A margine della bella mostra in corso a Castelletto Ticino (della quale trovate le info in coda), diamo il nostro contributo alla conoscenza del periodo della nostra storia denominato “cultura di Golasecca”. Il suo nome deriva dal luogo dei primi ritrovamenti, avvenuti ad opera dell’abate Gian Battista Giani (1788-1857) sulle colline del comune di Golasecca. Il Giani, eminente studioso locale, nel 1824 ritrovò una cinquantina di tombe con corredi di ceramica e metalli. Egli però interpretò erroneamente i reperti come la testimonianza di uno scontro avvenuto durante la seconda guerra punica: la battaglia del Ticino tra Annibale e Scipione. Solo nel 1865 G. de Mortillet, uno dei padri dell’archeologia preistorica, attribuì le medesime tombe alla prima età del Ferro, sulla base della presenza di oggetti in quel metallo, ma nessuno di origine romana.
Oggi sappiamo che la cultura di Golasecca, espressione di popolazioni celtiche, si sviluppò per tutta la prima età del Ferro (IX-IV secolo a.C.) nella Lombardia occidentale, in Piemonte, nel Canton Ticino e nei Grigioni, in un territorio quindi delimitato: a est dal corso del Serio, a ovest da quello del Sesia, a nord dallo spartiacque alpino e a sud dal Po.

Urna cineraria con le caratteristiche decorazioni a denti di lupo
Le aree archeologiche più importanti sono: i dintorni di Como, l’area a sud del lago Maggiore con Golasecca, Sesto Calende, Castelletto Ticino, poi la Lomellina ed i dintorni di Bellinzona. La cultura di Golasecca, preceduta da una fase detta “protogolasecca” (XII-X secolo a.C.), è stata suddivisa in tre grandi periodi. Durante il primo periodo (Golasecca I, IX-VII secolo a.C.) i Golasecchiani sono stanziati nella fascia subalpina, più favorevole, per il suo clima, all’insediamento. La grande diffusione delle necropoli fa supporre l’esistenza di una serie di piccoli villaggi sparsi per tutto il territorio. Essi comprendevano capanne di modeste dimensioni: costruzioni circolari costituite da una struttura in tronchi e da pareti in paglia e fango seccati, che poggiavano su fondamenta in pietra. Avevano un focolare centrale ed erano coperte da rami intrecciati con frasche. L’area di Golasecca era, in questo primo periodo, uno dei centri più importanti della cultura grazie alla sua posizione, molto favorevole agli scambi commerciali, alla fuoriuscita del Ticino dal lago Maggiore.
Durante il secondo periodo (Golasecca II, VI - V secolo a.C.) si ha il massimo sviluppo della cultura, come dimostrano il gran numero di tombe rinvenute e la ricchezza dei corredi funebri, differenziati per uomini e donne. L’introduzione del tornio lento nella lavorazione dei vasi consente di dare loro una forma più accurata e differenziata. I rapporti con gli Etruschi divengono meno forti, ma si intensificano quelli con la cultura di Hallstatt, in Austria, che esporta il sale, indispensabile per la conservazione dei cibi.
Nel V secolo la comparsa del centro di Milano, fondato dagli Insubri, posto in una posizione strategica per i traffici viari, portò al declino dei centri golasecchiani insediati sulle sponde del Ticino (Golasecca III, IV – prima metà III secolo a.C.). Successivamente, con la conquista dei territori golasecchiani da parte dei Celti nel 388 a.C., si ha la fine del commercio con gli Etruschi e la crisi definitiva della società golasecchiana.
Sulla base dei dati archeologici e dei confronti con altre culture europee contemporanee possiamo supporre che i Golasecchiani praticassero l’agricoltura, la tessitura e soprattutto l’allevamento, che determinava una grande produzione di formaggi e carne. Proprio la necessità della loro conservazione sotto sale favorì i contatti con la cultura di Hallstatt, località in Austria dove si trovavano grandi miniere di questa sostanza. Importantissimo doveva poi essere il commercio di materie prime (stagno, ambra, corallo) e beni commestibili (olio, cereali, vino, carne salata) nel quale i Golasecchiani rivestivano il ruolo di intermediari tra gli Etruschi e i Celti, grazie al collegamento tramite il fiume con il novarese e il Canton Ticino, e con le zone al di là delle Alpi tramite i passi alpini del San Bernardo, Sempione e San Gottardo. Numerosi oggetti etruschi e greci ritrovati nelle tombe golasecchiane sono la riprova di questo ruolo e sono leggibili, oltre che come acquisti veri e propri, come dazi o doni fatti ai capi locali dai commercianti stranieri.
Recenti scoperte archeologiche di iscrizioni su pietra e su ceramiche funerarie, hanno consentito di far risalire la conoscenza dell’alfabeto di Golasecca al VII secolo a.C. e di definirlo di origine leponzia, connesso alla lingua etrusca. Oltre all’uso della scrittura, la cultura di Golasecca presenta altre caratteristiche delle prime società storiche evolute, per esempio la conoscenza della ruota, testimoniata dai carri della Tomba del Guerriero a Sesto Calende.
LE NECROPOLI
Le nostre conoscenze sulla cultura di Golasecca derivano per lo più dallo studio delle sue necropoli. Nell’area del Ticino il solo rito funebre impiegato era la cremazione, in genere nella forma indiretta. Il defunto era cioè bruciato su un rogo preparato a parte, anche adiacente alla tomba, e le sue ceneri, raccolte dentro un’urna sovente decorata con sequenze geometriche (dette “denti di lupo”) e coperta da una ciotola, erano poi deposte nella tomba scavata nella terra.

Ricostruzione di un Cromlech
Caratteristico del comprensorio del Ticino era l’uso di un recinto esterno definito cromlech. Il termine, di origine gallese (letteralmente “pietra curva”), indica un recinto circolare di pietre che racchiude una o più sepolture. Oltre che a Golasecca, in località Monsorino, i cromlech sono stati scoperti in località Garzonera a Vergiate e nella brughiera del Vigano a Somma Lombardo e, relativi ad età più tarda, nel Canton Ticino presso Locarno.
I cromlech, collocati sia sulla cima delle colline (Monsorino) sia in pianura (Vigano e Vergiate), avevano dimensioni variabili tra i 3 e i 10 metri di diametro. Il solo circolo del Vigano, oggi scomparso, era di maggiori dimensioni: il suo diametro misurava 17 metri. Il Castelfranco, che ancora lo potè vedere, sostenne che fosse costituito da 300 blocchi di pietra estesi su di un’area di 450 metri quadrati.
Le tombe erano collocate sia al centro dei recinti che lungo il loro perimetro. Numerose erano anche quelle che si addensavano all’esterno dei loro limiti. I cromlech avevano non di rado una sorta di corridoio di accesso di forma rettangolare, la cosiddetta “allea”, sul cui significato molto si discute: semplice corridoio di accesso per alcuni, per altri era invece il luogo deputato alla deposizione delle offerte e allo svolgimento dei riti in onore del defunto.
L’uso di questi recinti funebri inizia con l’VIII (Sesto Calende, località Carrera) e prosegue per tutto il VII e il VI secolo a.C. Alcuni studiosi li considerano l’ultima derivazione dei recinti megalitici di età neolitica, caratteristici dell’Europa settentrionale (Inghilterra, Irlanda), della Bretagna e di Malta. Tuttora discusso è il fatto se i cromlech fossero solo dei piccoli recinti, posti a segnare il limite dell’area funebre, o costituissero la base di veri e propri tumuli.

Urna cineraria e bicchiere
Le ceneri del defunto vengono poste entro urne biconiche o a forma di secchio. Il corredo funerario, che nelle fasi più antiche era formato da pochi oggetti di ornamento, diventa dal VII secolo a.C. espressione della ricchezza e quindi della posizione sociale del defunto: vasi in ceramica o in bronzo, ornamenti, utensili come rocchetti e fusaiole, spiedi in ferro, armi e, spesso, perle d’ambra importate dalle zone baltiche. Tipici dell’area del Ticino sono il bicchiere e, dal VII secolo a.C., i vasi per la consumazione dei cibi che fanno supporre la pratica del banchetto funebre, comune nel mondo greco ed etrusco. Una tomba, a Pombia, ha restituito anche i resti della più antica birra con luppolo del mondo.
I corredi ci consentono di comprendere quale fosse la società golasecchiana, soprattutto tra il VII e il VI secolo a.C.: una struttura gerarchizzata con a capo un guerriero o capo-tribù la cui importanza si esprimeva anche con la deposizione nella tomba delle armi e degli oggetti che ne avevano manifestato il prestigio in vita (morsi equini, vasellame in bronzo, carri).
Visitate quindi la Mostra: “L’ALBA DELLA CITTÀ”
Le prime necropoli del centro protourbano di Castelletto Ticino
Sala Polivalente Albino Calletti (presso Biblioteca Civica) - Castelletto Ticino
26 aprile – 29 novembre 2009
Orari: mercoledì e domenica pomeriggio 15,00 -18,00; sabato 10,00-12,00 e 15,00-18,00
Ingresso Gratuito
Info: 0331 962655
www.albadellacitta.it
Giorgio Zara