Nino Castelnuovo: sempre in forma tra cinema e televisione

 

Incontro con l’attore diventato famoso nel ruolo di Renzo Tramaglino de “I promessi sposi”, ora impegnato in cortometraggi in terra novarese.

 

Nino Castelnuovo

 

Tutti lo ricordiamo negli anni Settanta come aitante testimonial di una marca d’olio, mentre salta con leggerezza una staccionata, dimostrandosi sempre in forma, ma il vero salto della staccionata per Nino Castelnuovo è stato decidere di accettare di interpretare il ruolo di Renzo Tramaglino ne “I promessi sposi”, realizzato da Sandro Bolchi nel 1965, scegliendo così di “giocarsi” la sua futura carriera d’attore hollywoodiano per una comunque imperitura fama e popolarità in Italia.

Tra gli interpreti più versatili del cinema degli anni Sessanta-Settanta, apparso in pellicole dirette da grandi nomi come Pietro Germi, Luchino Visconti, Nanny Loy, Carlo Lizzani, Edgar G. Ulmer, Luigi Comencini, Vittorio De Sica, Giuseppe De Santis, fino al recente Anthony Minghella di “Il paziente inglese” (e senza disdegnare i registi di genere, da Tonici Ricci a Marcello Fondato ad Alfonso Brescia), con una feconda attività televisiva nelle “fiction” italiane “Affari di famiglia”, “Il maresciallo Rocca”, “Incantesimo”, Nino Castelnuovo è quindi approdato al mondo dei cortometraggi, interpretando da protagonista tre film del regista novarese Vanni Vallino (“Nando dell’Andromeda”, “La vittoria dei vinti”, “Senza la parola fine”, con una piccola parte anche nel recente “Un paese ci vuole”).

Abbiamo ripercorso con lui i passi salienti della sua carriera, tra cinema e televisione, incontrandolo in occasione della sua visita in provincia di Novara, per una serata al teatro di Momo: “Io ho avuto la fortuna di cominciare con la televisione”, ci racconta, “facevo la scuola del Piccolo Teatro di Milano, abitando in un appartamento assieme a Cino Tortorella, famoso poi come mago Zurlì. Il direttore artistico del Teatro del Convegno di Milano gli aveva chiesto se era possibile fare qualcosa per i bambini. Giancarlo Cobelli, grande attore, mimo e regista, che spesso era ospite da noi, ideò così assieme a Tortorella, me ed altri “Zurlì, mago del giovedì”, che fu per quasi dieci anni il programma cult televisivo per i bambini. Io vi partecipai per i primi tempi, lo realizzavamo in teatro prima che la Rai venisse e lo registrasse.
Quella trasmissione mi fece debuttare nel cinema: lo sceneggiatore Alfredo Giannetti mi vide e mi scelse per un grande ruolo nel film “Un maledetto imbroglio”, diretto da Pietro Germi e tratto da “Quer pasticciaccio brutto de via Merulana” di Gadda. Lavorai così con la giovanissima Claudia Cardinale, al suo secondo film, e da lì in poi iniziò la mia carriera. Ricordo in particolare un film francese, “Les Parapluies de Cherboug” di Jacques Demy, un musical europeo che ottenne riconoscimenti a Cannes ma mai giunto in Italia perché era impossibile toccarlo, lo si vide sottotitolato solo in qualche cinema d’essai romano: eppure fu proprio quel film che mi permise di andare a Hollywood, dove davanti al Chinese Theatre vidi la mia gigantografia assieme a Catherine Deneuve, perché anche negli USA ebbe un grande successo. Una pellicola che avrebbe dovuto portarmi a fare altri film, con attori come Steve McQueen e Robert Mitchum, invece fui un po’ “fregato”, o forse meglio dire che il mio destino prevedeva altro: mi chiamò Sandro Bolchi per la celebre riduzione televisiva di “I promessi sposi” del Manzoni, nel ruolo di Renzo Tramaglino”.

Lei è stato protagonista della stagione del cinema di genere italiano degli anni Sessanta-Settanta, un tipo di cinema artigianale ma sincero che oggi non si fa più. C’è voluto Tarantino per rivalutarlo…
“Ho girato uno spaghetti-western che ebbe molto successo, “Un esercito di cinque uomini”, prodotto e firmato da Italo Zingarelli ma diretto in realtà dall’ex attore americano Don Taylor, che aveva tra i protagonisti anche Bud Spencer e Peter Graves, mentre nel 1967 realizzai per la regia di Lucio Fulci e la sceneggiatura di Fernando Di Leo “Le Colt cantarono la morte… e fu tempo di massacro”, assieme a Franco Nero. Sia quest’ultimo film che il seguente “Rose rosse per il Fuhrer”, diretto da Fernando Di Leo, a detta di Quentin Tarantino sono due produzioni straordinarie che hanno condizionato tutto il suo modo di fare cinema, eppure non vengono mai citate. Molti spaghetti-western oggi sono considerati dei cult ma pochi li conoscono”.


Nino Castelnuovo ne "I promessi sposi" (1965)

Come è cambiato il cinema di oggi, sulla base della sua esperienza nel settore?
“Il cinema di oggi è molto cambiato, anche il teatro, la televisione ha condizionato tutto, i linguaggi, il modo di recitare e di esprimersi. Io ho fatto nel 1965 “I promessi sposi”, andato in onda due anni dopo con grande audience, ma consideriamo che c’erano solo due canali, se non vedevi quello non vedevi niente… Avevamo un grande cast in questo sceneggiato, attori di grande teatro come Salvo Randone, Ivo Garrani, Franco Parenti, Luigi Vannucchi, Massimo Girotti, Lea Massari… il meglio, solo io e Paola Pitagora non eravamo alla loro altezza. Le “fiction” di oggi vedono i grandi attori in ruoli ospite, i protagonisti sono scelti sulla base dell’aver il fisico giusto… e nient’altro. Certo il fisico conta, ma devi essere soprattutto un attore, modellare il tuo personaggio. Oggi le cose sembrano un po’ tutte uguali, le scuole di recitazione di una volta erano diverse, insegnavano davvero l’arte dell’attore. Adesso invece insegnano a modulare la voce, a fare prima il doppiatore (un tempo era l’attore scadente che faceva il doppiatore). Si dice ‘che bravo attore, ha una bella voce’, che è come dire ‘che bel film, ha una bella fotografia’, ma un film deve essere bello in sé, avendo magari una brutta fotografia…”

Oggi si torna a guardare con interesse ai film del passato, anche solo per “rifarli” per il nuovo pubblico.
“C’è una grande voglia, soprattutto nelle generazioni giovani, di conoscere le cose di quel periodo. Oggi i ragazzi si trovano di fronte al nulla, non vi sono più valori. Le cose grandi, da un punto di vista intellettuale, culturale e artistico sono cominciate negli anni 50-60, venivamo da un ventennio di guerra e di miseria nera, abbiamo ricominciato a costruire dalle macerie. Nei popoli il periodo dopo le guerre è sempre di massima creatività. Lo pseudo-benessere di oggi ha portato a questa recessione ma sono sicuro che dopo avremo ancora i grandi scrittori, pittori e musicisti, di cui da ormai tanto tempo non sentiamo più parlare. Quelli davvero bravi oggi sono seguiti solo da un pubblico di nicchia, minore”.

Il suo rapporto con Novara: ha interpretato diversi cortometraggi diretti da Vanni Vallino, tra cui “La vittoria dei vinti”, “Nando dell’Andromeda”, “Un paese ci vuole”.
“Sono arrivato a Vallino in modo del tutto casuale. Conducevo un programma chiamato “Specchio della vita”, curato dal novarese Paolo Taggi, grande creatore di programmi televisivi e amico di Vanni, che un giorno mi regalò il libro “Nando dell’Andromeda” di Dante Graziosi, dicendomi che Vallino stava tentando di farne un film a Novara, in modo molto ‘amateur’, senza grande distribuzione. Alla fine Taggi mi chiamò dicendomi che Vallino mi avrebbe contattato per propormi il ruolo da protagonista nel film. Ne fui contento e addirittura a mia volta proposi Antonella Lualdi e sua figlia, che apparvero nel cast. Così iniziò la nostra collaborazione, proseguita poi anche in altri lavori”.

Come si è trovato a lavorare in un cortometraggio?
“Nel cortometraggio devi raccontare in poco tempo molte cose, che in un film normale avrebbero il loro giusto spazio. Fare un piano-sequenza, cioè una ripresa senza tagli di montaggio, allungherebbe i tempi e i ritmi e gli stessi attori devono muoversi, recitare in modo ‘legato’, contenendo al massimo le tempistiche. Tante cose non si possono fare in un corto, la difficoltà sta quindi nelle riprese, per il regista che deve studiare un tipo di montaggio particolare. Vanni non aveva una segretaria di edizione e spesso il taglio di montaggio coglieva un attore dapprima intento a fare una determinata cosa, poi a tutt’altra affaccendato. Una sequenza del Nando vedeva me e Bruno Gambarotta ad un tavolo, gustando la paniscia, ma lui rideva alle mie battute ed io alle sue, quindi abbiamo chiesto a Vanni di montare due distinti primi piani, se no non ne uscivamo più. Secondo me Vanni è bravissimo in queste cose perché a volte, ed io me ne sono accorto dopo, ti riprende anche nei fuori scena, nelle prove, senza dirti niente, e poi monta tutto. Volevo consigliargli di fare lo stesso anche nell’ultimo film “Un paese ci vuole”, lasciando che sulla base di un canovaccio si andasse poi a braccio, senza dialoghi già pronti, questo almeno per i personaggi che cercavano di realizzare un documentario su Cesare Pavese. E’ una tecnica interessante, tipo ‘reality’, molto naturale quando non si sa di essere ripresi. Per il nostro prossimo lavoro gli dirò di fare così”.

Cosa l’aspetta nell’immediato futuro?
“Che dire, ho sempre amato fare l’attore ma mi piacerebbe dirigere un film. Con la mia compagna Cristina Di Nicola sto preparando uno spettacolo costituito da una serie di poesie legate insieme che raccontano una triste storia d’amore e un cortometraggio di dieci minuti, scritto da noi, di cui ora stiamo cercando i luoghi per girarlo”.

Michele Tetro

 

 

 


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