|
Tre
modi per "rimontare" il mostro di Frankenstein |
|

|
E' di questi giorni la notizia che alcuni scienziati
hanno ricavato cellule staminali dall’epidermide
umana. “Non pensavamo fosse così facile”,
hanno detto e prevedono clonazione di organi da trapianto.
È la fine dei dilemmi etici? O non piuttosto
uno stimolo a raccogliere quelle che sotto certi aspetti
sono le più genuine “sfide” della
scienza nel campo della biologia, sfide che legano
il progresso in maniera forte anche all’etica?
E come deve indirizzarsi questa etica? La stessa scienza
ci conferma e prova la nostra continuità con
gli altri animali e l’ecosistema planetario,
ma allo stesso tempo crea una discontinuità
e pone la specie umana su un sentiero che nulla ha
più di naturale, qualunque sia il significato
che si vuole dare a questa parola. L’etica,
allora, deve allargarsi anche agli altri animali e
al pianeta, oltre che alle generazioni future? Ecco
perché il mito di Frankenstein è un
inquietante sempreverde, che non smette mai di essere
spunto e metafora per riflettere su tematiche cruciali
e complesse, che sono state recentemente affrontate
nel convegno novarese “Il ritorno di Frankenstein”,
organizzato dalla Fondazione Faraggiana.
Luisella Battaglia, ordinario di Filosofia Morale
all’Università di Genova, ha inaugurato
il ciclo di incontri riflettendo che “l’etica
della scienza, che si pone come problemi di studio
le riflessioni su eventi, finalità e problemi,
diventa indispensabile dopo due catastrofi epocali
del Novecento: Auschwitz e Hiroshima, che sono il
volto oscuro della scienza, la sua disumanizzazion,
il risultato dello squilibrio dei diversi progressi
scientifico, sociale, economico, tecnologico, etico,
politico. La bioetica attuale nasce negli anni Settanta
del secolo passato, periodo delle prime manipolazioni
del DNA. Noi siamo animali simbolici, capaci di astrazioni,
siamo frutto della cultura, siamo la conseguenza di
ciò che diciamo su noi stessi. Pertanto, l’artificiale
fa parte di noi e va tenuto sotto controllo”.
C’è dunque una seconda chiave di lettura,
più interessante di quella meramente ammonitrice:
“è quella che parte dal tessuto affettivo-emozionale
dell’autrice. La creatura, chiamata alla vita
senza averlo chiesto, in un esperimento scientifico,
si rivela sensibile, intelligente, con un grande bisogno
di amore, che chiede al suo Dio padre-scienziato Victor
Frankenstein. Chiede perché lui non può
essere amato, è vittima innocente, prova amore
rivolto ad altri esseri, che ‘sente’ simili
a sé, ma non ‘vede’ simili a sé,
incarna il dramma degli esclusi e dei diversi, è
il diverso per antonomasia: non viene accolto, riconosciuto,
amato. Ecco la seconda chiave di lettura: il senso
della responsabilità morale”. Battaglia
conclude: “è un imperativo urgente nella
bioetica animale e non solo, perché ai confini
dell’umano esiste una zona grigia, labile e
critica, dove trovano spazio creature come quella
di Frankenstein, ma anche come il realmente esistito
Joseph Merrick, noto come ‘Elephant Man’
(vittima della Sindrome di Proteo che lo aveva orrendamente
deformato), verso i quali la scienza ha una forte
responsabilità morale. Lo scienziato deve rendersi
conto del dolore e della sofferenza inflitta a creature
senzienti, agli animali-cavia, agli animali transgenici,
sfruttati per fini e vantaggi umani, agli animali
clonati. Questi esperimenti, preludono certamente
ad altri, finalizzati sull’uomo, ne sono sia
la premessa che la garanzia. Perché lo scienziato
deve sentirsi autorizzato a lavorare sugli animali,
facendo ogni possibile esperimento, senza provare
alcun rimorso per il dolore inflitto? Quali sono i
doveri? Quali devono essere i limiti? È forte
ed evidente la responsabilità etica della scienza,
proprio verso gli animali stessi, e non solo perché
questi esperimenti non vengano fatti sull’uomo.
Quindi è lecito eticamente tutto ciò
che è possibile tecnicamente?”. C’è
una strada nuova: “la bioetica si occupa anche
di metodologie alternative di ricerca, le ‘metodologie
avanzate’. Il modello sperimentale animale è
povero, riduzionistico, approssimativo. L’obiettivo
primario è elaborare metodi alternativi all’uso
di animali: una sfida per una scienza genuina, per
il rispetto dei viventi. Questa sfida scientifica
ha un suo centro nell’Istituto per la Protezione
e la Sicurezza del Cittadino, con sede a Ispra (Varese),
col dottor Thomas Hartung, per le metodologie avanzate”.
La sfida scientifica è soprattutto culturale
e sociale.

Secondo intervento per Paola Borgna, ricercatrice
di Sociologia all’Università di Torino:
“Frankenstein siamo noi, con la nostra scienza
e con il nostro corpo. La scienza biologica oggi ha
potere sulla vita, crea gli embrioni chimera, crea
cromosomi artificiali. Frankenstein sfuma il confine
tra naturale e artificiale, tra umano e non umano.
È corpo e tecnologia che si intrecciano strettamente.
È la creatura del dopo umanesimo, prefigura
i cyborg (organismi cibernetici), che già si
muovono in mezzo a noi, e sono il frutto di accoppiamenti
uomo-macchina e mescolano organico e inorganico, vivo
e inerte. Nel XXI secolo i corpi sono esito di idee
sociali sul corpo stesso. Le società scrivono
sui corpi. Oggi i corpi sono manipolati e riparati
dalla tecnologia biomedica: trapianti, terapia genica,
clonazione, xenotrapianti, fecondazione assistita.
I corpi vengono potenziati e riprogrammati, lungo
diverse coordinate tecnologiche. C’è
una ridefinizione dei confini, dei limiti, delle possibilità.
Si parla di nanomedicina per ingenierizzare nanostrutture,
con applicazioni nella oncologia molecolare, nella
creazione di biochip e nel confronto delle sequenze
molecolari. Si studiano nanomacchine per il trasporto
e rilascio di medicinali, robot molecolari per distruggere
i tumori in loco, per contrastare l’invecchiamento,
per curare malattie cardiocircolatorie. Si fa avanti
la necessità di una nano-etica. Alcune tecnologie
sono oggi solo allo studio, si parla di “Human
Enhancement”, potenziamento umano: allargamento
dei sensi e dei limiti umani, potenziamento delle
doti fisiche. Ci sono modelli matematici già
a partire dagli anni Sessanta, e simulazioni computerizzate
del sistema uomo-macchina. Oggi le filosofie trans
e post umaniste immaginano computer molecolari, capaci
di contenere la ‘memoria’ cerebrale di
un essere umano, immortale e cosciente ma privo di
corporeità organica biologica naturale. È
previsto l’uso di droghe e l’ibernazione.
Il corpo diventa superfluo, grazie alla mappatura
e al download della memoria della rete neurale individuale.
Queste filosofie seguono e sviluppano una linea di
ragionamento già presente anche a livello quotidiano
e diffuso: basta pensare agli antidepressivi, al body
building, alla chirurgia estetica. Frankenstein è
uno script vecchio, applicato a situazioni nuove:
con quali conseguenze? Di fatto, la rappresentazione
Frankenstein, rischia di ostacolare e polarizzare
il dibattito: tutto/niente, si/no. Oggi occorrono
l’apertura degli scienziati e il coinvolgimento
del pubblico. La democrazia partecipativa è
una strada. Si chiama ‘deliberating polling’
e naturalmente i decisori, i politici, ne tengono
conto prima, in fase di definizione dell’agenda.
La scienza diventa una operazione collettiva. Lo scienziato
deve cambiare mentalità. Occorre una scuola
di divulgazione scientifica, come Agorà Scienza,
alla Università di Torino. Si studiano temi
e problemi della comunicazione col pubblico”.
E se – partendo da conoscenze e strumenti di
pensiero acquisiti e noti – si proponesse e
tentasse una visione differente del rapporto dell’umano
con l’animale e l’ambiente, per tracciare
una nuova etica e una nuova comunicazione? È
il filo conduttore di Roberto Marchesini, studioso
di scienze biologiche ed epistemologia. “Antropomorfizzare
significa togliere all’animale la capacità
di comunicare, appiattirlo, ridurlo ad una brutta
copia dell’uomo, farne approssimazione dell’umano.
L’animale è visto dalla cultura umana
come un pre-uomo, una cifra regressiva rispetto all’uomo,
che si pone come misura di tutte le cose. Pensiamo
al mito fondativo di Prometeo ed Epimeteo: quest’ultimo
dona le qualità agli animali, Prometeo dona
agli uomini la “techne”, che esterna le
funzioni, che negli animali sono biologiche, tramite
gli strumenti; e dona il fuoco, per plasmare il mondo.
L’uomo è nudo, carico di oneri, dai quali
lo esonera la sua esclusiva cultura. Questo è
il pensiero strettamente umanista. Ma è meglio
parlare di identità del sé, relazionale,
dialettica, formata nello scambio relazionale con
gli altri e dall’ambiente dove vivo. Io ‘ospito’
gli altri, quelli che fin dall’infanzia mi hanno
formato e reso quel che sono. L’identità
individuale è ibrida, coniugativa. L’identità
culturale si origina dal dialogo secolare tra le culture
e tesaurizza le relazioni. Questo vale per il sé,
per la cultura, e per l’umano. L’identità
umana non è e non può essere autarchica,
epurativa degli animali. L’animale non può
né deve essere feticcio o cifra regressiva,
ma può essere e di fatto è stato referente
e anche maestro dell’umano, in un rapporto dialogico
millenario, che ha dato origine a identità
ibrida. Ecco perché anche noi siamo Frankenstein,
chimere, un insieme composito di parti differenti.
L’ antropocentrismo – come l’egoismo
– non aiuta a costruire l’umano, provoca
invece un impoverimento, sottolineato dal fato che
oggi gli animali sono dimenticati dalla cultura. Degli
animali si ha solo una visione come giocattoli, macchine,
sostituti antropomorfizzati, strumenti. L’alterità
degli animali, invece, dà luogo a scambio reciproco,
al contributo che l’altro ci dà per farci
evolvere, la base sicura, sostegno, modello, spinta
a mutare. Ogni volta che un’alterità
si realizza e si rapporta, c’è necessariamente
un momento di difficoltà. Si ritiene che l’identità
sia ostacolo all’integrazione, ma è un
errore: l’integrazione è un processo
e si ha solo riconoscendo l’identità
altrui”.
Giovanni Savoini
|
|
FRANKENSTEIN, O IL PROMETEO MODERNO
Leggere il libro che Mary Shelley (1797-1851)
scrisse appena 21enne riserva delle sorprese,
soprattutto per chi è abituato alle versioni
cinematografiche della storia, molto libere.
Il romanzo epistolare si apre, ingannevolmente,
con un inizio che sembra appartenere ad opera
di altro genere: il viaggio dell’ambizioso
capitano Walton alla ricerca del Passaggio di
Nord-Ovest tra i ghiacci artici, che lo porta
a soccorrere un misterioso ed ossessionato personaggio,
Victor von Frankenstein. Questi racconta del
suo scellerato atto di creazione della vita
contro le leggi naturali e del “mostro”
che, al suo rifiuto di “costruire”
per lui una compagna, ha brutalmente annientato
la sua famiglia e lo ha spinto così a
dargli la caccia fino al Polo. Racconto nel
racconto, Frankenstein narra la storia che la
creatura gli ha a sua volta raccontato dal momento
della nascita in laboratorio, la fuga, l’orrore
e il disprezzo degli uomini per la sua orripilante
figura, la sua rabbia e desiderio di amore.
Quando lo scienziato muore per gli stenti tra
le braccia di Walton, la creatura fa la sua
finale apparizione, addolorata per la tragedia,
decisa ad andare a perire in solitudine tra
i ghiacci. Walton si rende conto di non poter
sfidare le leggi della natura e torna in Inghilterra.
Il romanzo è stato completato nel 1818,
ma l’idea risale a due anni prima, quando
Mary era in vacanza nei pressi di Ginevra con
il marito P. B. Shelley, Lord Byron e John Polidori:
una notte di temporale li fece intraprendere
una gara letteraria per scrivere una storia
soprannaturale. Polidori scrisse “Il vampiro”,
Mary cominciò “Frankenstein”,
romanzo gotico che della creazione di un uomo
mediante un'energia di essenza divina il cui
uso era da considerarsi sacrilego. Il sottotitolo
“Prometeo moderno” allude al mito,
tratto da Ovidio, del Titano che aveva dato
il fuoco agli uomini per toglierli dall’oscurità,
punito però dagli altri dei per il suo
atto d’arroganza, per quanto compiuto
in buona fede. Oggi il termine “Frankenstein”
rimanda, per estensione, ad un comportamento
scientifico contrario alla bioetica e basato
su illeciti esperimenti eticamente discutibili.
Nonostante “Frankenstein” sia divenuta
una figura iconografica del genere horror, si
tratta a ben vedere del primo vero romanzo di
fantascienza.
|
|
|
I CENTO VOLTI DELLO SCIENZIATO E DELLA
CREATURA

Il cinema ha adattato centinaia di volte il
romanzo di Mary Shelley, fin dai suoi albori,
con pellicole mute come “Frankenstein”,
“Life Without a Soul”, “Il
mostro di Frankenstein”, ma è solo
nel 1931 che arriva il capolavoro di James Whale
“Frankenstein”, che consegna alla
storia del cinema l’icona del mostro,
un inarrivabile Boris Karloff magistralmente
truccato da Jack Pierce. L’incauto scienziato
Henry Frankenstein è interpretato da
Colin Clive ma la scena è tutta per Karloff,
muta e impressionante figura dai movimenti goffi
e robotica che comunica il tormento della creatura
rifiutata dal consorzio umano e la sua disperata
ricerca di amore: indimenticabili le sequenze
in cui il “mostro” vede per la prima
volta la luce della Luna e vi tende le mani
tremanti, estasiato, o l’incontro con
la bambina sulla riva del lago, destinato a
tragico esito (foto 1). Il grandissimo successo
della pellicola induce la stessa squadra a varare
il seguito nel 1935, “La moglie di Frankenstein”
(foto 2), per molti sin migliore del primo,
in cui la creatura, interpretata da un sempre
grande Karloff, questa volta parla e ci regala
una delle scene più toccanti e commoventi
della storia del cinema, l’incontro tra
il mostro e l’eremita cieco, pura poesia.
Karloff interpreta la creatura una terza volta
nel 1939 in “Il figlio di Frankenstein”,
in cui lo scienziato ha il volto di Basil Rathbone.
A seguire per tutti gli anni Quaranta, il mostro
più che lo scienziato ritorna in una
serie di pellicole accomunate dall’ammucchiata
di mostri (la creatura di Frankenstein, l’uomo
lupo, Dracula, lo scienziato pazzo) e rivolte
ad un pubblico di adolescenti, di volta in volta
interpretato dagli scarsamente convincenti Bela
Lugosi e Lon Chaney jr. La parodia era in agguato,
con gli inevitabili incontri con Gianni e Pinotto.
La fine degli anni Cinquanta vede l’Inghilterra
“ereditare” Frankenstein grazie
alla britannica Hammer Films, che rivoluzionerà
tutti i mostri della Universal americana con
film a colori e di grande coinvolgimento emotivo.
Questa volta, però, la figura della creatura
passa in secondo piano a favore dello scienziato,
qui colto nella sua accezione più negativa:
megalomane, spietato, amorale, anche assassino
pur di raggiungere i suoi poco nobili scopi.
Nel primo film della serie, “La maschera
di Frankenstein”, 1958, di Terence Fisher,
la creatura ha le fattezze di Christopher Lee
mentre a Victor von Frankenstein, vero mostro,
presta i tratti un gelido ed aristocratico Peter
Cushing, che rivestirà per altre cinque
volte questo ruolo (foto 3). Negli anni Sessanta
Frankenstein conquista anche il Giappone (e
lotta con i tipici mostri colossali alla Godzilla)
mentre i Settanta vedono il tentativo del recupero
filologico del romanzo con l’interessante
“Frankenstein: the True Story” (1973,
di Jack Smight) e la splendida parodia “Frankenstein
Junior”, 1974, di Mel Brooks (foto 4),
con gli impagabili Gene Wilder, Marty Feldman
e Peter Boyle. Contaminato in seguito dall’avventura
fantascientifica, lo splatter, il porno, il
comico, il fumetto e il trash Frankenstein torna
sul grande schermo con il kolossal “Frankenstein
di Mary Shelley”, 1994, di Kenneth
Branagh (foto 5), anche attore nel ruolo di
Victor, che rispecchia fedelmente il romanzo
in un algido adattamento che però sfiora
appena i temi dell’umanità del
mostro e del contrasto scienza-morale, nonostante
la presenza di attori come Robert De Niro, una
creatura che fa rimpiangere i modelli dei film
di Whale e Fisher, irraggiungibili.
|
|
|
|
|
|
|
|