La chiesa "ferroviaria"
del quartiere San Rocco

Interessante e istruttiva la storia. Il nuovo Piano Regolatore di Novara, redatto dalle Giunte socialiste, prevedeva alla fine degli anni Cinquanta la realizzazione di un nuovo quartiere nella zona denominata “San Rocco”. Fino al 1964 questa vasta zona ad est della città era occupata dalla campagna: alcuni campi coltivato a foraggio, cereali, ampie aree di alberi e boschi. Qualche cascina, Erbatici, Margatto, Greffo… I proprietari di questo esteso territorio erano le famiglie Bini e China (quest'ultima particolarmente sfortunata perché uno dei suoi componenti fu ucciso a Milano nella strage della Banca dell'Agricoltura di piazza Fontana). Praticamente le pochissime case rurali, le villette, le cascine costituivano un modesto nucleo di San Rocco, considerato un “sottoborgo”, addirittura una frazione del popolare quartiere di Sant'Andrea. In totale, a San Rocco, nemmeno trecento abitanti. Siamo ai primi anni del dopoguerra, San Rocco presenta poche case lungo il corso Sempione (diventato poi Corso della Vittoria) e il canale Quintino Sella. Elementi preponderanti in quel sottoborgo sono due grandi fabbriche, piuttosto importanti e con tanti dipendenti: le fonderie Sorgato e il tubettificio Saccardo. Fabbriche scomparse purtroppo da alcuni anni. Restano soltanto gli scheletri delle strutture. Archeologia industriale, cattedrali nel deserto. A vigilare su tutto (poco, ma importante) c'era è c'è tuttora una cappella, diventata poi piccola chiesa, dedicata a san Rocco, un santo francese del 1300. Da lui il nome del nostro “sottoborgo”. In quest'area vastissima e disabitata, il piano regolatore generale della città di Novara del 1958, varato dalla Giunta del sindaco socialista Sandro Bermani, perfezionato poi nel 1963 dal gruppo di lavoro coordinato dall'architetto Lodovico Meneghetti, impostava la costruzione di case popolari, a cura dell'Istituto Autonomo IACP, e di un intero villaggio a cura della GESCAL, Gestione Case Lavoratori. Il tutto concepito come realtà autonoma, insomma un quartiere che sorgeva dal nulla, provvisto di tutte le strutture essenziali: scuole elementari e medie, farmacia, centro sociale, centro sanitario, chiesa, ufficio postale, attrezzature sportive. Addirittura era previsto nella zona anche l'inserimento di una caserma per i Carabinieri! Non sappiamo bene se tutto ciò sia stato realizzato. Molto certamente sì, grazie anche ad alcuni uomini che hanno fatto del borgo San Rocco una loro personale autentica “passione”. Ci riferiamo a Mario Bertoncelli (1922-1995) e al sacerdote don Angelo Bozzola (1932-2007).
Bertoncelli, libraio in piazza del Rosario, era uomo conosciutissimo a Novara e provincia negli anni del dopoguerra. Già allievo dei salesiani, militante nei comitati civici di Gedda, attivista per la Democrazia Cristiana alle elezioni politiche del 1948, sostenitore di Scalfaro. Uomo attivissimo, presente dovunque in tutte le manifestazioni a carattere religioso e sociale. Consigliere e assessore comunale nella Giunta Leonardi, poi dirigente dell'Ospedale Maggiore e dell'Istituto Autonomo Case Popolari, prese immediatamente a cuore il problema di San Rocco, deciso a trasformare quel “deserto” in una vera comunità. Le sue attenzioni si appuntarono soprattutto sulla realizzazione della nuova parrocchia e del centro sociale. Fondava anche la locale sezione dei donatori di sangue. In città era il propugnatore delle nuove sezioni dell'OFTAL e della SEDIT, dedicate ai pellegrinaggi religiosi (ne realizzò ben 47 soltanto a Lourdes!). Bertoncelli fece la conoscenza, nel 1965, dei due preti inviati a San Rocco dal vescovo Cambiaghi.
Erano il designato parroco don Angelo Bozzola, giovane galliatese, cui si aggiunse poco più tardi don Pierangelo Rossi, insegnante presso il Seminario Diocesano. La prima “chiesetta” (si fa per dire) fu un appartamento di via Brofferio, proprio nel cuore delle nascenti case popolari. I due preti operavano nelle strade, in mezzo alla gente, nel tentativo di creare le prime forme di aggregazione. Affrontando varie espressioni di povertà, sia materiale che spirituale. Don Bozzola e don Rossi avvicinavano soprattutto i ragazzi, i giovani… In quel primo durissimo anno, era il 1965, l'esperienza pastorale rivelava l'assoluta necessità di alcune strutture fondamentali: un ambiente per le assemblee liturgiche (chiesa), aule per il catechismo, locali per incontri e raduni. Un impatto difficile, doloroso, ma indispensabile. Il parroco don Angelo Bozzola e il vulcanico Mario Bertoncelli si incontrano, si conoscono, si confrontano. Ricordava l'amico don Angelo, scomparso l'anno scorso, che accadde un piccolo “miracolo”. Venne offerta la possibilità di affittare una ex fabbrica di via Gibellini, numero 20, la strada principale del borgo. Si trattava di un vasto terreno, oltre settemila metri quadrati, con annessi capannoni, un tempo adibiti ad Oleificio della società RIOLP ( Raffineria Italiana Olii Lubrificanti Pozzi). Dopo il 1960, la fabbrica di proprietà del dottor Silvio Pozzi, suocero dell'ingegner Adriano Bossetti, aveva cessato ogni attività. Era diventata ricovero e deposito degli automezzi della rappresentanza novarese della società “Lancia” del commendator Giovanni Pozzo con il genero Francesco Colombo. Nel frattempo, il lungimirante Mario Bertoncelli aveva provveduto a farsi destinare dall'Istituto Case Popolari un terreno destinato alla futura costruzione della chiesa nuova e annesse opere parrocchiali. Bertoncelli e il parroco visitarono i terreni e la fabbrica, in stato di abbandono, senza acqua, luce, gas e fognatura. Spettacolo desolante e deludente. Mario Bertoncelli non si lasciò certo scoraggiare, affermò immediatamente “Prendiamoli!”. Costituirono, con affiatamento e buona volontà, un bel gruppo di lavoro e in alcuni anni avvenne la trasformazione radicale di quelle vecchie fabbriche obsolete. Nel 1962, altro “miracolo”: la Immobiliare Bonifica di Rovasenda, che era diventata proprietaria dell'ex fabbrica, donava gratuitamente alla parrocchia terreno e immobili. Insomma, tutto diventava di proprietà della parrocchia di San Rocco. Anni di assoluto pionierismo. I tempi tuttavia risultavano lunghi e laboriosi. Prima di sistemare la nuova chiesa ne sarebbe passato di tempo! Per questo motivo, Mario Bertoncelli, in pieno accordo con un sempre più stupefatto don Bozzola, faceva fruttare la sua amicizia con l'onorevole Scalfaro, nel 1968 ministro dei trasporti nel governo Leone. E faceva arrivare da chissà dove una carrozza ferroviaria dismessa, che veniva opportunamente collocata al centro del villaggio GESCAL in largo Cantore. Giunta in loco il 6 gennaio del 1968, quella carrozza ferroviaria venne benedetta e consacrata da monsignor Lupo nel marzo dello stesso anno. E diventò Chiesa a tutti gli effetti. Le foto di Mocchetto mostrano la carrozza appena arrivata e la sua trasformazione in Chiesa. Ne scriviamo perché sono passati 40 anni da quegli eventi che oggi appaiono straordinari.
Gianfranco Capra

 

 

 


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