Paolo Villaggio:
gli attori, veri imbecilli

Tre monologhi per Paolo Villaggio, che ha fatto tappa al Teatro Coccia con il suo spettacolo “Serata d’addio”, ed uno per i lettori di “Il periodico Novarese”, dopo il nostro incontro prima di andare in scena.
“Sono pochi anni che faccio teatro. Prima ho fatto un po’ di cabaret, poi la televisione e quasi cinquant’anni di cinema. Poi, alla fine, è arrivato il teatro, perché Strelher mi ha chiamato e mi ha chiesto se volevo fare Arpagone nell”Avaro”di Molière, e di fronte a questi nomi… poi ho fatto “Il vizietto” con Dorelli e ho capito che mi divertivo molto di più a fare “Vita, morte e miracoli di un pezzo di merda” oppure questo “Serata d’addio”.
Non è stato proprio il mio mestiere, l’ho fatto con molta gioia, molto divertimento per la gratificazione del rapporto diretto col pubblico. Il cinema è un mezzo un po’ freddo, hai la macchina da presa, i macchinisti intorno che rompono le palle in una maniera terribile e magari dopo sei mesi vedi i risultati ma non vai neppure al cinema per vederli. La televisione invece ti può dare delle soddisfazioni immediate perché vedi i famosi ascolti, lo “share”, parola minacciosa… Il teatro è un altro tipo di mestiere. Gassman, che è stato mio grande amico, mi spronava a fare teatro, Depardieu mi diceva che mi sarei divertito moltissimo a fare Molière. Io però mi sento sempre un po’ straniero e la cosa mi stimola e stuzzica a cambiare molto, ad improvvisare molto proprio perché è per me un mestiere nuovo. Se questa “Serata d’addio” abbia temi forti che portano alla riflessione? Beh, non mi sento di avvalorare questa affermazione.
All’inizio c’è una specie di mentecatto, o meglio di poverino che è passato attraverso una serie di sventure, e tossicodipendenze che vuole dimostrare al pubblico in una conferenza di esserne uscito, illustrandone tecniche e modalità. Nel secondo c’è un vecchissimo attore, come me che ormai lo sono, di teatro che racconta quali sono stati gli oggetti più importanti della sua lunghissima carriera teatrale, quasi una vita in vendita, chiusi in un baule. Nell’ultima di queste tre cose da me scritte il protagonista, sempre solo sul palco, seduto su una sedia, si rivolge al pubblico scusandosi se non si è riso fino a quel punto nonostante la propria fama di comico, e da qui in avanti cercherà di ottenere quello scopo trattando un argomento un po’ curioso, la morte, parlando degli ultimi due mesi di vita di un signore a cui viene diagnosticato un tumore. Non ho tratto da Checov e Pirandello questo mio lavoro, che invece è autobiografico, è il mio impresario che ha messo in giro certe cose. La morte è una mia fissazione, come ce l’hanno più o meno tutti quelli con la mia età nel considerare il poco terreno rimasto davanti, il mio protagonista alla fine decide quasi di non aver più paura. In quest’ultimo monologo io mi sono ispirato a delle testimonianze di importanti dottoresse americane che hanno assistito i malati terminali nei loro ultimi mesi di vita, e quasi tutti rivelano questo comportamento: prima paura, poi quasi ribellione, e alla fine desiderio di arrivare a morire, perché capiscono di essere al termine di una vita che forse non ha più senso o significato e poi chissà…
Che l’attore comico riesca a far passare un messaggio dipende dalla qualità di un testo e dalla cultura dell’uomo. Stanlio e Ollio, a distanza di settant’anni, fanno ancora molto ridere ma non passano nessun messaggio. Chaplin era troppo sentimentale e non passava nessun messaggio. Fantozzi, buon’anima, e qui sono un po’ in imbarazzo, passava un messaggio, cioè la disperazione della middle-class italiana degli anni Settanta. Una disperazione che Fantozzi accettava e quindi il messaggio, terapeutico, era “guardate, non è anomala la vostra angoscia, siamo tutti così”. Quindi io scrivevo dei pezzi che sembravano comici ma erano in realtà tragici. Per quel che riguarda invece gli attori tradizionali, drammatici, un po’ tromboni, non li sopporto, e lo dico anche. E’ gente scappata dalla paura di essere mediocri, non competitivi, decidono di mascherarsi e allora cambiano la voce, si tingono i capelli… fondamentalmente gli attori sono degli imbecilli veri, tutti”.
Paola Principe

 
 


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