Ticino, il "fiume giallo" dei cercatori d'oro

 

Senz’altro lontano dall’aura leggendaria dello Yukon, anche il Ticino ha conservato attraverso i tempi fama di fiume “aureo”.

 

 

Chi non ricorda i fumetti di Walt Disney in cui zio Paperone racconta a Paperino e ai nipotini Qui, Quo e Qua della sua ricerca delle pepite d'oro nel Klondike, lungo il fiume Yukon? O gli immortali racconti del Grande Nord e della Febbre dell’Oro usciti dalla penna di Jack London? Facendo le dovute proporzioni, senza scomodare lontane e “mitiche” aree geografiche come Yukon o California di fine Ottocento, vogliamo ricordare che anche nelle nostre zone, in un passato addirittura abbastanza recente, moltissime persone passavano giorni e giorni a setacciare quintali di sabbia nelle acque del Ticino, alla ricerca di pagliuzze d'oro più o meno grandi. Un fenomeno, questo, che ha caratterizzato per molto tempo la zona di Oleggio – in particolare la frazione di Loreto – nella quale per anni la tradizione di questa attività si è tramandata di padre in figlio.

Ma la ricerca di residui auriferi, nelle sabbie dei fiumi della Pianura Padana, è iniziata già in epoca romana: se ne ha traccia infatti da alcuni scritti lasciati, fra gli altri, da Plinio il Vecchio e da Strabone, nei quali si parla di migliaia di schiavi utilizzati nella zona della bassa Gallia (Piemonte e Lombardia) a questo scopo. Si trova documentazione scritta nel 1184, con l’editto di Federico Barbarossa che concede ai fratelli De’Biffignardi di cavare oro dal greto del fiume tra Vigevano a Abbiategrasso. Dal secolo scorso, quando i greti dei fiumi passano al Demanio, solo il Genio Civile può assegnare la licenza di estrarre l’oro ai richiedenti. Nel corso della Seconda Guerra Mondiale divenne un'attività di ripiego per molti, a causa proprio delle difficoltà economiche – e non solo – di quel periodo. Allora pare esistessero tra Varallo Pombia (dove è possibile individuare lungo il fiume enormi cumuli di massi ammonticchiati noti come “vie Aurifodine”, resti di antiche miniere d'oro a cielo aperto) e Galliate più di 600 cercatori, che lavoravano dalle 4 di mattina alle 9 di sera, riuscendo a trovare, in giornata buona, 10 o 15 grammi a testa, con le piene del fiume più rilevanti di oggi. Attualmente, però, questo tipo di ricerca, che in gergo tecnico viene definita “alluvionale”, è esclusivamente di tipo amatoriale. Nella bella stagione, infatti, in alcune zone del greto del fiume si possono notare persone intente a spalare sabbia ed a ripulirla. Secondo recenti stime, in ogni caso, pare che il Ticino attualmente sia in grado di “regalare”, a coloro che pazientemente ne setacciano le sabbie, non più di una decina di grammi di pagliuzze per tonnellata.

Ma come si fa a recuperare le pagliuzze dorate dalla sabbia? Lasciando perdere la fantasia collettiva o alcuni film che hanno dato l'immagine – errata – dell'utilizzo del setaccio (le pagliuzze possono avere anche dimensioni piccolissime ed un setaccio pur dalle maglie finissime le farebbe comunque passare) dobbiamo dire che, a seconda delle zone, ci sono tradizioni ed attrezzi diversi. Ad Oleggio, in particolare, si utilizzavano la “trula” e l'“asse”. La “trula” è simile ad una grossa pala di metallo. Ai lati ha una sorta di canalina di scolo che veniva utilizzata, una volta completata la pulizia della sabbia, per trasferire le pagliuzze d'oro nei contenitori. Questo attrezzo era impiegato dai cercatori oleggesi in due differenti momenti. Innanzitutto serviva per individuare il punto migliore in cui effettuare la ricerca. Mettendo sulla trula un po' di sabbia, ghiaia e sassi, si effettuavano i cosiddetti “assaggi”, immergendola nell'acqua, sollevandola e muovendola con movimento ondulatorio in modo tale da consentire all'acqua di portare via i residui più grossi. Effettuando immersioni e movimenti similari, alla fine, sulla trula rimaneva dapprima solo sabbia e vari altri residui, e poi solo ferro, ed eventualmente oro. Dalla quantità di pagliuzze rinvenute, i cercatori capivano se quel punto era “buono” per la ricerca, o se era meglio spostarsi altrove. In caso positivo, si poteva aprire quella che si definiva “cava” e posizionare l'”asse” - costituito da un pettine (la parte di legno liscio) e dalle righe. L'asse veniva immerso nell'acqua corrente, dopo che il cercatore o il gruppo di cercatori aveva preparato una sorta di diga per portarvi l'acqua, non prima di aver verificato la rapidità dello scorrimento della stessa e la pendenza da dare all'asse. La sabbia, ottenuta dalla cribbiatura per espellere la ghiaia, veniva posta a spaglio sul pettine, in modo tale che l'acqua la potesse trascinare lungo l'asse. In questo modo le varie righe si riempivano e tutta la sabbia posta successivamente sul pettine veniva trascinata in fondo all'asse ed espulsa. Oro, piombo ed altri elementi pesanti si depositavano quindi nelle righe. E qui entrava nuovamente in gioco la trula. Una volta recuperato l'asse dall'acqua, i residui in esso contenuti venivano versati nella carriola e questo materiale veniva successivamente e poco per volta posizionato sulla trula. Si ripartiva con il movimento ondulatorio a pelo d'acqua (come descritto per gli “assaggi”), seppure in maniera più delicata, in modo tale da consentire all'acqua di espellere tutte le componenti impure. Alla fine, per ripulire gli ultimi residui, si utilizzava un barattolo di latta bucato: il getto dell'acqua veniva fatto passare attraverso i suoi fori e fatto scendere da lì sulla trula sopra al materiale rimasto. Il ferro veniva portato via e rimanevano oro e piombo. Il rimanente veniva messo in una pezza, legato e fatto essiccare per qualche tempo. Il prodotto così ottenuto veniva quindi posto su un foglio di carta, e, grazie all'utilizzo di una calamita e di uno stuzzicadenti, si procedeva all'eliminazione del piombo. Rimaneva così l'oro, che veniva pesato con il bilancino di precisione.

Altrove, invece, veniva utilizzata la “batea”, meglio nota come la “padella del cercatore”. Una volta riempita di sabbia, la padella veniva fatta girare mantenendola sul pelo dell'acqua, in modo tale che mano a mano venisse espulso il materiale inutile. Dopo una serie di lavaggi, sul fondo rimaneva un sedimento scuro, composto per la maggior parte di magnetite, dentro al quale si potevano individuare le pagliuzze che si accumulavano grazie al maggior peso specifico che l'oro ha rispetto alla sabbia. Successivamente il cercatore d'oro doveva provvedere alla separazione della magnetite dall'oro, in un lavoro di certosina pazienza.

Altra domanda che in molti si potranno fare è quella legata ai punti in cui veniva localizzata la ricerca, che non erano assolutamente casuali. I cercatori d'oro sapevano, e sanno, che nel corso delle piene il fiume accumula la sabbia nei punti in cui la corrente perde energia, quali anse e rientranze. L'occhio esperto dei cercatori individuava immediatamente queste aree (che risultavano più scure grazie anche alla presenza di altri metalli), e proprio lì iniziavano a depositare i propri attrezzi prima di iniziare la ricerca vera e propria. Solo loro possedevano l’indispensabile capacità, poi tramandata attraverso generazioni di cercatori, di individuare i punti dei greti in cui durante le piene ha avuto luogo la deposizione di sabbie aurifere.
E per non disperdere questa “preziosa” (in tutti i sensi) cultura, l'Ente piemontese del Parco del Ticino, anche per l'anno scolastico in corso, ha organizzato, fra le molte attività destinate agli studenti delle scuole di ogni ordine e grado, anche un percorso specifico sui cercatori d'oro.

Nadia Carminati
(Il periodico Novarese)


ORO /1. Campionati Mondiali Cercatori d’oro
Biella e la sua provincia ospiteranno dal 15 al 23 agosto prossimi i Campionati Mondiali Cercatori d'Oro. Si tratta di un evento attesissimo nella città laniera, che vedrà una serie di gare a squadre, a coppie e singole con la partecipazioni di numerose rappresentative straniere. La cerimonia di apertura, prevista il 18 agosto, avverrà con la sfilata delle nazioni partecipanti lungo via Italia per poi concludersi in piazza Battistero. Previsto i discorsi ufficiali delle autorità locali e del presidente dell'associazione internazionale, Vincent Thurkettle, che aprirà ufficialmente la manifestazione. Le gare si svolgeranno all'interno di una vera e propria “arena” realizzata nella frazione Vermogno del comune di Zubiena, sul torrente Elvo, che sarà il vero protagonista della manifestazione. Il podio sul quale verranno premiati i vincitori è stato realizzato con tre massi erratici. Il 15 e 16 agosto è prevista una prima “ricerca libera”, mentre il giorno 17 sono in programma una serie di percorsi e visite guidate ai siti archeologici locali. Nei giorni 20 e 21 spazio alle batterie di qualificazione, il 22 alle semi-finale ed il 23 alle finali di tutte le categorie ufficiali, che saranno Uomini, Donne, Veterani, Under 16, Squadre Nazionali.

ORO /2. Oro… ovunque!
E’ vero che la classica pepita d’oro da qualche chilo è un evento ormai raro ma il prezioso metallo giallo si trova davvero un po’ dappertutto, anche se estremamente “disperso”: in filoni idrotermali, nell’acqua del mare, in montagna, nei depositi alluvionali. Piemonte e Valle d’Aosta sono le regioni italiane più ricche di minerale, con giacimenti di oro primario (cioè ancora imprigionato nella roccia madre) sul massiccio del Monte Rosa e nel Gruppo di Voltri mentre l’oro secondario (pagliuzze di origine alluvionale) è presente nei fiumi Gorzente, Po, Elvo, Orco e Ticino.

ORO /3. Quando andavo a cercare l’oro…
La testimonianza di Cristiano Bolamperti, un giovane che ha fatto della ricerca del prezioso minerale una tradizione familiare.
Sin da bambino ero affascinato dai racconti di mio padre e di mio zio sugli anni appena successivi la Seconda Guerra Mondiale, durante i quali, con il loro zio “Carlin Scirisin”, cercavano pagliuzze d'oro sulla sponda piemontese del Ticino, dal “Cason ad Muntlam” alla “Raspagna”. A quei tempi l'oro al mercato nero era quotatissimo ed un grammo rendeva quanto una settimana di paga. E quell'ampolla contenente l'oro, che mia madre custodisce tuttora gelosamente, era uno spettacolo per i miei occhi ogni volta che l'ammiravo. Quelle scaglie di oro, dalla più grande di oltre mezzo centimetro di diametro a quelle più piccole, che si mescolavano nel ruotare l'ampolla, creavano suggestioni ed emozioni difficili da spiegare.
Sentivo parlare delle dure giornate trascorse sulle rive del fiume, delle “barellate” di sabbia trasportate dalla cava alla “filarola” che portava acqua all'asse, del pranzo frugale consumato sotto gli alberi, della prima riga dell'asse che luccicava dell'oro che si era depositato, della “trula” sulla quale veniva setacciato ciò che sull'asse restava a fine giornata fino a far rimanere oro, ferro, piombo, e poi ancora, della grande quantità di pesci tramortiti picchiando i sassi sotto ai quali si nascondevano. Particolari, questi, che creavano nella mia immaginazione scenari incredibilmente affascinanti!
Nell'approssimarsi dell'estate del 1985, ascoltando ancora quei racconti, chiesi a mio zio se fosse possibile recuperare quegli attrezzi di cui tanto mi parlava. Fu così che andammo nella soffitta della casa dove abitava la zia “Ciadin”, moglie dell'ormai da tempo defunto zio “Carlin” e vi ritrovammo la vecchia “trula”. Arrugginita, ma integra! Rimessa in sesto smerigliandola e con un nuovo manico ricurvo all'indietro, era pronta per essere riutilizzata. Andammo allora al Ticino e mio zio la provò. Peccato che utilizzarla in maniera appropriata fosse cosa tutt'altro che semplice. Ma tanto bastò perché si partisse per la nostra avventura!
L'attrezzo più difficile da costruire era l'asse. Una mia vicina, si ricordò di avere nella soffitta della vecchia cascina l'asse usato molti anni addietro da suo padre e lo andammo a prendere. Era in discrete condizioni, ma non tali da poter essere efficacemente utilizzato. Ma quantomeno era una buona “dima” (prototipo) per costruirne uno nuovo. Operazione che a mio zio riuscì abbastanza agevolmente. Recuperati anche una pala ed un setaccio, avevamo tutto il necessario per andare alla ricerca del prezioso metallo! La prima uscita vide protagonista, oltre a me e mio zio, anche mia nipote Emanuela. Ricordo che andammo in prossimità del ponte di Oleggio, guidati da Sergio Colombo (Cucù) incontrato casualmente nel tragitto. Sistemato alla spartana l'asse, setacciammo la sabbia e iniziammo a “lavarla”, cioè a porla sul “pettine” dell'asse così che l'acqua la trasportasse lungo tutta la sua lunghezza. Riempite le righe, l'asse iniziò a lavorare in maniera corretta. E... l'oro c'era! Poco, ma c'era. Setacciammo pochi secchi di sabbia, poi tirammo su l'asse, recuperammo ciò che vi era rimasto e lo portammo a casa. Ora veniva la parte più difficile: separare l'oro da tutto il resto del materiale rimasto sull'asse utilizzando la “trula”. Fu mio padre a cimentarsi in questa operazione, in un largo mastello nel giardino di casa. L'esito non fu ottimale, perché un po’ di oro scese dalla “trula”, comunque recuperabile nel mastello. Ma gran parte di esso rimase sull'attrezzo e via via che sabbia e ferro venivano eliminati, risplendeva sempre di più! Era poco, credo 2/10 di grammo, ma quanto bastava per mandare il nostro entusiasmo alle stelle! Quando fu quasi pulito, rimase solo con poco ferro e qualche scaglia di piombo. Mettemmo il tutto in una pezza di seta bianca, la chiudemmo e la ponemmo ad essiccare. Una volta asciugata, mio zio riaprì la pezza e versò il contenuto su un foglio di carta bianca. Con una calamita eliminò il ferro e con uno stuzzicadenti le scaglie di piombo. Ed ecco il nostro oro pulito... Complici le vacanze estive, le uscite sul Ticino si ripeterono numerose, coinvolgendo anche mio padre e mio fratello. Ovviamente facemmo le cose in grande. Visto che in quel luogo di oro ce n'era, e che la distanza tra la cava e l'acqua era considerevole, decidemmo un giorno di usare il trattore e il carro. Al mattino setacciammo un carro di sabbia e nel pomeriggio procedemmo a passarla sull'asse. Alla fine della giornata il nostro duro lavoro fu ben ricompensato: due grammi d'oro. Poco certo, per tutti i quintali di sabbia setacciata, ma per noi era tantissima la soddisfazione! Cambiammo poi luogo, dal “porto” alla “Raspagna”, e l'oro c'era sempre. Nel tempo raffinammo la tecnica, cercammo i luoghi in cui l'oro era più abbondante, costruimmo due nuove assi, ci procurammo una “trula” di acciaio. Il tutto con i preziosi consigli ed insegnamenti di gente famosa a Loreto in qualità di cercatori d'oro: ricordo Giovanni Valentini (il Vis), il suo fido compagno Giacomo Massara, Rinaldo Sonzini (il Zac) primo ad utilizzare l'asse con lo zerbino. E i risultati furono confortanti. Passarono così una decina d'anni, durante i quali esercitavamo questa attività soprattutto nella stagione estiva, ma anche in primavera ed autunno, finché le acque del Ticino non erano troppo fredde. Il frutto del duro lavoro di quegli anni è tutt'ora rinchiuso in una boccetta di vetro, circa 60 grammi di oro. Le pagliuzze sono di dimensioni ben inferiori a quelle dell'oro risalente agli anni ‘45/’50 ma ugualmente lucenti. Il tempo, si sa, ha il suo peso in ogni evento della vita. L'età avanzata di mio padre e di mio zio e la sempre più ampia scarsità di oro nel Ticino, con conseguente maggiore difficoltà nel trovare posti in cui trovarne in quantità sufficiente a giustificare la tanta fatica nell'estrarlo, hanno fatto si che da ormai 13 anni abbiamo abbandonato quello che in fondo non era un vero lavoro ma un hobby. Oggi c'è ancora qualcuno a Loreto che lo pratica: Nino Platini, Gildo Lazzaro, ad esempio. Sono loro gli ultimi a rappresentare l'orgoglio loretese dei cercatori d'oro. Appassionati ed esperti conoscitori del Fiume Azzurro, così cambiato dal tempo, ma sempre capace di sprigionare un fascino impareggiabile in coloro che lo amano.

 

 

 


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Mensile di informazione e cultura della Provincia di Novara. Esce ai primi di ogni mese. Lo trovate nelle edicole di Novara e provincia.


Paola Principe
e Michele Tetro, rispettivamente
Direttore Responsabile
e Caporedattore de
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