Ho incontrato Diego Pasqualin, e la sua compagna
Luisella, all’inaugurazione della sua personale
“Corpus Domini” di Studio Dieci, a Vercelli.
Pareti bianche, lo studio quasi vuoto ma riempito
di parallelepipedi, ognuno dei quali recanti un cuscino
bordeaux, con sopra calchi di visi, fatti con ostie.
Il lavoro di Diego mi è sembrato subito molto
interessante, e non mi sono lasciata scappare l’occasione
di “rubargli” questa intervista. Questa
volta Nov’Arte presenta un artista davvero giovanissimo,
ma davvero ricco di possibilità. E chissà
che tra qualche anno non potremo vantarci di avergli
fatto la prima intervista…!
Giovanissimo, hai appena concluso l’accademia
di Brera. Quanto ha contato la preparazione accademica
nel tuo lavoro?
“Ritengo che mia la formazione giochi un ruolo
decisivo in ciò che faccio e produco. Prima
del percorso accademico però ci sono due tappe
fondamentali. La prima è il liceo artistico
di Romagnano Sesia, che mi ha dato la possibilità
di conoscere Carla Crosio e il suo mondo abitato da
romantiche e deliranti inquietudini; lei ha saputo
sgrossare le montagne che gravavano sulle mie spalle
e mostrarmi il “contemporaneo”. Tappa
parallela al liceo è sicuramente lo studio
della danza, grazie alla quale ho iniziato a percepire
i primi limiti, confini e possibili evasioni dal corpo.
Senza questi due tasselli mi risulta difficile comprendermi
e affrontare la svolta che mi ha fornito l’Accademia.
Da liceale non vedevo l’ora di approdare in
città… e Milano mi ha fornito tutto ciò
di cui avevo bisogno. Ho divorato strade, opere, persone
e lei… l’Accademia. In questo luogo magico
l’incontro fondamentale è sicuramente
quello con Rolando Bellini, docente di storia dell’arte
contemporanea, e il suo amore per la cultura e la
ricerca. Bellini è stato anche il relatore
della mia tesi, dal titolo “Il mio corpo, Il
mio sangue, la mia anima”, grazie alla quale
si è delineato il mio amore per il corpo e
le relazioni, i sentimenti e i turbamenti di quest’ultimo
quando è a contatto con il resto del mondo”.
Hai recentemente esordito con la personale
“Corpus Domini” a Studio Dieci a Vercelli.
Ci descrivi la preparazione, anche mentale, del lavoro?
Qual è il concetto da cui ti sei mosso?
“Corpus Domini”, come ogni mio lavoro,
ha avuto una lunga gestazione. È un argomento
molto difficile da affrontare in quanto ogni opera
è il seguito della precedente, è un
discorso mai concluso ma sempre differente. Non ho
una forma espressiva o un tema su cui continuo a lavorare,
raccolgo tracce di me, trame del mio vissuto e delle
persone che mi circondano, il tutto viene mescolato,
intarsiato e filtrato dai libri e dalla musica di
cui mi sto cibando in quel momento. È per questo
che ogni mia opera è difficilmente riconducibile
ad un’altra, i materiali, le forme e le misure
non sono un vincolo per me, ogni volta ricerco ciò
che è più idoneo e adatto a quello che
voglio raccontare. “Corpus Domini” rappresenta
una svolta decisiva, è la conclusione di un
capitolo e l’apertura di un altro allo stesso
tempo. In questa installazione ho messo in gioco molti
elementi: il mio amore per la ricerca che riesce a
far coesistere l’austera mistica con la sfrenata
carnalità, il mio amore per Luisella, la mia
compagna, e il sogno di un “Cannibalismo d’autunno”
alla Dalì nei suoi confronti. Io… mangiatore
e cibo allo stesso tempo. Sono sicuro che senza di
lei questo lavoro non sarebbe venuto alla luce. Il
concetto di base è sicuramente quello dell’offerta,
il donarsi all’altro totalmente e saziarlo con
la propria essenza, fino al caso estremo di un atto
di cannibalismo. Divorarsi per scoprire e scoprirsi.
Divorarsi per cancellare i confini che ci separano.
Divorarsi per purificarsi nell’altro”.
Molti artisti contemporanei utilizzano
fotografia e video nei loro lavori. Quanto conta la
multimedialità nel tuo lavoro?
“Le nuove tecnologie mi affascinano molto, ne
sono attratto anche se sento che attualmente, per
quello che voglio raccontare, non sono i mezzi migliori.
Ho realizzato un lavoro utilizzando il computer e
la macchina fotografica perché era il mezzo
adatto, ma è stato un caso raro. Mi piacciono
molto anche i video, ma per adesso ho fatto solo dei
piccoli esperimenti. Trovo molto interessante la musica
che è possibile produrre con i mezzi elettronici,
trovo ammaliante l’asetticità ossessiva
e distorta di alcuni brani e il pensiero che il computer,
e non un classico strumento, stia emettendo ciò
che ascolto”.
E la parola?
“Amo le parole che precedono il mio lavoro,
mi piace ascoltare le persone parlare e dialogare
con esse, ma non credo che la parola vera e propria
rientrerà mai all’interno del mio lavoro”.
Sei un’artista didascalico? Senti
l’esigenza di spiegare il tuo lavoro?
“Odio le didascalie, righe orribili nate per
distruggere ogni briciolo di immaginazione! Accetto
dei documenti allegati per permettere di comprendere
meglio alcune circostanze o fatti storici, ma ritengo
dannosissime quelle didascalie che pretendono in quattro
righe di spiegare un lavoro.”
Cosa c’è da spiegare?
“Quello che vedo io è inevitabilmente
diverso da quello che percepisci tu, quindi…
perché vogliono sforzarci a vedere quello che
vede, addirittura, una terza persona? Nel momento
in cui decido di esporre un mio lavoro sono cosciente
di gettarlo in pasto a chiunque, ci saranno persone
che lo apprezzeranno e chi lo troverà ridicolo,
ma è inevitabile, del resto anche i miei occhi
giudicano ciò che vedono! Ritengo si possa
discutere di un lavoro, ma è assurdo distruggere
la bellezza dell’interpretazione”.
Quali sono i temi sui quali ti sei impegnato
recentemente?
“Bene o male ogni mio lavoro affronta un tema
differente, o quasi, non amo ripetermi perché
ogni giorno non sono la persona del giorno precedente,
quindi mi è molto difficile soffermarmi troppo
sullo stesso punto. Diciamo che il Corpo ha quasi
sempre fatto da sfondo, nei vari lavori è visto
da angolazioni diverse, per permettermi di cambiare
ogni volta. I filoni sui quali si concentra la mia
ricerca sono due: uno più mistico e intimo,
l’altro più carnale e provocatorio. Dalle
relazioni amorose a quelle famigliari, dalla figura
della Madonna a quella di Maria, dal mio corpo all’unione
di quest’ultimo con quello altrui, ecc. Collegamenti
apparentemente illogici, che si rispecchiano però
in quello che ho vissuto in questi ultimi anni”.
Quanto conta la spiritualità nel
tuo lavoro?
“La spiritualità e la ricerca del sacro
sono fondamentali per me, mi è impossibile
privarmi di questi magici dubbi. Domande su domande
e ancora domande. Non cerco risposte, ma ancora domande.
Le risposte... forse un giorno arriveranno”.
Progetti per il futuro?
“Ho tantissimi progetti per il futuro e spero
di riuscire a realizzarli in buona parte. Di certo
so che continuerò a studiare, vorrei fare delle
esperienze all’estero, prima in Inghilterra
e poi verso Oriente, fondere in me nuove culture per
creare nuovi punti di partenza. Mi piacerebbe molto
prendere una laurea anche in filosofia, in quanto
la ritengo una materia fondamentale per chiunque ha
a che fare con l’arte”.
Un sogno?
“La biennale di Venezia ti sembra troppo? Vorrei
costruire una buona carriera artistica e non mi dispiacerebbe
anche quella accademica. L’idea di poter insegnare
in accademia mi alletta molto, per la possibilità
di continui scambi con altre persone”.
No… la Biennale non mi sembra troppo, Diego.
E ti auguro con tutto il cuore di arrivarci!
Eliana Frontini
