“La vera vita è il ricordo che lasciamo
di noi”.
Così esordisce Giorgio Sambonet, nell’intervista
forse più coinvolgente e bella, davvero bella,
che ho fatto nella mia ormai quasi ventennale esperienza
di giornalista. Le domande che gli potrei fare sono
moltissime, ad un uomo che ha diretto per 38 anni
una delle più grandi fabbriche di casalinghi
d’Italia, che, dal 1946 ad oggi, ha pubblicato
285 titoli, per un totale di 10250 pagine stampate,
alcuni dei quali editi da case di prestigio come Sperling
& Kupfer, Neri Pozza Marietti, Sandro Maria Rosso,
Interlinea, San Marco dei Giustiniani. Entrare in
casa di Giorgio Sambonet significa varcare la soglia
di un mondo di sogno. Centinaia di opere mi guardano,
appese ai muri, appoggiate ovunque, poste perfino
sul pavimento. E il grande, grande Giorgio Sambonet
comincia a parlare, a raccontare storie, e incanta
con le sue favole di vita assolutamente vissuta. Che
chiedere a quest’uomo che è designer,
direttore d’industria, artista, poeta e chissà
quante altre cose? Navighiamo a vista, le domande
verranno.
“Nel 1956, quando fui nominato amministratore
delegato della ditta, questa era dislocata su 500
metri quadri e aveva 120 operai. Quando l’ho
lasciata, nel 1985, aveva 360 operai e 14.000 metri
quadri di stabilimento”, esordisce Giorgio Sambonet.
“Da tre anni vado a dormire alle 20.30, e mi
alzo alle 4.30 del mattino”… si direbbe
che difenda la sua vecchiaia con l’ironia. Ecco
il primo aneddoto. “Scalzo e senza mutande,
mi metto qui a questo tavolo e realizzo. Scrivo. Creo
immagini. Assemblo, ritaglio, incollo. Una mattina
non avevo più Vinavil. Mi guardo intorno quasi
disperato, ma trovo solo un tubetto di Super Attak.
Ne metterò solo un puntino, mi dissi, intanto
aspetto, arriverà giorno. A mia insaputa, però,
l’Attak, appoggiato malamente al bordo del tavolo,
stava gocciolando a terra. Dopo un quarto d’ora
feci per alzarmi, ma niente da fare: l’Attak
aveva incollato il mio calcagno al pavimento. Mi sorse
spontanea una domanda: cosa fa un cavaliere del lavoro
di 84 anni scalzo e senza mutande col calcagno incollato
al pavimento? Non potevo chiamare il 118… poi
mi venne in mente una frase di Leonardo, che senz’altro
aveva pensato per altri fini, ma che in quel momento
mi parve calzasse a pennello: “Tu, o Iddio,
tutti tuoi beni li concedi per fatica”. Allora…
faticosamente… tramite microstrappi riuscii
a liberarmi il piede… lasciando una bella fetta
di pelle attaccata al pavimento… per tre settimane
camminai zoppo… applicando una delle più
belle invenzioni della mia vita: lo scoccopalato.
Camminavo schioccando la lingua a ritmo del passo
zoppicante, lasciando che le persone che mi incontravano
pensassero ciò che volevano…”
Cosa sta facendo ora?
“Dal primo gennaio ho deciso di darmi alla pazza
gioia, e ho scritto “ L’ornitorinco”.
Mi affascina questo animale stranissimo… Mi
sono detto, ho già scritto tanto. Tutto. Non
sapevo molto dell’ornitorinco, anche se sono
stato in Australia quattro volte. Man mano che andavo
avanti, descrissi l’ornitorinco… e cercai
persone che gli somigliano… poi, procedetti
immaginando i pensieri dell’ornitorinco. E in
che cosa crede un ornitorinco? Per me, l’ornitorinco
canta in sanscrito… e ho scritto la lingua dell’ornitorinco,
ed il suo canto”.
Facciamo parlare ora Sambonet imprenditore.
Qual è stato il suo più grande affare?
“La fornitura dell’albergo presidenziale
di Washington: 2500 camere, 7 ristoranti… e
io, italiano di Vercelli, chiamato dall’International
Hilton a fare un’offerta. Mi venne un’idea
geniale. Tra le altre cose, dovevo fornire anche il
preventivo per 97 enormi scaldavivande.
Si trattava di stabilirne il prezzo. Non sapevo proprio
che cifra mettere perché in Europa non esistono.
La lasciai in bianco. Era la cosa più importante.
Misi… “Lambretta Price”, cioè,
il prezzo di una Lambretta. Quindici giorni dopo venni
convocato dal Presidente dell’Hilton e della
TWA. Come ufficio, aveva una stanzetta vuota come
la cella di un monaco. Notai la foto di un yacht sulla
sua scrivania. Gli dissi: “Di quella barca d’altura
ce ne sono in giro tre esemplari. Vedo con piacere
che una è sua. Un’altra, è mia”.
Ci demmo subito del tu. Parlammo per mezz’ora
di oceani, di mari e di pesca… alla fine mi
disse: “Ma che cosa sei venuto fare qui?”,
ed io: “Mah, mi avete chiamato, per una questione
di prezzi …” e lui, battendosi la mano
in fronte, “E’ vero, il Lambretta Price!
Perché?” Ed io: “Per lasciarti
la possibilità di scegliere tra un costo di
fabbrica ed un prezzo sdoganato e consegnato al cliente”.
E lui: “Ah, ma…”, ed io: “Era
il solo modo per arrivare da te!” Ebbi l’ordine,
e il prezzo impostomi era quello più alto.
Qualche mese dopo partirono sette vagoni di argenteria
da Vercelli, destinazione Washington. Mio padre, con
la vecchia madre, andò a vedere partire il
convoglio, e quando il treno si mosse, si tolse il
cappello, in segno di rispetto”.
Il primo premio letterario?
“A 18 anni, quando mi iscrissi al Politecnico,
feci voto di non scrivere più poesie fino a
46 anni, perché volevo dedicarmi al lavoro.
Allo scadere del 46° anno, era il 1967, era un
giovedì di festa, la fabbrica era vuota, e
io avevo un ginocchio rotto. La mia vita era la fabbrica.
Sentivo le campanelle delle suore … la mia fabbrica
era monastica. Ho sempre sostenuto che la faciada
l’è di cujon. Scrissi allora la mia prima
poesia, “La fabbrica”. La poesia andò
in mano ad un assessore e in capo ad un paio di mesi
a Giannessi, critico della Stampa e titolare della
cattedra di letteratura a Milano. Vado a casa sua,
Giannessi legge per un quarto d’ora, zitto,
e io… stavo malissimo! Poi, a gran voce, chiamò
la moglie: “Gina, portaci due cognac!”
e poi disse: “Dio mi fulmini se non è
vero, non ci sono in Italia, oggi, dieci poeti come
lei”. Un mese dopo, con la poesia religiosa
“Non c’è altro Dio” vinsi
il premio letterario Lerici Pea. Su 1240 concorrenti
per la poesia inedita. Valentino Bompiani mi scrisse
un telegramma di congratulazioni: “Bravo, bravissimo!!!”...
e con una poesia religiosa! A quel tempo vivevo all’Elba,
in una catapecchia senz’acqua, in mezzo ai rovi,
e non facevo altro che scrivere. Ricevetti un telegramma:
“Comunicati vinto Lerici Pea - Stop - Assunto
informazioni - Roba seria - puoi accettare - papà”.
Al Castello di Lerici Raphael Alberti mi consegnò
l’assegno da un milione, Alberto Lupo recitò
la poesia. Mio padre commentò: “Carmina
dant panem!”
Abbiamo parlato dell’ultimo libro.
Ma il primo, qual è stato?
“Giannessi era molto amico di Montale e di Buzzati
ed io un giorno gli portai una storia d’amore
tra un sasso e una radice, due oggetti che avevo trovato
su una spiaggia a Stintino, in Sardegna. Radice e
sasso erano incastrati, e io ho scritto due libri,
quattordici liriche che il sasso scrive alla radice
ed altre quattordici nelle quali la radice risponde
al sasso. Quando Montale le lesse volle scrivere la
presentazione. E mi regalò il suo “Diario
della Versilia”, in originale, con i disegni
fatti col caffè e col burro cacao, col rossetto,
col caffelatte, con quello che trovava… io ero
una delle cinque persone che poteva entrare in casa
di Montale, a via Bigli, ad ogni ora. E conobbi la
Gina, la fantesca di Montale, che voleva sempre parlar
di pentole. In casa di Montale non c’erano libri
né quadri, solo portacenere colmi di mozziconi
di sigarette. Unica nota di colore, un’upupa
imbalsamata sulla testata del letto. Eugenio (ma il
suo vero nome era Eusebio!) non parlò mai con
me di poesia, tranne una volta. Tutte le mattine mi
prendeva a braccetto e voleva che andassimo per i
prati. Era vecchio. Ad un certo punto si fermava e
si metteva a cantare Verdi o Puccini. Il suo sogno
sarebbe stato essere un baritono. Montale, una cena
a casa di Neri Pozza, comune editore, ad Asolo, presenti
Andrea Zanzotto e la moglie, a bruciapelo mi chiese:
“Cosa pensi della mia poesia?”. Risposi…
e ebbi fortuna. Ricordavo a memoria alcuni suoi versi:
“la mia venuta è testimonianza di un
viaggio che scordai. Giuran fede queste mie parole
ad un evento impossibile e lo ignorano”. Non
parlammo più di poesia, fino a Saint Vincent.
Nella sala che ospitava le grandi litografie ricavate
dal “Diario della Versilia”, davanti a
giornalisti di tutto il mondo, scendendo le scale
mi indicò col dito a tutti ed esclamò:
“Oh, Sambonet…” e girando lo sguardo
sugli astanti, aggiunse: “un poeta d’acciaio
inossidabile, gli altri faranno la ruggine”.
Io mi offesi, e, dopo la cena, ero al suo tavolo,
assediato dai curiosi, feci buon viso a cattivo gioco,
ma da allora non tornai più in via Bigli. E
mio padre, quando seppe del perché, mi disse:
“Sei un cretino! Ti ha fatto un grande complimento!”
(mio padre pensava a quell’inossidabile…
ed io ad un tegame!). Quando mi nominarono Cavaliere
del Lavoro, Cossiga mi disse: “Non so se complimentarmi
di più con lei per le sue posate o per le sue
poesie”.
Sambonet artista. Ci racconta della sua
prima mostra?
“Era il 1978. Io non avevo mai fatto mostre
prima, neanche a Vercelli. Ma ho sempre disegnato.
E’ capitato che dovessi andare in America a
presentare i miei prodotti. Prima partimmo mio figlio
Giulio ed io, poi saremmo stati raggiunti dai miei
collaboratori, era un viaggio di perlustrazione. Arrivammo
di domenica, c’era un tempo infame. Arriva una
telefonata dall’Italia, l’aereo con i
miei collaboratori, a causa del maltempo, non sarebbe
arrivato che martedì, il giorno successivo.
Mio figlio aveva portato due voluminose cartelle di
disegni e tempere mie da mostrare – su loro
invito – ai nostri amici e clienti americani.
Lunedì mattina vuota, gran pioggia. Che facciamo?
Io dissi a mio figlio: “Telefona al Guggenheim,
e chiedi del direttore”. Mio figlio era stupito.
Io insistetti, “Telefona, e fatti passare il
direttore. Devi dirgli che, come gli antichi Greci
andavano a Roma a far vedere le loro opere, così
tuo padre presenterebbe le sue opere al direttore
del Guggeheim”. Rispose il vicedirettore, mister
Jackson: “Oggi è lunedì, il museo
è chiuso”, e mio figlio: “Papà,
lunedì è chiuso, il museo. Propone martedì”,
ed io: “Digli che martedì non possiamo,
perché dobbiamo andare in giro a vendere pentole”.
“Venite allora oggi alle 2, ma passate dal portone
dietro, vi aspetteranno due uscieri”. Ci andammo
puntali, ed entrammo nel museo. Si stava allestendo
una grande personale di Lucio Fontana. Mister Jackson
guardò i disegni per quaranta muniti, in silenzio…
alla fine, esclamò: “E poi, dove andate?”.
“Ad Atlanta!” - “Atlanta?”
e, preso un catalogo della Guggenheim in pochi minuti
ci fece di suo pugno una presentazione per la Omny
International Gallery, la più importante galleria
di Atlanta. Quella fu la mia prima mostra… durò
un mese … ebbe un seguito, un altro mese a Washington…
e un altro seguito ancora, al Rockefeller Center di
New York, alla Rizzoli Art Gallery. Alla fine di questo
itinerario confesso di aver avuto la tentazione di
cambiare mestiere: avevo venduto 28 quadri”.
I tre libri preferiti?
“Alice nel paese delle meraviglie”, per
la logica del non senso dietro ad una favola che non
è per bambini, “I viaggi di Gulliver,
perché fanno vedere le cose da tutti i punti
di vista, da quello della formica a quello del gigante,
passando attraverso l’uomo, e “Don Chisciotte”,
per l’entusiasmo nelle imprese più pazze
e il saper entrare nello spirito divino delle cose,
e per il buon senso e la pazienza di Sancho Panza”.
Eliana Frontini
