fosse un separè.
I tempi sono cambiati e di recente si è fatta
largo a fatica il motto “Giù le mani
dai bambini”. Ma ci sono voluti molti anni,
d’altronde la dichiarazione dei diritti dell’infanzia
è di molto posteriore a quella dei diritti
dell’uomo. Prima vengono sempre gli adulti.
Io concordo con Margherita Zoebeli che, nel 1943 arrivò
dalla Svizzera a Rimini, quell’anno quasi rasa
al suolo dai bombardamenti. Andò dal sindaco
e disse di voler contribuire alla ricostruzione della
città, di voler cominciare da un asilo perché
una comunità comincia da un sogno, da una speranza.
La Zoebeli chiese che i davanzali fossero posizionati
a 30 centimetri dal pavimento in modo che i bambini
non dovessero alzarsi sulle punte dei piedi per vedere
fuori, la maestra avrebbe invece potuto piegarsi.
La sua richiesta non fu accolta perché abbiamo
continuato a pensare a noi. Quante scuole brutte ho
visto. Mi infastidiscono gli asili bianchi, privi
di fantasia ed emozione. Avete mai visto un giocattolo
bianco? Le camere mortuarie sono bianche, le bare
dei bambini sono bianche… E’ come se volessimo
contenere le emozioni che i colori evocano, ingabbiare
la fantasia dei bambini e omologarla al modo di pensare
degli adulti. La scuola è più bella
dove gli insegnanti sorridono di più. Ma con
quello che sono pagati perché dovrebbero farlo?
In Svizzera un preside percepisce uno stipendio di
7.500 euro al mese per quindici mensilità,
ma lavora 42 ore alla settimana e ha diritto a 20
giorni di ferie all’anno. Giusto: pago, quindi
pretendo. Io non vorrei pagare una persona che non
abbia passione. Il bimbo ha diritto ad avere come
insegnante una persona appassionata. Vogliamo dire
che amiamo i bambini? Allora diciamo che non tutti
possono insegnare”.
La scuola, secondo Crepet, deve fornir ai bambini
autostima, autonomia e creatività, che sono
i tre pilastri su cui di fonda il processo educativo
dei più piccoli. ”Educare vuole dire
fare poche cosa ma bene. Ho l’impressione che
se ne facciano troppe e tutte malino”.
L’affondo del noto psichiatra coinvolge anche
le famiglie, assenti e pronte a delegare alla scuola
il ruolo di educatore. “I genitori non esistono
dalle 8 del mattino alle 5 di sera. Esistono solo
telefonatine. I nonni non ci sono più. Con
questo non voglio dir che i genitori non debbano andare
a lavorare ma ritengo debbano farsi carico di pensare
a compensare nel modo miglior la loro assenza pretendendo
che la scuola diventi educante per i loro figli, non
solo istruttiva. Ci troviamo di fronte ad una grande
sfida educativa che esemplificherei proponendovi l’immagine
della mamma orsa che per insegnare al cucciolo a scendere
dall’albero lo porta in cima con sé quindi
scende per mostrargli come fare e poi aspetta. Non
si allontana, è presente ma lascia che il piccolo
impari facendo esperienza, fallendo e riprovando fino
a riuscire. Ecco come si manifestano le tre “grazie”
di cui parlavo prima: autostima (posso farcela), autonomia
(riesco da solo), creatività (se sbaglio devo
ingegnarmi a trovare un altro metodo)”.
Al termine del lungo intervento del noto psichiatra,
alleggerito da una spiccata vena ironica che il video
non lascia trasparire, dal pubblico giunge attesa
la domanda “Ma come si collega tutto quello
che ha detto con la tematica della serata, cioè
come si riconosce l’abuso sui bambini?”
La risposta: “Semplice: se esistono le tre condizioni
di cui ho parlato è molto più facile
capire se un bambino è abusato. Il primo sintomo
è il cambiamento dell’umore ma, anche
in questo caso, chi riesce ad ascoltare l’umore
in una classe di 30 bimbi rumoreggianti? Impossibile.
Ed ecco che si ripropone l’urgenza di cambiare
la scuola. Perché speso l’abuso non si
manifesta? Perché l’emotività
si esprime nella libera creatività ma noi tendiamo
a costringere i bambini. Un’altra forma di comunicazione
è il linguaggio non verbale. Ma noi abbiamo
competenze per decifrarlo? No.”
Crepet ha evidenziato come l’abusante, se maschio,
non sia mai solo ma si avvalga di svariate ed inaudite
complicità. Prima tra tutte quella della moglie
che finge di non vedere quanto accade.
“Avete notato come di fronte a casi di presunto
abuso scatti immediatamente il comitato a favore dell’adulto
sospettato? A Cogne è sorto il comitato a sostegno
della Franzoni ma nessuno per il figlioletto che secondo
me era l’unica vittima”.
Per cambiare lo stato delle cose, dunque, occorre
modificare il nostro modo di rapportarci con i bambini,
spogliandolo di errate convinzioni, di soluzioni di
comodo che spesso servono per alleggerirci la coscienza
ma di cui a lungo termine paghiamo lo scotto, o meglio
lo pagano i più piccoli per le nostre mancanze
ed inadeguatezze. Alla luce della sconvolgente drammaticità
dei recenti fatti di cronaca, punte di un iceberg
che imprigiona in un incubo milioni di bambini nel
mondo e che troppo spesso si preferisce ignorare per
chetare le coscienze, è chiara l’urgenza
di intervenire con serietà e determinazioni
e non facili slogan che riempiono le bocche ma inaridiscono
i cuori. Certo è più facile ed indolore
nascondersi dietro lo scudo di umana ma in fondo sterile
indignazione contro abusanti e presunti tali, che
facilmente bolliamo con l’etichetta di mostro
prima di girarci dall’altra parte, posare la
testa sul cuscino e spegnere la luce. Peccato che
quel buio inghiotta dignità, speranza e futuro.
E poco serve contare le pecore, perché viene
sempre in mente il lupo cattivo.
Paola Principe
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