Anticamente è stata chiamata ed immaginata
in molto modi: per i Greci era una striscia di latte
uscita dal seno di Giunone mentre allattava Ercole,
spandendosi nel cielo e prendendo il nome noto di
Via Lattea; per gli indigeni del Sud Africa era la
colonna di fumo che si levava in cielo da un rogo
gigantesco; per la tradizione ebraica e per Dante
era un fiume di luce e di fuoco; per gli indù
era il Gange Celeste che si riversava sulla Terra
attraverso la chiome del dio Shiva.
Oggi sappiamo che, ragionando in termini astronomici,
è Casa nostra, o meglio la gigantesca e quasi
incommensurabile “costruzione” che ospita,
in posizione decentrata, il nostro Sistema Solare,
il nostro piccolo “appartamento” celeste,
a sua volta facente parte di un sistema di altre immense
strutture similari definite Gruppo Locale, con raggio
di 5 milioni di anni-luce. La Via Lattea, la nostra
galassia, formata da 200 miliardi di stelle, simile
ad un anemone luminoso, un disco spiraleggiante, popolato
di stelle antichissime e giovanissime, circondato
da un alone di ammassi globulari, raggruppamenti stellari
in forma sferica, polveri, gas e materia invisibile
satura d’energia, con al centro, pare, un inconcepibile
buco nero, massa gravitazionale collassata di incalcolabile
potenza attrattiva, cui neppure la luce scampa. Un
vero mostro, la nostra Casa celeste… eppure
noi a stento possiamo osservarla nel cielo, divenuto
impraticabile all’osservazione astronomica per
via delle emissioni luminose delle città. Solo
notti molti limpide permettono di vedere il tenue
mare di stelle, pallidamente luminoso, che attraversa
la volta celeste e che è il braccio della spirale
lungo cui si muove il nostro Sistema Solare.
Un tempo si credeva esistesse un’unica galassia:
possiamo immaginare il terrificante stupore dell’astronomo
Edwin Hubble, negli anni Trenta, quando scoprì
che le galassie sono invece un numero quasi infinito,
e che l’Universo era molto più vasto
di quanto si potesse pensare o solo immaginare. Isole
di stelle nel gran vuoto siderale, potremmo definirle.
Ma è davvero difficile farci un’idea
precisa della loro colossale natura, numeri e cifre
“impossibili” mandano ben presto in tilt
le nostre capacità comprensive. Immaginare
una galassia con tutte le sue implicazioni è
qualcosa che sfugge alla nostra limitata portata mentale…
non parliamo di immaginare un universo di galassie.
Giacomo Leopardi, il poeta che più di tutti
seppe cantare l’Infinito e fu profondamente
attratto dal mistero dei cieli, dovette arrendersi
e “naufragar dolcemente” in quel mare
celeste, chiedendosi vanamente il perché di
“tante facelle”, di quel “profondo
infinito seren”, di quella “solitudine
immensa” e soprattutto chiedendosi, senza trovar
risposta, “Ed io che sono?” di fronte
all’insondabile e sconosciuto volto dell’universo.
Di primo acchito, davanti alla maestosità del
Creato, si tenderebbe a vedere annichilita la presenza
umana, di nessun conto, insignificante, passeggera.
Se il Sole stesso è una stella di scarso rilievo
cosmico, in una posizione celeste di nessun conto,
destinata a perire in un fiammeggiante olocausto finale
tra qualche milione di anni, ben difficilmente potremmo
auspicare per l’Uomo (posto che se lo meriti)
una posizione di qualche rilievo nell’infinito
teatro cosmico. Per cercare di non perdere la trebisonda
davanti alle abissali distanze cosmiche e alla natura
degli oggetti che popolano il nostro universo, giocando
la carta di un inedito approccio scientifico-storico-artistico,
la recente mostra novarese che ha ripreso come titolo
il verso Leopardi “… A che tante facelle?”,
creata da Euresis e curata da Marco Bersanelli, Mario
Gargantini, Davide Maino, Nicola Sabatini, Angela
Sandrinelli ed Elio Sindoni, ha tentato di fornire
gli strumenti per potersi muovere nel “mare
magnum” di astri, riportandoli ad una dimensione
più facilmente approcciabile. Magari attraverso
la poesia, grazie all’apparato antologico che
ha visto alternarsi i nomi di autori celebri, colpiti
dal fascino del cielo, a partire da Manilio, Ovidio,
Dante, Shakespeare, Milton, passando per Tennyson,
Whitman, Pascoli, Ungaretti, avendo come culmine i
tre “Notturni” leopardiani e in particolare
il carme “Canto notturno di un pastore errante
dell’Asia”, splendidamente recitato a
memoria dal professor Roberto Filippetti, esperto
di arte e letteratura, nel convegno che ha aperto
la mostra all’Università Amedeo Avogadro.
Lo spettacolo che offre nel cielo notturno ha riempito
di meraviglia tutte le generazioni umane, dalla preistoria
fino ai giorni nostri. Le civiltà antiche di
ogni parte del mondo hanno costruito miti e leggende
intorno a quella ineffabile nube celeste. A partire
dal XVIII secolo, la scienza moderna ci ha via via
svelato la natura fisica della Via Lattea e oggi sappiamo
che quella tenue scia di luce che vediamo in cielo
è dovuta al bagliore della galassia nella quale
siamo immersi e perciò viene da chiedersi se
queste nuove scoperte abbiano rotto l'antico incanto,
se vi sia ancora posto per la meraviglia, se avessimo
perso la speranza di un legame con le stelle. Le risposte
a queste domande le ha offerte il professor Daniele
Mennella, fisico dell’Università di Milano,
nella sua chiara esposizione riguardante nascita,
vita e morte delle stelle, con tutte le problematiche
ad esse inerenti. No, posto per la meraviglia c’è
ancora, anzi. I miti e le leggende sono solo stati
messi da parta da concezioni scientifiche in grado
di spalancare interi e nuovi comparti di conoscenza,
tutta in divenire, all’insegna di una progressione
d’apprendimento ancora da valutare. E oggi,
finalmente, grazie ai grandi passi della scienza (che
pure ci permette di conoscere solo brandelli infinitesimali
del Grande Mistero intorno a noi) si può rispondere
anche all’angoscioso ultimo quesito di Leopardi,
e rispondervi in maniera semplice ma foriera di straordinarie
implicazioni. Basti pensare che gli elementi che compongono
l’universo, i mattoni della vita, sono presenti
nei nuclei stellari o dispersi nel mezzo interstellare,
dopo inconcepibili esplosioni di gas, gli stessi componenti
chimici del corpo umano si ritrovano nel cuore degli
astri. Nello spazio profondo esistono molecole organiche,
composti del carbonio, aminoacidi, proteine…
ed ecco quindi la risposta alla grande domanda che
ha sempre tormentato l’Uomo, “chi sono
io?”. Noi siamo figli delle stelle. Al di là
di ogni credo religioso, al di là di ogni speculazione
scientifica, al di là di ogni presa di posizione
culturale o sociale in noi alberga qualcosa che appartiene
alle stelle, qualcosa che in qualche modo (a noi magari
ancora indecifrabile) ci lega profondamente all’universo
in cui viviamo. Da lì proveniamo, lì
faremo ritorno, per rincorrere chissà quale
altra e meravigliosa aggregazione vitale, in un eterno
girotondo di trasformazione. Come fare fruttare al
meglio questa constatazione, è pertinenza personale
di ciascuno di noi… e le stelle staranno a guardare.
Michele Tetro