Ernesto
Vallerani:
i miei "figli" nello spazio
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Un piccolo avamposto umano ruota attorno alla Terra
a circa 350 chilometri di altezza, in cosiddetta orbita
bassa: è la Stazione Spaziale Internazionale
(ISS), un complesso di moduli pressurizzati ancora
in fase di assemblaggio che vedrà la sua definitiva
conformazione solo nel 2010 ma che dal 2000 ospita
continuativamente almeno due astronauti, sostituiti
a cadenza semestrale e portati in loco grazie ai voli
dello Space Shuttle, delle Sojuz e della Progress.
Erede dello Skylab statunitense e della Mir russa,
la ISS è un progetto congiunto di cinque agenzie
spaziali di diversi paesi, Canada, Europa, Giappone,
Russia e America, cui si aggiungono tramite contratti
separati Brasile ed Italia (che partecipa anche come
membro di quella europea). Proprio l’Italia
ha un ruolo molto importante nel futuro della Stazione
Orbitante grazie al genio del professor Ernesto Vallerani,
progettista del Cusio cui si devono fondamentali studi
di laboratori spaziali e moduli pressurizzati per
la vita in orbita. La sua “firma” è
posta sul modulo Columbus, il laboratorio realizzato
dall’italiana Thales Alenia Spazio e dalla tedesca
EADS, che la navetta Atlantis ha collegato alla ISS
nel gennaio 2007: un cilindro di circa 4,5 metri di
diametro esterno e con una lunghezza di circa 8 metri
che consente al proprio interno l'alloggiamento di
attrezzature scientifiche per esperimenti d’osservazione
solare e terrestre e di biologia in condizioni di
microgravità impossibili da effettuarsi sulla
Terra. Ma anche altre componenti della ISS sono state
studiate e progettate dallo staff di Vallerani: il
cosiddetto Nodo 2 (oggi noto col nome di Harmony,
realizzato a Torino da industrie europee), cioè
il modulo di collegamento tra i laboratori Columbus
(europeo), Destiny (americano) e Kibo (giapponese),
che amplia lo spazio vitale per gli astronauti a bordo,
e il Multi-Purpose Logistics Module (MPLM), un cilindro
pressurizzato utilizzato a bordo dello Shuttle come
trasporto cargo diretto alla ISS, per il trasporto
di circa 9 tonnellate di materiale e l’imbarco
di scarti dalla stazione orbitale.
La serie di questi moduli comprende tre unità
chiamate Leonardo, Raffaello e Donatello, in onore
dei tre grandi artisti italiani. Sono quindi grandi
e significativi i contributi offerti dall’Italia,
in questi ultimi trenta- quarant’anni, non sempre
noti al grande pubblico.
“L’interesse per lo spazio”, considera
Vallerani, “è partito in quarta con una
serie di spettacolari missioni, il primo satellite,
la prima presenza umana fuori dall’atmosfera,
l’atterraggio sulla Luna… sembrava che
tutto fosse a portata di mano, che tutto si potesse
fare e che i sogni potessero essere realizzati. Le
cose in realtà sono state più complicate,
c’è stata una flessione molto significativa
con il passaggio dell’interesse per lo spazio
inteso come esplorazione a quello invece della telecomunicazione
e della navigazione. Ora si sta assistendo ad un progressivo
recupero di interesse per quel che concerne le vere
finalità dello spazio, relative appunto all’esplorazione
affidata all’uomo. L’obiettivo che si
prospetta a non lunga scadenza è il ritorno
sulla Luna, e poi, più in là, l’andare
su Marte”.
A cosa è dovuta, secondo lei, la
perdita di priorità per lo spazio dopo gli
anni Settanta?
“Allora vi era un interesse di tipo strategico,
poiché la spinta è avvenuta dal settore
militare, la stessa esplorazione della Luna è
collegabile ad interessi militari. Una situazione
che è andata rilassandosi nel tempo, anche
perché si è fatto l’errore di
pensare che lo spazio fosse già maturo di vivere
di vita propria: le telecomunicazioni, la navigazione
e l’osservazione della Terra sembrava che si
autogestissero, che non vi fosse più bisogno
dell’intervento dei governi, che impegnati in
altro tipo di importanti problematiche sono stati
distolti dallo spazio. Il problema è recuperare
lo spirito, un punto su cui insisto molto. Per fare
dello spazio “alla grande”, con esplorazione
della Luna, missioni su Marte ed anche oltre, bisogna
avere lo spirito giusto, un po’ lo spirito kennedyano
se vogliamo, non più motivato dal confronto
e dallo scontro tra due blocchi ma forse utopisticamente
basato sull’unione di sforzi per il conseguimento
di risultati a favore delle future generazioni, costruiamo
oggi quello che sarà il futuro dei nipoti.
Se lo spazio viene letto in questa chiave di opportunità
per chi verrà dopo, allora rivivrà una
nuova stagione estremamente interessante, è
l’Italia sarà presente in un ruolo importante”.
Non le sembra che il vasto pubblico oggi
si dimostri freddo per quanto riguarda l’esplorazione
spaziale?
“Il vasto pubblico non è ancora preparato
a questo discorso, bisogna progressivamente instaurare
un dialogo che porti gli esperti dello spazio, che
io chiamo “i visionari”, a spiegare le
ragioni per le quali ci si può imbarcare in
una serie di iniziative, costose senza dubbio, ma
anche foriere di importanti risultati non solo di
tipo “concettuale”, come potrebbe essere
la scoperta, straordinaria, di altre forme di vita
nel sistema solare, ma anche pratici, dato che nello
spazio vi sono risorse alla portata dell’uomo
che presto o tardi qualcuno andrà a prendere”.
Quali nazioni oggi sono più predisposte
ad un interesse spaziale?
“Tradizionalmente non vi è dubbio che
gli Stati Uniti d’America abbiano tracciato,
inizialmente assieme all’Unione Sovietica, il
cammino fondamentale verso lo spazio. Anche loro comunque
hanno avuto difficoltà, ma devo constatare,
dopo aver lavorato per più di quarant’anni
per lo spazio in Europa, che sono davvero rimasti
il modello cui rivolgersi nel tentativo di non perdere
il passo. Esiste un’Europa che è un po’
frazionata, fatica a comprendere quale sia il suo
ruolo per lo spazio, c’è molta competitività
tra Francia, Germania ed Italia, le tre nazioni che
si giocano la presenza più significativa in
questo settore, e proprio per questo si stenta a trovare
quell’unità, al di là delle parole,
che possa collocare l’Europa come secondo partner.
Ed ecco i nuovi arrivati, oltre al Giappone anche
la Cina e l’India, che stanno compiendo progressi
molto importanti. Ci sarà una bella corsa,
e quando partirà davvero bisognerà faticare
per non lasciare che siano solo gli americani a tracciare
questo affascinante cammino per lo spazio”.
La flotta di Space Shuttle ha ormai più
di vent’anni e presto dovrà andare in
disarmo…
“Questione dolente. Le navette spaziali sono
vecchie, lo sapevamo, e già l’ultimo
incidente di qualche anno fa, l’esplosione del
Columbia al rientro nell’atmosfera, era nell’aria.
Non si sono fatti, grossa lacuna americana, tutti
i passi necessari per rimpiazzare il sistema di trasporto
spaziale ormai obsoleto. Ci si aspettava che fosse
il settore privato ad uscire con il progetto del post-shuttle
ma si trattava di investimenti di natura tale che
se non sono i governi ad impostare la ricerca e lo
sviluppo i privati certo non possono prenderne il
posto. In futuro sarà la volta dei privati
ma oggi siamo ancora nella fase in cui i governi dovrebbero
mettersi d’accordo in modo durevole nel tempo”.
Sono dunque maturi i tempi per fare una
costruttiva politica spaziale?
“Se si vuole “fare spazio” non bisogna
seguire le mode dei vari governanti, per cui in un
momento ad uno va bene e poi a quello successivo non
più. L’Europa soffre di questo, non è
mai il momento buono per prendere una decisione politica
univoca: o un governo sta per cadere, o è troppo
“giovane” in carica, o non sa bene che
direzione prendere… così non si andrà
da nessuna parte. Lo spazio deve avere una proiezione
di almeno due o tre decenni, una cosa inaudita dal
punto di vista politico. Un tempo scherzosamente proposi
che siccome noi come tecnici non riuscivamo ad accorciare
i tempi di realizzazione dei progetti spaziali, i
politici avrebbero dovuto provvedere ad allungare
il loro tempo di permanenza al governo. La proposta
piacque… ma il governo cadde poco dopo!”.
Michele Tetro
CHI E' ERNESTO VALLERANI
Uno dei principali ispiratori dell'attività
spaziale italiana, nato a Milano nel 1931
ma originario di Soriso, nel Cusio (ora residente
a Miasino), Ernesto Vallerani è laureato
in ingegneria ed è stato a lungo presidente
di Alenia Spazio. Tra i principali progetti
cui ha
preso parte vanno ricordati le missioni Spacelab
e il modulo Columbus della ISS. Ha pubblicato
il volume “L'Italia e lo spazio. Moduli
Abitativi” per McGraw Hill e conseguito,
unico italiano e secondo europeo, il Premio
Von Braun (il Nobel dell’astronautica).
Oggi si dedica alla ricerca e all’insegnamento.
DALLA LUNA A MARTE
Secondo l’ingegner Vallerani l’appoggio
all’impresa spaziale oggi si basa solo
sull’immediata applicazione utile dei
suoi prodotti. Ma l’importanza dell’esplorazione
spaziale è ben altra e richiede i suoi
tempi. Assieme a quelle commerciali e politiche
le motivazioni culturali e scientifiche hanno
uguale se non maggiore peso. Uno studio accurato
della Luna per comprendere anche l’origine
della Terra e approfondire lo studio
degli eventuali pericoli provenienti dallo
spazio (collisione con meteoriti) ha una sua
evidente importanza. Il problema del nucleare
potrebbe trovare interessanti applicazioni
e soluzioni: sulla Luna l’accumulo di
Elio 3 potrebbe fornire energia pulita dopo
il processo di fusione e le scorie nucleari
terrestri potrebbero essere spedite, innocue,
sul Sole. Là ove la forza di gravità
è nulla (sulle stazioni orbitanti)
si possono realizzare nuove leghe o medicinali
impossibili da ottenersi sulla Terra. Una
base permanente sulla Luna non solo garantirebbe
l’estrazione dal suolo di minerali nobili
ma sarebbe anche trampolino di lancio per
la conquista dei pianeti, primo tra tutti
Marte, che si presterebbe alla futura colonizzazione
umana e alla ricerca di nuove forme di vita,
perché nell’Universo, si dice
convinto Vallerani, “è impossibile
che siamo soli”.
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