Splendore
sabaudo:
la Reggia di Venaria
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“Chi vëd Turin e nen la Venaria,
à vëd la màre e nen la fija”
(chi vede Torino e non la Venaria, vede la madre e
non la figlia)
- proverbio -
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A pochissimi chilometri dal centro di Torino si erge
in tutta la sua maestosità la reggia di Venaria
Reale che, insieme alle altre diciassette residenze
sabaude del Piemonte, costituisce uno dei più
grandiosi esempi della magnificenza in auge tra il
XVII e il XVIII secolo. In effetti è la più
grande per dimensioni, paragonabile senza dubbio alla
reggia di Versailles, che fu costruita ispirandosi
alla struttura piemontese. La sua progettazione ed
edificazione fu commissionata dal duca Carlo Emanuele
II di Savoia all'architetto Amedeo di Castellamonte.
Fu edificata in pochi anni, dal 1658 al 1679, ed il
suo scopo principale era quello di farne la base per
le battute di caccia nelle vaste campagne torinesi.
Da qui è stato derivato il nome di Venaria,
dal latino “Venatio Regia”. Il complesso
della struttura e dei giardini ha un'enorme estensione,
circa 80.000 metri quadrati, attorno alla quale negli
anni è nato un insieme di case e palazzi sino
a diventare un comune autonomo della provincia di
Torino.

La reggia propriamente detta comprendeva due corti
ed aveva come nucleo centrale il Salone di Diana:
nella parte di sudovest si trovavano i canili, la
scuderia, la citroniera, mentre nei giardini all'esterno
veniva allestita l'immensa peschiera, una vasca colossale
in cui venivano allevati i pesci. A seguito della
distruzione di una porzione dell'edificio da parte
delle truppe francesi nel 1693, venne iniziato un
rinnovamento della struttura affidato all'architetto
Michelangelo Garove. La morte prematura di quest'ultimo
nel 1713 fece sì che il cantiere venisse affidato
tre anni dopo a Filippo Juvarra, che divenne poi l'architetto
di fiducia di casa Savoia e famoso per aver realizzato
la residenza di Stupinigi, la basilica di Superga,
Palazzo Madama a Torino e la cupola di Sant'Andrea
a Mantova. Juvarra operò alcune modifiche fondamentali
all'edificio sopraelevando la Galleria Grande, un'immensa
galleria alta 15 metri, larga 12 e lunga quasi 70
metri che collega due ali della reggia; costruì
anche la cappella di Sant'Uberto, edificio a croce
greca smussata e cappelle circolari sulle diagonali.
All'esterno, oltre agli immensi e fastosi giardini,
è stato recentemente portato alla luce ciò
che rimane del Tempio di Diana, una splendida testimonianza
dell'abilità del Castellamonte; presso questo
tempietto i cortigiani amavano intrattenersi, rilassarsi
o eventualmente consumare amori segreti. La scoperta
dei ruderi si è rivelata molto interessante,
soprattutto in considerazione del fatto che il tempietto
fu smantellato nel 1700 per volere di Vittorio Amedeo
II nella previsione di un rifacimento dei giardini;
i preziosi marmi che rivestivano il tempio furono
riutilizzati nella cappella di Sant'Uberto e in alcune
sale all'interno della reggia. Dal 1800 circa in poi
la reggia venne adibita a caserma; fu devastata dall'occupazione
francese, da una generale incuria e dai continui e
ripetuti saccheggi dei suoi tesori e dei suoi materiali
costruttivi. Il saccheggio, perpetuato prima, durante
e dopo la Seconda Guerra Mondiale, unito all'azione
degli agenti atmosferici che causarono danni quasi
irreparabili alle strutture, ormai lasciate a cielo
aperto a causa del crollo di alcune parti del tetto,
completarono l'opera di degrado.
La reggia costituì un grave problema di recupero
per il demanio, trattandosi di un patrimonio inestimabile:
una prima azione di restauro si ebbe tra il 1966 e
il 1967, allorché la Soprintendenza si occupò,
insieme all'Università di Torino, del recupero
della Sala di Diana e della cappella di Sant'Uberto.
Un secondo intervento prese forma negli anni
Ottanta grazie al neonato Ministero dei Beni Culturali
e alla collaborazione della regione Piemonte. Con
il passare degli anni vennero coinvolti nel progetto
altri enti come l'Unione Europea sino al definitivo
recupero e restauro dell'intera reggia e dei giardini,
lavori che sono durati otto anni e che sono tuttora
in corso. Il risultato di questa immane opera si può
finalmente ammirare in tutta la sua grandiosità;
ne è davvero valsa la pena, tanto più
che dal 1997 tutte le residenze sabaude sono state
iscritte come Patrimonio Mondiale dell'Umanità.
Nel percorso di visita e nella mostra si possono ripercorrere
tutte le varie fasi della storia della dinastia dei
Savoia, attraverso una eccezionale pinacoteca che
impreziosisce le sale attraversate durante la visita,
ma anche osservando i numerosi plastici realizzati
in legno, che riproducono la mappa di Torino e alcune
delle residenze sabaude come ad esempio il modello
del Palazzo del Senato Sabaudo di Torino, risalente
al 1755, realizzato in legno di pioppo e curato sin
nei minimi particolari.
I visitatori potranno poi intrattenersi con alcuni
filmati realizzati dal grande regista Peter Greenaway
che riproducono la vita ed i costumi dell'epoca. Attraversando
la Sala di Diana si potranno ammirare gli spettacolari
stucchi del soffitto a volta, ma anche moltissimi
altri oggetti in mostra nelle altre stanze. Tra questi
vale la pena ricordare ad esempio il fucile da caccia
di Vittorio Amedeo II del 1723, o un orologio astronomico
da tavolo, datato 1550. Certamente non si può
non citare la preziosissima spada di San Maurizio
del XIII secolo e la sua custodia in legno che risale
al XV secolo. La spada è particolarmente pregiata
sia perché viene considerata una rarissima
reliquia del Santo Martire, sia per le sue straordinarie
e quasi perfette condizioni di conservazione. Essa
è dotata del suo fodero originale in cuoio
rivestito di velluto e grazie all'essere considerata
sin da subito un importante cimelio, si è conservata
quasi intatta sino ad oggi. Vera e propria opera d'arte
è il moschetto da caccia a ruota con chiave
e fiasca per la polvere, del 1600; la pregevole arma,
finemente decorata in avorio, oro, a rgento e madreperla,
è stata donata da Massimiliano I di Baviera
a Carlo Emanuele II in occasione delle nozze tra il
figlio Ferdinando Maria di Wittelsbach e la sorella
del duca, Enrichetta Adelaide di Savoia. Naturalmente
non è possibile enumerare l'immensa quantità
di opere d'arte presenti presso la Reggia; l'unico
consiglio che si può dare è che vale
assolutamente la pena di visitarla.
Marco Sozzani


COME ARRIVARE ALLA REGGIA
Raggiungere la reggia da Novara in auto è
semplice: si imbocca l'autostrada per Torino,
si segue poi la tangenziale fino a raggiungere
l'uscita di Venaria. Da lì ci sono
numerosi cartelli che indicano come raggiungere
la reggia. Per chi va in treno, ci sono i
bus navetta che partono da Porta Nuova e da
Porta Susa tutti i giorni dal martedì
alla domenica e raggiungono Venaria in circa
40 minuti; il biglietto costa 5,00 euro andata
e ritorno. Per informazioni si può
chiamare il numero verde 800-019152. Per prenotazioni
800-329329 oppure 011-4992333, ricordando
che, data l'enorme affluenza, chi va durante
la settimana può anche non prenotare
i biglietti, ma nei week-end è indispensabile
farlo. La reggia è aperta da martedì
a domenica; martedì, mercoledì
e giovedì dalle 9.00 alle 16.30; venerdì
dalle 9.00 alle 20.00; sabato dalle 9.00 alle
22.00; domenica dalle 9.00 alle 19.00. Il
biglietto per visitare reggia e giardini costa
12 euro intero e 8 ridotto; solo la reggia
10 euro intero e 7 ridotto.
Sito internet: www.lavenaria.it.
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