Missionari novaresi nel mondo

Annunciano il Vangelo nei paesi più poveri e arretrati ma non solo, operano in prima linea in zone difficili e rischiose, aiutano i più bisognosi a vedere il futuro con più speranza: una panoramica sull’attività missionaria novarese.

Il Centro Missionario Diocesano, diretto da Don Mario Bandera, è lo strumento, il luogo, l’istituzione di cui la diocesi di Novara si è dotata per seguire l’attività dei missionari novaresi che operano in diverse parti del mondo. Al 2007 questi sono circa 150, sparsi un po’ ovunque nel globo, la maggior parte di loro, circa il 60%, in America Latina, un 30% in Africa e il 10% in Asia. Al concetto di missione viene abbinato l’impegno a favore dei paesi poveri ma il vero compito del missionario, sia esso laico, suora o prete, è quello di annunciare il Vangelo. Può sorprendere, quindi, sapere che vi sono missionari in Giappone e negli Stati Uniti, dove scuole novaresi agiscono in Alabama, in paesi tutt’altro che poveri. Il missionario è invece presente perché suo compito primario è annunciare il Vangelo, proporlo e adattarlo alla circostanza politico-geografica del luogo.
“Il concetto di fondo è uno”, spiega don Mario Bandera, “il missionario è convinto che il messaggio di Gesù Cristo contenuto nel Vangelo sia un messaggio da portare a chi non lo conosce. Questo perché contiene in sé due caratteristiche che nella comparazione con altre proposte religiose risultano essere peculiari solo per il cristianesimo, che sono l’uguaglianza di tutti gli uomini davanti a Dio e l’amore e il perdono, rivolto anche verso il tuo nemico, verso chi ti ha offeso”.
In Giappone questa proposta può essere insegnata anche attraverso le scuole, una delle università più importanti di Tokyo è quella di Santa Sofia dei Gesuiti, ma altrove, in Asia, Africa e America Latina bisogna confrontarsi con situazioni di estrema povertà e miseria. Questo contesto è preferito dai missionari perché si abbina la promozione umana alla proposta cristiana. Di ciò si occupa il Centro Missionario Diocesano, aperto su due versanti: sostenendo chi è impegnato in prima linea e sensibilizzando l’opinione pubblica novarese alla conoscenza dei termini del problema. Il paese con più presenza cattolica al mondo, cioè di battezzati, secondo i dati dell’Annuario Pontificio è il Brasile, seguito da Messico, Filippine, Stati Uniti ed Italia. I primi quattro non sono più paesi europei, oggi la maggioranza dei cattolici non è più in Europa. Il paese islamico di fede musulmana più grande al mondo è diventata l’Indonesia, seguita da Pakistan ed India: nessuno di questi tre paesi è arabo, i più grandi paesi islamici, dal punto di vista numerico, non sono quindi arabi. E inoltre, la comunità anglicana più grande non è in Inghilterra, è in Sudafrica. La Nigeria ha più luterani che la Germania.
“La storia”, continua don Mario, “ha già stravolto le comuni credenze, è ciò è dovuto a vari fattori, tra i quali la crescita demografica e gli spostamenti dei popoli. L’Arabia pretende di dettare legge nell’ambito musulmano ma già l’Indonesia non ne vuole sapere e segue dogmi propri, diversi”. I missionari, sia maschi che femmine, possono entrare in una congregazione, tipo quella dei comboniani, che provvede a spedirli in determinati paesi, possono appartenere a congregazioni religiose oppure ad istituti non specificatamente legati alla missione. “Vi sono nostre scuole fondate per esigenze locali che ora si sono aperte alla missione e adesso hanno la loro specifica zona di azione”.
Il clero diocesano, fino a 50 anni fa, disperdeva i missionari nel mondo a seconda dell’aggregazione cui appartenevano poi Pio XII ha messo ordine nel sistema con l’enciclica “Fidei Donum” stabilendo che tutti dovevano essere coinvolti nell’opera di promozione e quindi dalle chiese locali cominciarono a partire per le missioni sacerdoti diocesani usciti dal seminario, seguiti poi anche dai laici, spesso all’interno di progetti proposti da Organismi Non Governativi o al servizio di altri missionari.
“L’anno scorso”, sottolinea ancora don Mario, “abbiamo avuto quattro giovani partiti per l’Uruguay con il nostro missionario don Giancarlo Moneta, che ha creato una piccola San Patrignano per il recupero di ragazzi di strada tossicodipendenti o emarginati e che necessitava di personale laico. Il numero di missionari oggi è in calo in tutta Italia, non vi è ricambio: alcuni portano a termine la loro esistenza terrena, altri sono troppo vecchi o anche malati, altri ancora devono rientrare per essere d’aiuto alle proprie famiglie però la loro opera sul posto, la chiesa o il paese toccato dalla loro presenza tende ad espandersi. La Colombia ha già quattro istituti missionari, in Ciad ho trovato missionarie giapponesi. Alcuni seguono e sostengono molto i ragazzi, abbiamo attivi progetti di adozione a distanza a Manaus e in Uruguay, altri sono professori di università o parroci in zone problematiche e difficili”.
In Africa, precisamente nello stato del Senegal opera Celestina Fortina, volontaria laica novarese partita diciotto anni fa dopo una carriera in Provincia, che si è sposata in loco (e proprio don Mario ha officiato il rito) con Keba Aidara, agronomo di fede musulmana da sempre attivo a favore dei lebbrosi. Assieme conducono una cooperativa agricola, con una quarantina di famiglie come lavoratori, che produce fiori e rende molto piacevole l’ingresso a Dakar, con questi appezzamenti fioriti grazie anche all’attività di molti altri che ne hanno seguito l’esempio. Ma l’interesse principale è rivolto a Sowane, il villaggio dei lebbrosi a 150 chilometri da Dakar. Non si tratta di una comunità dove questa malattia porta i colpiti alla consunzione finale: qui abitano invece i lebbrosi guariti dal morbo, che però non possono tornare ai villaggi d’origine a causa dei segni lasciati nel fisico dalla lebbra. Pur se guarita, di fatto questa gente rimane segnata a vita, emarginata da propri simili. Già negli anni Trenta i francesi avevano costruito per loro alcune case, poi la comunità si è ingrandita, anche perché i loro figli, nati perfettamente sani, avevano bisogno di condurre un’esistenza normale. “L’opera di Celestina”, prosegue don Mario, “permette a queste persone colpite dalla lebbra di mantenere una propria dignità di vita, di fare piccoli lavori artigianali (quando consente la loro menomazione), coltivare piccoli appezzamenti di terra. Lì è sorta di recente la chiesetta, dedicata ai Santi Anna e Gioacchino, i genitori della Madonna secondo i Vangeli apocrifi, cui tutti hanno contribuito alla realizzazione. C’è anche un rinnovato ambulatorio medico, con un dottore presente due volta alla settimana. La sorpresa per me, quando sono sceso a Sowane per l’inaugurazione, è stata che tutti pregavano durante la messa, cristiani e musulmani insieme, per i nostri fratelli cristiani. Quando qui in Europa si lotta ancora per una difficile integrazione, laggiù in Africa questa esiste già da secoli”. E in questo c’è, neppure tanto nascosto, un bell’insegnamento per tutti.
Michele Tetro

 

FEDI DIVERSE , UNICO SCOPO

Una nuova, piccola chiesa del lebbrosario di Sowane, in Senegal. Questo è quanto sono riusciti a realizzare anche i novaresi, grazie al Centro Missionario Diocesano, guidato da don Mario Bandera. Sowane è un villaggio di lebbrosi situato a circa 150 chilometri da Dakar dove è stata inaugurata la chiesa, fortemente voluta dalla minoranza cattolica che vive nella comunità. L'opera si è concretizzata grazie agli aiuti del Centro Missionario di Novara che ha canalizzato il sostegno di tante altre persone. Il villaggio di Sowane è al momento una comunità composta da una cinquantina di famiglie (circa trecento persone) di ex lebbrosi che vive in modo autonomo, dove i figli sono nati liberi dal morbo e non hanno subito le conseguenze che invece hanno segnato i loro genitori. Con questa gente lavora la volontaria novarese Celestina Fortina, che, con il marito senegalese Keba Aidara, sono un punto di riferimento fondamentale per i bisogni e le necessità del villaggio. Grazie al loro aiuto, negli anni passati sono stati realizzati pozzi per l'acqua, un orto comunitario, un giardino d'infanzia e una piccola scuola elementare. All'inaugurazione era presente un gruppo di novaresi guidato proprio da don Bandera. Tutta la comunità del lebbrosario di Sowane ha contribuito alla realizzazione della chiesa: giovani e vecchi, donne e bambini, sani e malati, ma quel che più conta, musulmani e cristiani, insieme a lavorare per il bene di tutti. (MC).

 

 

 


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