La sesta edizione del Festival Grinzane Cinema di
Stresa, quattro giornate dedicate al legame tra cinema
e letteratura con proiezioni di film tratti da opere
letterarie, seminari su personaggi e temi di interesse
tra cinema e letteratura, incontri con celebri protagonisti
del mondo dello spettacolo, cinema e informazione,
ha visto la presenza di ospiti famosi, dai registi
Carlo Verdone, Liliana Cavani, Ugo Gregoretti, Lamberto
Bava, Ruggero Deodato, ai nostri Vanni Vallino (che
ha presentato il film dedicato a Cesare Pavese “Un
paese ci vuole”) e Paolo Taggi, alle attrici
Claudia Gerini, Zeudi Araya, Enrica Bonaccorti, Violante
Placido, Marina Tagliaferro. Nell’ultima giornata
l’Hotel des Iles Borromees non aveva nulla da
invidiare a più celebri strutture di Cannes
o Venezia, tanto era il viavai di note personalità
del mondo del cinema nella Dependance delle Azalee,
dove si sono tenute le conferenze stampa. Quest’anno
gli ambiti riconoscimenti sono andati allo scrittore
statunitense Blake Nelson (miglior libro per “Paranoid
Park”, portato sugli schermi da Gus Van Sant,
premiato al festival di Cannes 2007), al regista genovese
Giuliano Montaldo (per aver diretto film tratti da
opere letterarie come “Gli occhiali d’oro”
da Bassani, “I demoni di San Pietroburgo”
da Dostoevskij, senza scordare il kolossal televisivo
“Marco Polo”), all’attrice Claudia
Gerini (Premio Speciale Martini & Rossi) e all’attore-regista
Carlo Verdone (Premio “Cinema per la Cultura”).
Quest’ultimo, “archiviati” con l’ultimo
film “Grande, grosso e Verdone” i personaggi
che lo resero celebre ad inizio carriera, i tre volti
del suo essere “romano” (il “candido”,
il “logorroico”, il “volgare”),
in un congedo che viene scandito da tempi più
ironici che comici, più disillusi che semplicemente
divertenti, in attesa della scoperta di nuove ed inedite
“maschere”, ci ha espresso la sua opinione
sul cinema italiano di oggi, epoca in cui si è
assistito alla morte dei generi cinematografici, quando
ancora negli anni Ottanta si riuscivano a produrre
dignitosi film gialli, horror, avventurosi, fantascientifici,
addirittura western, realizzati da abili artigiani
del cinema. Oggi sembra esistano solo due generi,
quello realistico-drammatico, con tutte le sue sfaccettature,
e quello comico-brillante, a sua volta con più
sfumature. Un panorama un po’ monocorde per
il cinema italiano, ed è lecito chiedersi se
sarà possibile tornare ad avere cinema a 360°
gradi.
“In questo momento non credo”, ci ha risposto
Verdone, “e sapete perché? Manca la preparazione
del pubblico per accettare nuovamente i vecchi generi,
purtroppo è così. Di conseguenza non
ci sono produttori sensibili a questo problema. Questo
dipende sicuramente da un momento di grande paura
e poca creatività. Il grande Sergio Leone è
nato in un momento di grande fermento cinematografico,
in cui l’Italia era ancora forte da questo punto
di vista, lo stesso Dario Argento dei suoi primi film
si è trovato un pubblico molto curioso a predisposto
alle innovazioni.
Oggi il pubblico non è più curioso,
la maggior parte non dice più ‘vado a
vedere il film di…’, solo una nicchia
provvista di cultura e sensibilità, sempre
più ridotta, è rimasta a ricordo di
quei tempi. Abbiamo a che fare con un pubblico diseducato
e completamente privo di entusiasmo. Questa è
l’educazione proveniente dalla televisione degli
ultimi anni, che ha livellato a zero il pubblico,
rendendolo in qualche modo piatto, anestetizzato.
Questo porta alla mancanza di impulsi verso una produzione
ufficiale commerciale”.
Una situazione di totale ristagno, dunque? “Ci
ha provato Alex Infascelli, un ragazzo di talento
che opera però su un terreno non fertile in
questo momento, trova solo una nicchia di persone
che lo seguono. Non si può azzardare in questo
periodo, i tentativi sarebbero destinati all’insuccesso.
Fossimo stati alla fine degli anni Sessanta avrebbe
avuto un senso, c’era la sperimentazione, l’artigianalità
adatta, si andava a vedere tutto. Il problema è
che siamo vittima dello share, che livella tutto quanto
e porta all’indifferenza, non frega più
niente a nessuno. Perché oggi facciamo tutti
questi sceneggiati sui Papi, su Padre Pio, addirittura
sulla mafia, con “il capo dei capi”? Vanno
benissimo, ma sono prodotti che danno con sicurezza
un determinato ascolto da parte di un pubblico magari
ancora un po’ curioso, senz’altro molto
cattolico. Non troveremo più l’azzardo,
in questo momento non c’è possibilità.
Però abbiamo ancora buon cinema con registi
come Paolo Sorrentino ed altri, ecco, loro si sforzano
di proporre un linguaggio diverso, sono assolutamente
da incoraggiare, hanno stile e coraggio, non a caso
possono andare in Europa, vengono seguiti fuori Italia
perché offrono qualcosa di nuovo. Io però
nasco come regista ed attore popolare, sono più
attaccato alla realtà, non perché la
fantasia non sia importante, ma forse non sarebbe
tanto nelle mie corde”.
VERDONE... IN PILLOLE
Romanità
“Ritengo sia una forza quella di essere nato
a Roma. Se non fossi nato nel mio quartiere, dove
ho incontrato tanti caratteri, tanta umanità,
tanti artigiani che adesso non ci sono più,
sicuramente non sarebbe stata nutrita la mia introspezione,
il mio sguardo ironico. La romanità diventa
un limite quando ti appoggi esclusivamente, per insicurezza,
soltanto al dialetto, facendolo diventare un’ostentazione.
Molti bravi attori si sono appoggiati troppo a questo
tipo di romanità, facendola diventare pesante.
Se non la sai usare molto bene, miscelarla, può
diventare davvero molto greve. Nella mia filmografia
l’ho usata quando si trattava di osservare e
caratterizzare con la lente di ingrandimento alcuni
personaggi, soprattutto nei miei primi film. Alberto
Sordi ha basato sulla romanità moltissimo della
sua carriera ma lui era una grande maschera, tipicamente
romana, e quindi con tutto il diritto di maneggiarla
e ritrasformarla nei suoi film”.
L’eredità di “Albertone”
“Io francamente non mi sono mai considerato
l’erede di Sordi. E’ un attore inarrivabile
nei suoi film in bianco e nero, scardinava tutte le
regole della recitazione d’accademia, era un
pazzo, un futurista, un anarchico con tempi tutti
suoi, stava veramente inventando qualche cosa. Ha
raccontato cinquant’anni di storia di questo
paese, tappe importantissime. Io non ho avuto questa
fortuna, o sfortuna dato che molti di questi momenti
storici non erano certo belli, come la guerra, il
dopoguerra, la ricostruzione, il boom economico. Mi
sono trovato in un periodo in cui c’erano dei
rapporti più complicati non tanto a livello
internazionale quanto a quello familiare, tra moglie
e marito, genitori e figli, amici e conoscenti, uomo
e donna. Obiettivi per me più piccoli ma non
meno importanti, perché sono elementi che hanno
completamente trasformato la società di oggi.
Ho affrontato fin dall’inizio questa crisi dei
rapporti nel mio cinema. Insomma, io non so se sono
una grande maschera come Sordi, forse sono più
personaggi, anche se d’ora in avanti (dopo “Grande,
grosso e Verdone”) cercherò caratteri
un po’ più “normali”, con
le loro magagne e fragilità”.
Musica
“La musica per me è importante, ho ancora
le mani rovinate per aver fatto due serate con Venditti
che si sono trasformate quasi in un assolo. La musica
mi accompagna tutto il giorno, nelle sue varie fasce
cambia di genere ma è sempre presente. Ho trasmesso
a mio figlio questa passione e contiamo presto di
fare qualcosa insieme, all’insegna del divertimento”.
Letture
“Più passa il tempo e più mi ributto
a leggere i classici. In narrativa mi interessano
persone come Minniti, mi è piaciuto il libro
di Veronesi “Caos calmo”… ma sarei
davvero felice se esistesse una narrativa che potesse
aiutare di più il cinema, ce n’è
troppo poca. Come esce un libro che ottiene successo
tra il pubblico se ne fa subito un film, o a torto
o a ragione. Viviamo un momento di grande stanca di
soggettisti e sceneggiatori nel nostro cinema. Il
ruolo della narrativa dovrebbe essere importantissimo,
dovrebbe dare una mano sia alla letteratura italiana
che al cinema. L’ultima cosa che ho letto è
stato il libro di Joseph Ratzinger, che ho affrontato
per curiosità. E’ un grande professore,
e per me che stavo per laurearmi in storia delle religioni
la materia è di forte interesse”.
Il mondo “cafone”
“Nel mio ultimo film si ride su dei miserabili,
alla fine, ma la famiglia di cafoni che racconto,
in fondo in fondo, è meno cafona di tutto un
mondo che gli sta attorno che sembrerebbe più
raffinato, più colto, con più stile.
In realtà loro fanno quasi tenerezza, il film
è una debole speranza, certo non si evolveranno
in meglio ma senz’altro sono più puliti,
lei non tradisce il marito, si chiedono scusa pensando
ognuno di avere colpa. Potevano ripresentare quei
personaggi solo in un modo, cioè portandoli
all’estremo. Il momento attuale della società
italiana mi ha spinto a portarli verso un cinismo
reale, questo film evidenzia una sedicente cultura,
stile e raffinatezza che sono in realtà esaltazione
di tanta volgarità. Il titolo “Grande,
grosso e Verdone” forse è un po’
fuorviante, non rimanda esattamente al primo “Bianco,
rosso e Verdone”, la chiave è differente,
volevano lasciare qualche cosa, non fare la solita
commedia tutta gag, battute e tormentone. Mi sembra
che così siamo stati più onesti”.
Paola Principe