Inizia il nostro viaggio alla scoperta degli esempi
di archeologia industriale, cioè di quei reperti
collegati al processo di industrializzazione assurti
allo stato di bene culturale, in quanto profondamente
legati alla vita quotidiana, alla cultura e alla società
che li vide sviluppare, presenti nella nostra città.
A farci da guida è l’architetto Pier
Luigi Benato, dell’Ordine degli Architetti di
Novara.
“Mi sembra importante sottolineare”, esordisce
Benato, “che il nostro territorio dispone di
un certo numero di elementi di archeologia industriale
di un certo rilievo e che varrebbe la pena di conoscere
e valorizzare affinché si possano tramandare
ai posteri”. Molti di questi elementi, infatti,
non sono solo considerabili come beni architettonici
ma anche culturali, in quanto irripetibili e documentali
di una certa epoca, costruiti in una determinata maniera,
con determinati materiali o procedimenti industriali
ora scomparsi, non più proponibili al giorno
d’oggi.
“Nessuno si sognerebbe oggi”, riprende
Benato, “di abbattere il duomo dell’Antonelli
(cosa che invece lui stesso fece un tempo, perché
in passato era cosa normale) o un palazzo storico
presente nell’immaginario collettivo della società
mentre per altri edifici non si ha ancora la maturità
o la sensibilità di apprezzarli come testimonianza
storica, vuoi anche per speculazione edilizia, oltre
che per mera ignoranza, e si corre il rischio di perderli
per sempre”.
Il nostro territorio possiede una serie abbastanza
significativa di costruzioni, non paragonabili magari
a quelli di Milano o Torino, però espressioni
relative di una determinata comunità economica,
sociale e culturale. Non parliamo di importanza assoluta
di queste costruzioni, ma di importanza relativa ad
un contesto locale. “Ci tengo a sottolineare
questo concetto, perché se no si rischia di
ritenere meritevoli per la conservazione solo delle
“eccezionalità”. Ma per un determinato
tessuto sociale ed economico anche altre costruzioni
potevano collocarsi alla stregua di “emergenze”,
il massimo che si poteva ottenere in quel contesto.
E’ necessario quindi considerare alcuni edifici
“poco conosciuti”, alcuni in stato di
abbandono, altri parzialmente utilizzati, quando non
del tutto scomparsi”. Un caso abbastanza emblematico
a Novara era la filatura e tintoria Rotondi, che sorgeva
in zona via delle Rosette, con una parte attualmente
riconvertita ad agenzia delle entrate e bingo e un’altra
non meno significativa di cui non è rimasto
nulla, a causa dell’appetibilità immobiliare
di quest’area così centrale. Eppure vi
sarebbe stata la possibilità di riconvertirla
al meglio. Molti di questi edifici interessanti sono
situati nella zona attorno allo scalo Boschetto, tra
le due stazioni, ed alcuni in particolare sono l’ex
ANIC di via Fauser, assimilabile ad archeologia industriale,
e l’ex cotonificio Olcese (ex manifattura Tosi),
dietro la stazione, oggi sotto utilizzato. “Abbiamo
poi il complesso di edifici, forse il più bello,
dell’ex Enel di Via Visconti, con delle particolarità
squisitamente architettoniche di rilievo, i suoi torrioni
quasi all’inglese, l’alternanza di mattoni
a vista e le fasce in intonaco granito, oggi praticamente
dismesso e solo parzialmente sistemato dalla parte
dove sorge Casa Forte. E ancora un edificio di un
certo rilievo un po’ oltraggiato per la costruzione
a pochissimi metri di tralicci esagerati è
l’ex centrale elettrica Conti, in via Domenico
Maria da Novara, anche qui in alternanza mattoni ed
intonaco: curioso pensare che molte altre centrali
elettriche dell’Ossola dell’architetto
Portalupi, cui appartiene anche questa, sono state
invece conservate egregiamente”. Abbiamo fatto
esempi di specifica archeologia industriale, ma ne
possiamo citare altri di derivazione agricola, come
le riserie: nella zona che stiamo considerando c’è
la riseria di Vespolate ma ricordiamo anche quella
storica Invernizzi, sulla strada per Agognate. Né
va dimenticato l’ex tubettificio Saccardo di
via Gibellini… tutti edifici facilmente riconvertibili,
basterebbe un intervento corretto, pur con le inevitabili
complicazioni lavorative.
“Abbattere completamente per ricostruire ex
novo”, evidenzia Benato, “ha un costo
non indifferente ma se devo ritrovarmi con un ennesimo
edificio-scatolone prefabbricato allora è un
po’ come cambiare una scarpa con una ciabatta:
un edificio di un certo valore dovrebbe essere almeno
sostituito da un edificio di pari valore, ma non si
può fare solo un discorso economico, in gioco
ci sono anche valenze culturali. L’ Europa è
piena di edifici del genere riconvertiti in centri
commerciali, il classico non-luogo, e anche se non
si dovrebbe giungere a “mummificare” queste
strutture (che col tempo magari hanno avuto pure stratificazioni
posticce e non più coerenti con l’originale
a livello architettonico, le cosiddette “ superfettazioni”
che dovrebbero, queste sì, essere eliminate)
senz’altro sarebbe auspicabile un recupero con
indirizzo magari pubblico (uffici, anche appartamenti),
come avviene in Spagna, Francia e Portogallo. Anche
in Italia casi virtuosi non mancano, certo preferibili
a grigi capannoni prefabbricati sorti in luogo degli
originali edifici, bisognerebbe mettere dei paletti
per impedire di scegliere soluzione più comoda
quando abbiamo a che fare con costruzioni di pregio
e valore”. E parliamo anche di interni, non
solo di strutture esterne: macchinari, arredi, materiali,
suppellettili… pensiamo alle bellissime scale
in ferro battuto della centrale Conti ma molte altre
sorprese potrebbero venire alla luce. Il sapere come
un tempo si realizzavano determinate cose, perché
si facevano così e non in altro modo è
un aspetto culturalmente importante, non andrebbe
studiato solo sui libri. “Meglio avere la possibilità
di vederlo dal vivo”, commenta Benato, “e
qui si tocca l’elemento “museale”.
Oggi è molto frequente incappare in ecomusei
o musei dell’attrezzo agricolo, e qui si fa
lo stesso discorso, né più né
meno. Quantomeno, di fronte ad una inevitabile distruzione
di ciò che comunque costituisce un documento
di valore del passato, sarebbe auspicabile poter fornire
una buona documentazione fotografica per non perdere
proprio completamente il ricordo”. E’
già un passo avanti nella sensibilizzazione
sul problema.
Michele Tetro