Un anno fa, precisamente il 21 aprile del 2007, moriva
Santino Tarantola, il grande dirigente del Novara
Calcio, e figura di spicco dello sport cittadino.
Lasciava familiari, amici e il tanto amato “suo”
Novara, dopo circa due anni di sofferenze, colpito
da un male irreversibile.
Tarantola, classe 1932, figlio di un capomastro, frequentava
da giovane il celebre Istituto Mossotti ove nel 1951
conseguiva il titolo di “geometra, agrimensore”.
Da ragazzo aveva giocato al calcio nelle squadre dei
“Verdi” e della “Sanmartinese”:
con quest'ultima nota formazione, vinse un titolo
cittadino nel ruolo di portiere molto estemporaneo.
La sua passione per il calcio e lo sport in genere
iniziava dalla tenera età. Il Novara lo “prese”
immediatamente. Tifoso accanito, seguiva la squadra
azzurra anche in lontane trasferte. La conoscenza
diretta di alcuni dirigenti di spicco, quali Luciano
Marmo, da sempre direttore tecnico del Novara, acuì
questa sua passione che a volte diventava viscerale,
quasi una malattia. Quasi spontaneo il successivo
passaggio di Santino Tarantola nelle file dei giovani
dirigenti del Novara Calcio. Omodei-Zorini, Marmo
e Sartorio (il formidabile trio che curava le fortune
della società azzurra) intendevano rinnovare
i ranghi, non solo della squadra, ma anche quelli
dirigenziali, sentendo ormai il peso di troppi anni
di passione e di sofferenza. Santino Tarantola aveva
già avviato, con l'aiuto e l'esperienza del
padre, una sua impresa edile che sembrava promettente
e si integrava bene nel grande sviluppo del “boom”
economico degli anni Sessanta. Con Tarantola entravano
nella società azzurra (la squadra era appena
retrocessa dalla serie A e giocava decorosamente in
serie B) altri personaggi novaresi molto noti: i dirigenti
Gaudenzio Balossini, particolarmente adatto per il
settore giovanile (considerati i suoi trascorsi alla
Sparta di Patti), Gianfranco Olivieri e il tecnico
ed ex giocatore Peppino Molina, che proveniva da brevi
ma significative esperienze alla guida del Legnano.
Questo quartetto, con la benedizione di Omodei- Zorini
e Sartorio, e con l'appoggio concreto di Luciano Marmo
(che morirà prematuramente nel 1966), prendeva
le redini del Novara con la solida protezione del
presidente Francesco Plodari, un anziano industriale
di Magenta, un signore gentleman, appassionato di
calcio. Il Novara si apprestava a vivere il suo futuro
con questa “formazione” societaria giustamente
rinnovata e ringiovanita. Santino Tarantola (da noi
conosciuto fin dalla prima giovinezza per frequentazioni
sanmartinesi) si immergeva in questa nuova realtà
con passione e lo slancio che tutti gli riconoscevano.
E anche con alcune posizioni imprudenti ed eccessive,
dovute alla sua giovane età e al suo temperamento.
Non si può modificare il DNA. In breve Tarantola
da accompagnatore passava decisamente al ruolo di
direttore sportivo, coadiuvando il presidente Plodari,
e gli allenatori che si alternavano alla guida della
squadra azzurra di quegli anni. Parliamo di Tino Facchini,
di Imre Senkey, di Alberto Delfrati, fino ad arrivare
al 1964 al sodalizio con l'amico Peppino Molina. In
quegli anni Sessanta (sotto certi aspetti magnifici
e irripetibili) il Novara aveva vissuto momenti terribili,
quali lo spareggio per la salvezza a Ferrara, vinto
avventurosamente contro la Triestina (gol decisivo
di Zanetti al minuto 115!); la retrocessione forzata
del 1962 per presunto illecito sportivo con durissima
squalifica a vita del massaggiatore Osvaldo Miazza,
due stagioni poco felici in serie C che allora era
considerata un’umiliazione nell'ambiente del
Novara calcio! La coppia Tarantola-Molina ed una squadra
composta prevalentemente da “tutti novaresi”
fece il miracolo di riportare in fretta il Novara
nella serie B, ove poté offrire spettacoli
di gioco molto apprezzati dal pubblico. La retrocessione
del 1968 fu presto rimarginata con una promozione,
grazie da una nuova felice accoppiata, quella fra
Tarantola e l'allenatore Carlo Parola, grande tecnico
e grande ex giocatore juventino.
Da quel momento, eravamo nel 1970, il Novara si pose
alla ribalta del calcio nazionale lanciando molti
giocatori diventati poi famosi: il regista Moschino,
i difensori Zanetti, Pogliana, Fumagalli, Colla; il
portiere Felice Pulici; il mediano Renato Zaccarelli
prestato dal Torino e poi approdato trionfalmente
in Nazionale. E ancora le mezze ali Duccio Mascheroni
III e Pereni, il laterale Zeno, mentre restavano fedeli
a Tarantola i giocatori “storici” come
Udovicich, Lena, Giannini, Gavinelli, Volpati, Bramati,
Mentani, Milanesi ai quali ai aggiungevano presto
gli importati Vivian e Carrera. Insomma, Tarantola
aveva costruito un ambiente del Novara calcio veramente
familiare, capace di resistere all'incombente “superprofessionismo”,
con un pugno di giocatori fedeli e ancora in grado
di giocare “per la maglia”.
Il capolavoro sportivo di Tarantola fu compiuto, insieme
a Peppino Molina, nel 1975, quando con una campagna
acquisti e cessioni particolarmente azzeccata, il
Novara fu in grado di presentare in serie B una squadra
addirittura competitiva per la serie A: l'impresa
fu mancata di poco, anche causa lo “scandalo”
di Catanzaro, dove una partita e un risultato favorevoli
al Novara vennero ribaltati con una sentenza sportiva
giuridicamente orrenda e biasimata da tutti. Forse
da quel brutto episodio iniziò la parabola
discendente di Tarantola che pure aveva compiuto altre
imprese riguardevoli: l'interessamento personale e
incisivo per il varo del nuovo Palazzetto dello Sport
di viale Kennedy; il varo del nuovissimo stadio comunale
nella zona sportiva di Novara; l'assunzione della
presidenza della squadra di hockey su pista, il popolarissimo
Hockey Novara, riportato da Tarantola e dai suoi collaboratori
ai fasti massimi attraverso l'acquisizione del primo
giocatore straniero, il favoloso olandese Olthoff.
L'Hockey Novara targato Tarantola vinceva scudetti
a iosa, ma la squadra di calcio pativa l'evoluzione
spietata di questo mondo sportivo. E il Novara nel
1977, dopo due stagioni di pena, finiva addirittura
in serie C. E da lì poi piano piano la serie
C-2, e la testardaggine di Tarantola di riportare
la squadra azzurra di nuovo alla ribalta, con gravi
sacrifici personali che avrebbero poi inciso anche
sulla sua attività lavorativa. In un estremo
guizzo di passione di rivincita, Tarantola negli anni
Ottanta assumeva la presidenza di una terza società
sportiva novarese (dopo Novara Calcio e Hockey Novara),
cioè la Sparta, trascinandola in una serie
di imprese memorabili, come le ripetute consecutive
promozioni dalla Terza categoria dei dilettanti alle
soglie della serie C-2. Una serie di risultati favorevoli
che illusero Santino Tarantola e lo convinsero a riprendere
nei primi anni Novanta il timone della squadra azzurra
di calcio. Due stagioni sfortunatissime, seppure con
una squadra ben guidata dall'allenatore Del Neri.
Promozione sfiorata per una serie di sfortunate cause
concomitanti. La parabola di Tarantola era giunta
al traguardo. Lo consolavano in parte alcuni riconoscimenti
pubblici come il premio Barozzi e il premio Gorla,
una vita per lo sport. Ma i favolosi anni Sessanta
e Settanta non potevano più riproporsi. Gli
ultimi anni della vita sportiva di Tarantola sono
stati di affettuosa partecipazione alle vicende del
calcio novarese, condividendo le sorti della società
azzurra con gli amici Montipò, Stipari e Armani.
Gianfranco Capra