Prima scena
Bucaneve è un bel gatto europeo, di circa 13
anni, che ama passeggiare nelle strade vicine alla
sua abitazione, in via Tagliamento. Racconta la sua
padrona, Maria Chiara Mugheddu, che “un giorno
di metà febbraio è tornato a casa mogio
mogio e ha smesso di mangiare. La veterinaria gli
ha fatto delle flebo ed esami del sangue, senza scoprire
nulla, finché non ha riesaminato le lastre
radiografiche, scoprendo che tra le vertebre si era
fermato un piombino di un’arma ad aria compressa”.
Bucaneve non è operabile, perché il
piombino è troppo vicino alla colonna vertebrale
e il rischio è la paralisi. “Ho subito
sporto denuncia. L’ispettore di Polizia è
stato molto gentile e mi ha assicurato che cercheranno
questo ‘impallinatore’ di gatti, e mi
ha spiegato che queste armi possono essere portate
e usate esclusivamente all’interno dei poligoni
di tiro”. Negli stessi giorni di metà
febbraio, un altro gatto a Trecate è diventato
un bersaglio di proiettili identici, ma non ha avuto
la stessa fortuna di Bucaneve.
Seconda scena
Natale con i tuoi, Pasqua con chi vuoi. Il giovane
meticcio di lupo che viveva sul balcone di via Orelli,
il Natale lo ha passato da solo nella sua cuccia di
plastica, mentre ‘i suoi’ festeggiavano
in casa, e alla Pasqua non è nemmeno arrivato.
Quando, ai primi di gennaio è stato sequestrato
e portato in clinica veterinaria per tentare un recupero
delle forze, con cure intensive e flebo, è
stato trovato anemico, depresso: pesava solo 17 chili
e negli ultimi giorni non usciva nemmeno dalla piccola
cuccia di plastica, dove si adagiava in mezzo alle
sue feci miste a sangue. Le ripetute telefonate di
numerose persone che si erano prese a cuore la sua
sorte, avevano fatto uscire prima i Vigili, poi un
veterinario ASL. “Ma ancora non riusciamo a
comprendere come possano aver ritardato così
tanto a intervenire. Se non fossero trascorsi inutilmente
le feste, forse il cane si sarebbe salvato”,
ci hanno detto, praticamente in coro.
Terza scena
A fine febbraio una guardia ecologica ha trovato tre
capre morte (due adulti dal pelo bianco e un capretto
nero) nella scarpata della strada provinciale 110
di Arona, al chilometro 3+980, già nel comune
di Meina, a 200 metri dallo svincolo di Ghevio della
A26. L’ipotesi è che siano morte in qualche
allevamento e che il proprietario se ne sia sbarazzato
per evitare i controlli ASL, gettandole nella boscaglia,
tra la vegetazione fitta, nello stesso posto dove
sono stati gettati anche frigoriferi, cucine, lavatrici,
pneumatici, sacchetti di rifiuti; e a meno di un chilometro
dove l’anno scorso furono uccisi sei daini in
un recinto privato.
Quarta scena
A marzo, sei cani hanno rischiato di essere battuti
all’asta giudiziaria. Erano stati sequestrati
dai carabinieri di Garbagna due anni fa, su segnalazione
del Comune e affidati al Canile comunità di
Carpignano Sesia. Il gruppo iniziale contava un pitbull
maschio, due dogo maschi e una dogo femmina, incinta,
tenuti dall’allora proprietario nel cortile
di casa, rinchiusi in due box di lamiera fai da te,
denutriti, feriti anche gravemente e in mezzo agli
escrementi. I due dogo maschi sono morti in capo a
un anno: il più giovane aveva profonde lesioni
al cranio e alle orecchie. Il pitbull invece è
sopravvissuto, ma è pieno di cicatrici. Nel
frattempo, la femmina aveva dato alla luce 5 cuccioli,
ma uno è morto subito. I quattro giovani, la
loro madre e il pitbull, sono rimasti per due anni
custoditi in questa struttura. Il proprietario è
stato denunciato per maltrattamenti e condannato a
7 mesi di carcere e una multa di 4 mila euro. Il destino
da TV-Color usato che incombeva per i sei cani è
stato sventato soltanto grazie alla mobilitazione
di alcune associazioni di protezione degli animali,
contattate e sollecitate da Giovanni Pallotti, coordinatore
regionale Piemonte dell’ENPA: “I cani
e gli animali in generale dovrebbero essere considerati
per legge come ‘non pignorabili’, specie
se con un passato di maltrattamento, incuria e abuso”.
In coincidenza della Pasqua, i sei cani sono stati
trasferiti in altre strutture: due al canile ENPA
di Novara, uno al rifugio ENPA di Torino, due a Milano,
presso una struttura di un’associazione animalista,
infine uno al Cascinotto di Torino. In attesa di trovare
una nuova casa e delle persone affezionate e responsabili.
Quinta scena
Il giorno di Pasquetta, due casi di morsicature di
cani. A Novara, un uomo di 58 anni è stato
assalito in via Argenti da un pitbull uscito da un
cancello aperto, e ha riportato gravi ferite alle
braccia e al volto, dopo aver preso in braccio il
suo cagnolino. A Vignale, invece, un pastore maremmano
ha assalito la persona alla quale era stato affidato.
Maltrattamento
Questa parola si estende a significati filosofici,
oltre che legali, morali, etici, pragmatici, etologici.
Al punto che nei casi di maltrattamento non è
fuori luogo inserire un caso di aggressione da parte
di cani etichettati come morsicatori. Si capovolge
la prospettiva capovolta del ‘Uomo morde Cane’
che nell’aneddoto d’annata dal mondo giornalistico
definisce ciò che è la notizia sensazionale.
Abbiamo chiesto ai nostri interlocutori di aiutarci
a focalizzare il concetto di maltrattamento. Da loro
sono arrivati vari tasselli che tutti insieme concorrono
a suscitare riflessioni.
Giovanni Pallotti, coordinatore regionale ENPA: “Il
maltrattamento è anche malgoverno del proprio
animale. “Pedalare in bicicletta, col cane che
corre al seguito, e non può scegliere un suo
ritmo, fermarsi ad annusare o socializzare; chiudere
fuori casa o in una stanza da solo il proprio cane
quando arrivano ospiti. Nascono dalla mancanza di
cultura cinofila, che bisognerebbe diffondere, soprattutto
nelle città, dove i cani sono davvero tanti.
Un aiuto può venire dai veterinari comportamentalisti.
Si possono fare incontri con le scolaresche”.
Laura Milani, istruttore cinofilo e consulente della
relazione uomo-cane: “Secondo l’impostazione
della zooantropologia applicata, indipendentemente
dalla razza, ogni cane ha bisogno di un processo di
socializzazione verso i suoi simili verso gli umani,
verso gli altri animali, verso le cose e gli oggetti.
Ogni cane, se non viene educato, può manifestare
aggressività, nelle situazioni che non conosce,
che lo spaventano o lo agitano. Per far sì
che un cane non si senta minacciato e che quindi non
reagisca in modo aggressivo a situazioni che lui interpreta
come pericolose, è basilare il processo di
socializzazione. Nei casi di aggressione, è
difficile esprimere un parere, poiché nei resoconti
quasi mai si considera il contesto, ma solo il fatto
isolato”. Un esempio legato alla quotidianità:
“Per portare a passeggio i cani o risolvere
il problema del tirare al guinzaglio, vengono usati
collari a strangolo o addirittura con le punte, con
il risultato che, non soltanto i cani continuano a
tirare, ma spesso manifestano al guinzaglio comportamenti
più nervosi o aggressivi di quando sono liberi.
Gli studi di psicologia hanno dimostrato come il dolore
e la paura inibiscano l’apprendimento. La zona
della trachea è molto delicata e, se schiacciata
o stretta dal collare, impedisce all’animale
la corretta respirazione, mandandolo in ipoventilazione.
Alcuni cani si abituano a questa pressione e continuano
a tirare, altri ne sono spaventati e si immobilizzano
rifiutandosi di camminare; per tutti, comunque, diventa
impossibile prestare attenzione al proprietario perché
in quel momento la loro unica preoccupazione è
quella di cercare di respirare! Un’educazione
precoce, una corretta modalità di comunicazione
ed un lavoro sulla gestione del livello emozionale
sono le chiavi di una passeggiata rilassante! Imparare
a non tirare al guinzaglio è un processo di
apprendimento ed è il frutto di un buon insegnamento.
Non sono gli strumenti che permettono di andare a
passeggio con un cane che non tiri al guinzaglio:
la parola magica si chiama relazione. E alla base
di una buona relazione c’è il rispetto
per l’altro. Se il cane si sente bene, non è
impiccato, né strangolato, è molto più
facile che possa prestare attenzione, soprattutto
se chi sta dall’altra parte del guinzaglio comincia
davvero a comunicare, indicandogli le direzioni con
il corpo, con i gesti, fermandosi quando si corre
un po’ troppo, gratificando il camminare vicino,
insieme. E poi, vedere un cane che indossa una pettorina,
che viene condotto con gentilezza dà un’immagine
positiva anche a chi non condivide una vita con un
animale o addirittura che ne ha paura. Prendersi cura
del benessere del proprio cane e provvedere alla sua
educazione non significa solo assumersi una responsabilità,
ma significa anche avere il potere di incentivare
una serena convivenza tra cittadini a due e a quattro
zampe”.
Renata Maria Pasquetto, curatrice del sito di segnalazioni
pro animali “Amici di Greta”, è
convinta che il confine sia labile: “Per gli
animali da reddito non vale la stessa tutela che si
prevede per cane e gatto, che sono ‘animali
da compagnia’. Ma questo non li mette del tutto
al riparo da maltrattamenti. Dipende moltissimo dal
rapporto che si instaura con l’animale, da quanto
ci si capisce. Spesso è l’ignoranza a
fare dei guai. Anche per il cane ci sono pericolosi
luoghi comuni: non ha bisogno del contatto col padrone
ma solo di un giardino o cortile in cui correre. Deve
essere sgridato e picchiato perché deve capire
che è il padrone che comanda. Il gatto invece
viene visto come solitario, senza un rapporto minimo
con l’uomo. Il maltrattamento non è solo
legato al poco amore nei confronti di un animale.
A volte soffocarlo di attenzioni è ancor più
deleterio. Non bisogna mai dimenticare che un cane
non è un bambino con il pelo: ha esigenze da
cane, un comportamento da cane, delle regole sociali
da cane. Un cane viziato non è un cane felice.
Infine, è maltrattamento, è accanimento
terapeutico voler far vivere a tutti i costi un animale
sofferente o disabile? È per il bene dell’animale
che lottiamo perché viva? O è per il
nostro egoismo di non separarci da lui? Anche qui
non è facile distinguere”.
Gaudenzio Conti, veterinario dei piccoli animali.
“Un aspetto poco considerato di maltrattamento,
riguarda le mancate cure veterinarie a cui cani e
gatti e altri animali che vivono nelle nostre case
hanno diritto: un cane che vive all'aperto, se non
viene trattato regolarmente contro i parassiti cutanei,
passa la vita a ospitare pulci e zecche senza poter
avere sollievo! Oppure in primavera-estate riceve
centinaia di punture di zanzare: oltre all'inevitabile
fastidio, ne ricava una grave infestazione da filariosi
cardio-polmonare che, se non curata, lo può
condurre a morte e la cui prevenzione è una
cosa semplicissima. ‘Condannare’ una gatta
a prolificare 2-3 volte all'anno senza porre rimedio
alla fertilità di questa specie sicuramente
non è un atteggiamento responsabile; a volte,
poi l'unico rimedio alla sovrappopolazione di gattini
è l'eliminazione “fai da te” dei
neonati con rimedi da medioevo. Anche il non rispettare
l'etologia e le esigenze di socializzazione possono
costituire esempi di maltrattamento: cani costretti
a vivere tutta la vita alla catena o in un recinto,
ai quali viene preclusa la possibilità di interagire
con i propri simili o con altri esseri umani; ai gatti
che per timore che possano fare danni sono confinati
solo in una parte della casa. Non dimentichiamo che
simili atteggiamenti possono diventare il motivo per
cui tali animali sviluppano comportamenti anormali
che a volte sfociano nell'aggressività”.
Luisella Battaglia, docente ordinario di Filosofia
Morale all’Università di Genova. “La
legge 189/2004 ha superato il vecchio articolo 727,
che puniva ‘il sentimento di ribrezzo’
di chi si trovava ad assistere a un episodio di crudeltà
verso gli animali, secondo una logica che tutelava
la sensibilità della persona, ma l’animale
solo in maniera indiretta e si rifaceva all’argomento
filosofico secondo il quale ‘la crudeltà
verso gli animali è una scuola per la crudeltà
verso gli umani’ e in quanto tale va evitata
e condannata. Io condivido la corrente filosofica
che definisce gli animali come ‘pazienti morali’.
Gli umani sono ‘agenti morali’, cioè
capaci di comportamenti morali. Tuttavia, questa condizione
non è generalizzata: i neonati, i malati terminali,
gli adulti incapaci per gravi malattie mentali o fisiche
non sono in grado di agire distinguendo una morale.
Non per questo perdono il diritto alla tutela e alla
cura da parte nostra. Sono cioè, dei pazienti
morali: noi abbiamo dei doveri verso di loro, anche
se loro non hanno doveri verso di noi. Hanno, anzi,
una posizione alta all’interno della società,
dal punto di vista della tutela. La cura va data a
loro in ragione della loro debolezza, della loro incapacità
di rivendicare i loro diritti, perché limitati
nella autocoscienza, nella consapevolezza, nella razionalità.
È più importante la loro debolezza.
Questo è l’argomento dei ‘casi
marginali’, che si può estendere, per
analogia, agli altri animali. La forza etica di questo
allargamento dei diritti di tutela è notevole,
poiché è un dovere che noi ci diamo
non costretti dall’altrui diritto, dall’altrui
forza e capacità di rivendicarlo. Da questi
argomenti, si può derivare una bioetica della
vulnerabilità, della facoltà di soffrire,
di sentire il dolore, che ci accomuna agli animali.
Nella nostra cultura, il dolore viene di volta in
volta negato (Cartesio), minimizzato (l’atteggiamento
più diffuso oggi) o – peggio –
valorizzato (l’agnello sacrificale). La difficoltà
più grande è che non vogliamo né
possiamo né sappiamo vedere, riconoscere il
dolore. Non abbiamo gli occhi per vederlo. Non lo
vediamo nemmeno negli altri umani, ogni qual volta
decidiamo o pensiamo che siano in qualche modo separati
da noi. Con gli animali, l’etologia ci aiuta
a riconoscere questi tratti comuni. Il passo successivo
è trovare il coraggio di prenderne atto e agire
di conseguenza, verso un’etica della responsabilità,
verso una compassione fondata sulla ragione. Compatiamo
solo ciò che sappiamo conoscere e riconoscere.
Ragione e sentimento cooperano per condurci alla comprensione
del ‘mio’ e del ‘suo’ dolore”.
…e a Novara?
Giuseppe Policaro, Assessore all’Ambiente: “Dopo
le aggressioni di cani morsicatori si è parlato
di dare un patentino ai proprietari di questi cani.
Il regolamento di Novara deve intanto recepire le
azioni previste dall’ordinanza Storace-Fini,
che elenca le razze per le quali sono previste museruola
e guinzaglio. È in corso una battaglia di civiltà,
occorre più coscienza, i cani vanno educati.
Sono convinto che certe persone che vanno in giro
con certi cani senza museruola e guinzaglio in pieno
centro cittadino si comportino in modo incosciente
e criminale. Il patentino è una misura di difficile
attuazione. Spetta alla ASL la competenza per i casi
di animali aggressivi, che rappresentano un problema
di pubblica sicurezza. Intanto, è già
avvenuto un incontro coi Vigili, anche per ribadire
la severità dei controlli sulla pulizia della
città dalle deiezioni canine, che sono un problema
igienico che si aggrava con l’arrivo della stagione
calda”.
Paolo Cortese, comandante della Polizia Municipale:
“Nel 2007 sono stati 9 i casi di aggressioni
canine, e 3 fino ad ora nel 2008, nei confronti di
persone umane. Il Decreto Sirchia, ribadito da Turco
non stabilisce una sanzione, per la quale si richiama
ai Regolamenti dei Comuni. A Novara, attualmente è
prevista l’alternativa tra guinzaglio e museruola
nei luoghi pubblici aperti e l’obbligo di entrambi
nei luoghi pubblici chiusi, che non siano quelli dove
già normalmente è vietato l’ingresso
ai cani per ovvi motivi di igiene. In merito al patentino,
lo trovo giusto in linea di principio, ma sono perplesso
sull’attuazione pratica: chi lo deve rilasciare?
Chi deve istruire i proprietari, fare gli esami? Chi
sostiene i costi? È vero però che ci
vuole una competenza specifica per tenere certi cani,
che hanno tendenze particolari. Io però non
saprei valutare cosa deve saper dimostrare di conoscere
un proprietario di questi cani, per ottenere il patentino.
Per quanto riguarda il maltrattamento, poi, è
altrettanto difficile saperlo e poterlo dimostrare
nella maggioranza dei casi, devono esserci dei segni
visibili inequivocabili, che solo un esperto può
valutare”.
Franco Tinelli, direttore del servizio di Igiene e
Assistenza Veterinaria ASL: “Il rapporto con
gli animali dipende dalle capacità sociali
di una comunità. Il maltrattamento è
un impoverimento della società. Per ciò
è necessario il controllo, al fine di applicare
regole e provvedimenti in caso di maltrattamento e
aggressione legate a detenzioni particolari. Molti
gestiscono il cane in modo erroneo: ci sono i due
opposti di sudditanza del proprietario o di dominio
del proprietario. Questi squilibri innalzano l’aggressività
di molti cani di razze già predisposte in questo
senso. Tuttavia, i casi di aggressione registrati
sono da imputare anche a meticci o a cani di razze
non inserite nella lista del decreto. È necessaria
un’attività di informazione e formazione
dei cani, per evitare situazioni di pericolo dovute
a un cane incontrollabile: anche un meticcio, se sfugge
al guinzaglio può provocare un pericoloso incidente
automobilistico, ad esempio. Per finire, le carenze
legislative e gli iter delle procedure legali vanificano
gli interventi contro i maltrattamenti e nel frattempo
il cane viene sequestrato e finisce per lungo tempo
nei canili, fino all’emissione del giudizio.
Dovrebbe essere prevista l’immediatezza dell’intervento
a salvaguardia dell’animale, da curare per il
periodo del procedimento. Stiamo lavorando con vari
gruppi per impostare dei corsi finalizzati a un rapporto
corretto uomo-animale nell’ambito sociale, in
modo da rimediare alle incapacità di gestione
e da riempire la carenza di misure di diretto controllo
sul cane, di seria e responsabile gestione”.
Giovanni Savoini