Le ali del drago

La naturalista novarese Elisa Riservato nell’affascinante e solitario studio delle libellule, indicatori di biodiversità minacciate dall’inquinamento.

Attimi di inatteso ritorno della natura per Elisa Riservato, naturalista esperta di libellule, le “Dragon Fly” anglosassoni: “ho rivisto le lucciole, nella località di Case Sparse di Granozzo. Era sera, stavo avvicinandomi a un sito, ho spento le luci dell’auto e di colpo le ho viste ovunque”.
Elisa si racconta: “I miei genitori e i miei nonni erano appassionati di natura, mi hanno trasmesso questa passione, questa confidenza. Al Torrione, trascorrevo molto tempo nei fossi, a giocare, a osservare un mondo piccolissimo e sconosciuto”.
La volontà di lavorare dentro la natura e in mezzo agli animali è arrivata presto. Elisa “da piccola” voleva fare la veterinaria, poi ha imboccato una strada diversa. “È una vita difficile quella del naturalista, una vita da precario. Ma è quello che volevo fare e ci sto riuscendo. A Scienze Naturali volevo diventare etologa, ma cercavo delle specie animali alle quali nessuno presta attenzione. Da lì, ho iniziato a conoscere le libellule. Ho focalizzato i miei studi sull’utilizzo delle libellule come indicatori della biodiversità e della qualità ambientale: dove c’è meno inquinamento, la biodiversità aumenta e, nel nostro caso, ricompaiono le libellule. Questo perché, nella fase larvale, acquatica, hanno necessariamente bisogno di acque non inquinate”.
Se dovesse indicare dei maestri, Elisa nominerebbe “il mio docente di gestione e conservazione delle risorse naturali all’Università. Poi, non saprei. Non “un solo” maestro, almeno. Direi i miei colleghi all’estero, che sono più avanti di noi, così mi baso molto su di loro, ricevendo incoraggiamenti costanti, che servono molto per combattere la sensazione di isolamento che ti prende in Italia, dove è difficile lavorare sulla natura”.
Molte persone non sanno bene in che consiste la professione di naturalista. “È un lavoro vero e proprio. Mi dicono: ‘che bello, sei in giro tutto il giorno, sei all’aria aperta, sei fortunata’, ma non si rendono conto degli anni di preparazione e dell’impegno fisico e psicologico”. In particolare, nell’ambito dell’attuale Progetto Libellula, Elisa procede nella fase del censimento e della catalogazione delle popolazioni e delle specie di libellule. “Sto girando da sola tutta la provincia, alla ricerca di fontanili, che possano diventare sede di popolazioni di libellule. Non è semplice. Mi baso spesso su vecchie carte, oggi nessuno più sa il numero esatto di questi fontanili. Non di rado devo andare a cercarli, scovandoli come se si fossero nascosti, basandomi su indizi e sulla interpretazione delle carte”. Un po’ Indiana Jones, un po’ Lara Croft, Elisa dimentica la fatica immersa in ambienti dove l’uomo sembra scomparso, divenuto solo un ricordo. “No, la solitudine non mi fa paura: in mezzo alla natura sono tranquilla. Della natura non ho mai paura”. I momenti ‘sospesi’, dove l’incantamento si unisce all’osservazione scientifica, costituiscono ricordi molto personali. “Anche solo stare seduta a vedere quando fanno la metamorfosi è una cosa speciale”.



Tanto impegno dà i suoi frutti: “Trovo e ho trovato tantissime specie che sono di interesse comunitario, specie rare, protette ed elencate nella Direttiva Habitat della Comunità (92/43 CEE)”. Il rapporto di collaborazione col Settore Agricoltura della Provincia di Novara è ottimale: “devo molto alla loro considerazione. È raro che un ente pubblico dia un lavoro così bello a un naturalista. C’è collaborazione con l’Assessorato alle Politiche Agricole e Ambientali”. La raccolta dei dati è utilissima: “evidenziano l’importanza di aree come il Parco Ticino, l’area di Borgolavezzaro e l’oasi del Burc Vif. E inoltre, a livello europeo, l’aver trovato specie internazionali apre la prospettiva a nuovi progetti e a finanziamenti per recuperare aree e specie animali. È un valore aggiunto al territorio”.
Molte persone si chiedevano dove fossero finite le libellule e sono contente alla prospettiva del loro ritorno. “A Novara, negli anni Settanta, ce ne erano dei veri e propri sciami. Erano della specie ‘Sympetrum Depressiusculum’: alzavi il dito e si posavano sopra, oppure sulle canne negli orti, ne potevi trovare un’infinità”.
Perché sono sparite? “Il loro declino è dovuto all’uso massiccio dei pesticidi e alle pratiche agricole legate alla coltivazione del riso, sulle quali aprirei una parentesi. Intanto dico che ho ritrovato una popolazione di libellule in un posto solo in tutta la provincia. È considerata ormai una specie rara”.
Parliamo delle pratiche agricole risicole. “A fine inverno, le risaie vengono livellate con la livellatrice laser, e diventano come delle immense tavole da biliardo di 4 ettari. Quindi, verso marzo-aprile, vengono allagate per la falsa semina col riso crodo, selvatico e infestante. Quando è cresciuto, l’acqua viene tolta e si procede al diserbo. C’è la prima asciutta, quindi si allaga ancora, si semina e si fa la seconda asciutta, per il radicamento. Lungo tutta la stagione, avvengono altre due o tre asciutte, per il trattamenti disinfestanti”. Si è creata un’autentica trappola ecologica per le libellule, le rane e molti altri organismi dalla vita anfibia. Questi animali arrivano attirati dall’acqua e depongono le uova; quando avviene il prosciugamento, le uova – che non hanno fatto in tempo a svilupparsi e schiudersi – muoiono. Alle successive allagature- prosciugamenti, lo schema si ripete. Avvengono così più morti nella stessa stagione. Ironia della sorte, solo le zanzare sopravvivono, perché hanno un ciclo più breve rispetto ai loro predatori naturali. La zanzara ‘Oclerotatus Caspius’ si riproduce anche nel fango, e più in fretta. Alla fine, la situazione attuale è disastrosa. Le soluzioni ci sarebbero, ma scopriamo che è stato difficile convincere i coltivatori ad attuarle. “Abbiamo fatto alcune sperimentazioni, tracciando dei solchi dentro le risaie, sul lato di deflusso delle acque. In questi fossi, le acque trascinano la maggior parte delle creature acquatiche e anfibie, molte delle quali sopravvivono. In effetti, ha funzionato molto bene. Abbiamo dovuto spiegare che il solco non diventa un serbatoio delle zanzare, proprio perché in esso trovano rifugio e sviluppo proprio i predatori delle zanzare!”
La sperimentazione, nella stagione 2005/2006, è stata finanziata da Provincia e Regione. Le risaie sono diventate definitivamente delle ‘bioindustrie a cielo aperto’: la situazione è inospitale sia per gli animali che per le piante con risaie divenute un autentico ‘deserto agricolo’. “Le piante pavulari sono scomparse dagli argini, bruciate dai diserbanti. Non ci sono più i fiori. Non ci sono più farfalle. Se vai in bicicletta in campagna, non trovi nemmeno un albero per ripararti dal sole. Anche le rane sono in diminuzione. Non ci sono più i tritoni crestati. Sono sparite le marcite, i prati allagati in inverno, che servivano per il foraggio degli animali e rappresentavano un ambiente diverso dal resto della campagna coltivata. Oggi agli animali, allevati in capannoni, si dà foraggio secco”. Tra Ticino e Sesia ci sono le oasi di Borgolavezzaro e la palude di Casalbeltrame, ma sono separate tra di loro, circondate da una fitta matrice di coltivazioni intensive. È come se fossero sotto assedio. Quante cose sono cambiate, sull’onda della visione tecnologica della natura e della campagna. “Nel vecchio modo di coltivare il riso, si usavano trapiantare le piantine dal vivaio alla risaia. In questo ambiente si sviluppava un animaletto, il ‘Triops Cancriformis’, che, smuovendo con la sua coda il fondo delle risaie, le manteneva fangose e torbide, impedendo la crescita delle piante infestanti. Oggi, che il riso viene piantato direttamente, è diventato un nemico, perché impedisce la crescita del riso”.



C’è la sensazione di perdere troppo della tradizione contadina, un sotterraneo sospetto diffuso che la separazione dalla natura sia ormai drastica. “Alla gente direi: guardate quanto è cambiato in 20 o 30 anni. La campagna, in pratica, non esiste più”. Sono spariti i filari di gelsi per la bachicoltura, sono sparite le querce. Rimangono le robinie, che sono una pseudoacacia infestante, invasiva, portata in Europa dal Nord America nel 1500 da Mensieur De Robin, come pianta ornamentale. Ci sono i filari di pioppi, tagliati ogni pochi anni e ripiantati. Non ci sono più foreste mature, col sottobosco e il legno morto”. Piante e animali sono impoveriti. La mente va alla Bialowieza Puszcza, la foresta polacca più antica d’Europa, dove vivono i bisonti. Da noi, la gente ha ormai una visione svuotata della natura. “Molte persone che visitano i parchi naturali, li considerano come i parchetti cittadini, con la passeggiata, l’area pic-nic. Pochi vanno per conoscere davvero la natura. Nelle scuole l’insegnamento delle scienze non c’è, a differenza che negli altri Paesi. Non si valorizza né si insegnano la conservazione e la valorizzazione degli ambienti, non se ne percepisce il loro continuo essere in movimento. Non c’è più la vita sul territorio, ma solo l’uso di poche persone. È una devastazione. Il mio sogno è rivedere un sacco di libellule, di lucciole, sentire le rane cantare, ritrovare un ambiente vitale e vivibile”.
Giovanni Savoini

CHI E' ELISA RISERVATO

Classe 1977, nel 2002 si è laureata in Scienze Naturali a Pavia, diventando Naturalista con una tesi sulle libellule. Ha conseguito un dottorato in ecologia applicata e geobotanica, sempre a Pavia. Nel 2007 ha preparato lo stagno nell’Oasi Naturalistica di Casalbeltrame, che in un anno di vita ha avuto un notevole sviluppo. È coordinatrice del Progetto Libellule.

 

 

 


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Direttore Responsabile
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