Un "retromuseo" dei computer

Un ingegnere novarese ha salvato dalla distruzione oltre duemila computer dismessi che costituiranno il cuore di un futuro museo informatico.

Alcune volte è stato necessario utilizzare una gru, altre smontare completamente degli infissi, altre ancora smontare i pezzi e riassemblarli poco per volta: non si tratta di una ditta di traslochi, ma di quanto si è dovuto fare per “salvare” da una distruzione certa computer, sistemi hardware, workstation, consoles, stampanti e tanto altro ancora.
Tutto ciò è stato meticolosamente raccolto e catalogato in oltre una decina di anni da un appassionato ingegnere elettronico novarese, Alberto Rubinelli.
Non è possibile definire la sua una “collezione”, non solo per i numeri – si tratta di oltre duemila pezzi salvati da sicura rottamazione – ma anche perché sarebbe decisamente riduttivo: in questo modo, infatti, vuole “salvaguardare” una parte importante di quella che è stata la storia della tecnologia. Rubinelli ha raccolto, come detto, oltre duemila apparecchi, di cui poco più di 800 computer, una trentina di consoles, oltre 800 periferiche, e poi ancora, calcolatrici, macchine da scrivere, strumentazioni, software, networking: tutti questi pezzi, con foto e descrizioni particolareggiate, sono visibili sul sito del museo del retrocomputing, all’indirizzo internet www.oldcomputers.it.



Ma come avviene il “salvataggio” di un computer? “Quando si sa che un pezzo sta per essere dimesso”, spiega Rubinelli, “si contatta il proprietario, poi ci si organizza per il recupero vero e proprio. Vale molto il passaparola. Bisogna organizzarsi in maniera autonoma: a volte, per i pezzi di dimensioni limitate, non ci sono problemi, ma per i server o altre cose è un po’ più complicato. Servono furgoni e mezzi per spostarli. Una volta è stato necessario utilizzare una gru”. Una vera e propria corsa contro il tempo, in quanto spesso i proprietari hanno fretta di disfarsi di questi macchinari, considerati ormai obsoleti.
Fra i pezzi pregiati del museo del retrocomputing vanno segnalati un terminale Tektronix con grafica vettoriale: è stato trovato recentemente presso un mercatino nei dintorni di Modena. La particolarità di questo apparecchio consiste nel fatto che i caratteri sul video non sono visualizzati per matrice di punti, ma disegnati in continuo. Si tratta di uno dei pochi esemplari ancora esistenti. Poi ancora una workstation del CNR di Roma, un sistema HP in uso all’ASL di Borgomanero e lei, la vera “chicca” della collezione: la “Programma 101” Olivetti, la macchina che ha segnato un passaggio storico importantissimo, ovvero quella da semplice calcolatore a computer. Il pezzo salvato da Rubinelli risale al 1965. Ma tanti altri elementi stanno per far parte del museo. La passione dell’ingegnere verso questo tipo di macchinari nasce sin da ragazzo, quando, all’età di 12 anni, costruì il suo primo computer.



Materialmente tutti i pezzi del retromuseo si trovano collocati in un capannone nei dintorni di Momo, che però non è sufficiente a contenerli tutti, ed altri in magazzini e garages. Uno degli obiettivi dichiarati da Rubinelli è quello di poter trovare, finalmente, una sede espositiva definitiva per fare in modo che più persone – non solo gli appassionati del genere, ma anche semplici curiosi – possano vedere realmente il modo in cui la tecnologia si è evoluta in un così breve lasso di tempo. Il maggior numero di dismissioni, infatti, si è avuto in coincidenza con il cosiddetto “Milleniun Bug” del 2000, che ha portato ad una vera e propria corsa verso nuove tecnologie. Attualmente è possibile visitare il capannone e gli altri magazzini solo su appuntamento, ed è un vero peccato, in quanto, a livello di numeri, risulta avere una dotazione di pezzi decisamente superiore a quella del Deutsche Museum di Monaco, considerato il numero uno in questo campo. Non va neppure dimenticato che anche l’Unesco ha riconosciuto l’importanza del retromuseo novarese, inserendolo nell’elenco dei siti di maggiore rilevanza. Proprio per questi motivi è importante che il lavoro ultradecennale di Rubinelli possa trovare finalmente una sede adeguata, altrimenti alcuni enti stranieri potrebbero approfittare della situazione ed invitarlo a trasferire il tutto in un museo appropriato all’estero.
Il lavoro di Rubinelli, non si ferma qui: da qualche anno è invitato, proprio per questa sua grande esperienza, all’Università di Padova, nell’ambito di un convegno in cui si parla dell’importanza della storia dell’informatica e di come anche le persone, nel corso degli anni, si siano approcciate in maniera differente alla stessa.
Ora esistono programmi che consentono di svolgere diverse funzioni, anche quelle più complicate con un solo click ed indubbiamente il lavoro degli utenti è assolutamente agevolato: ma chi si ricorda, ad esempio, che per far scrivere anche solo una parola al Commodore 64 od al “mitico” VIC 20, negli anni Ottanta, non cento anni fa, era necessario scrivere un programmino in basic, pur se breve? E che soddisfazione nel vedere che funzionava, o che scervellarsi se compariva il famoso messaggio “syntax error”, indicante invece che si era commesso qualche errore…
Nadia Carminati





 

 


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