Pacifico Ramati: il beato decapitato

Frate Pacifico Ramati

Frate Pacifico Ramati

Con questo articolo vogliamo fare un omaggio agli amici di Cerano, parlando del loro patrono: Pacifico Ramati. Nasce a Cerano nel 1424 e rimane presto orfano dei genitori. Viene così accolto dall’Abate del convento benedettino di S. Gerolamo presso Novara che si preoccupa della sua educazione. Alla morte del suo padre spirituale, Pacifico veste l’abito francescano nel convento novarese del Minori Osservanti. Viene poi mandato, per la sua evidente predisposizione allo studio, alla Sorbona di Parigi, dove apprende il diritto canonico ed approfondisce le sue conoscenze teologiche con tanta passione da essere considerato tra le più valide personalità dell’Ordine Francescano.

Tornato in patria e ordinato sacerdote, si dedicò alla predicazione con tale successo da essere definito “fervido oratore e potente nel guadagnare le anime a Dio con le parole e con le opere”. La sua vita è un continuo peregrinare tra nord Italia e Svizzera, dedicandosi alla fondazione di Chiese e Conventi tra cui quello dell’Annunziata di Soncino (CR) e della Madonna delle Grazie di Vigevano (PV) di cui rimangono purtroppo solo i ruderi.

Il "santino" del Beato Pacifico

Il "santino" del Beato Pacifico

Inoltre redige una importante opera teologica: la Summa Pacifica (scritta in lingua volgare così da poter essere alla portata di tutti). Il termine “Pacifica” non deriva dal nome dell’autore: egli la chiamò così nell’intento di portare l’animo umano ad una condizione di pace e di tranquillità della coscienza. La prima edizione della Summa uscì a Milano nel 1479 ed ebbe anche l’approvazione di Papa Sisto IV.

Lo stesso Papa si avvale della sua opera e lo invia, nel 1471, in Sardegna in qualità di Commissario Apostolico. Compiuta la sua missione, Pacifico Ramati torna a Cerano dove continua la sua attività apostolica testimoniata dalla costruzione del Tempietto dedicato a Maria Vergine dove oggi riposa la sua salma. Ma le sue peregrinazioni a salvaguardia della fede cristiana non sono ancora finite; viene infatti nuovamente inviato in Sardegna come Commissario Apostolico nel 1480 durante l’invasione di Maometto II, con l’incarico di organizzare una crociata speciale contro i turchi. E’ il suo ultimo viaggio: muore infatti nell’isola, nel convento di San Pietro in Silki, (SS) un anno dopo la sua partenza, il 4 giugno 1482.
Chiesa parrocchiale della Natività di Maria Vergine a Cerano
Chiesa parrocchiale della Natività di Maria Vergine a Cerano

La popolazione sarda si era così affezionata al frate da non volersi più separare dalla sua salma, ma anche i suoi concittadini ceranesi la reclamavano. Solo grazie al trafugamento del cadavere da parte di due delegati di Cerano essa potè tornare in Piemonte. Si riporta che, miracolosamente, il corpo di frate Pacifico, malgrado la sepoltura nella nuda terra, si fosse conservato perfettamente e, quando venne dissotterrato, i suoi concittadini ne constatarono la perfetta conservazione. La curiosità sta nel fatto che i due, dovendo riporre il morto in una cassa di piccole dimensioni, lo decapitarono. Solo la testa raggiunse subito Cerano, mentre il corpo rimase a Genova nella chiesa dell’Annunziata fino al 1527.

Attualmente tutto il Beato si trova nel Tempietto a fianco della chiesa della Natività di Maria Vergine.

Nel 1745 il papa Benedetto XIV, in seguito ad un processo in cui furono testimoniati i miracoli e le virtù di Pacifico Ramati, ne proclamò la Beatificazione.

La cultura di Golasecca

A margine della bella mostra in corso a Castelletto Ticino (della quale trovate le info in coda), diamo il nostro contributo alla conoscenza del periodo della nostra storia denominato “cultura di Golasecca”. Il suo nome deriva dal luogo dei primi ritrovamenti, avvenuti ad opera dell’abate Gian Battista Giani (1788-1857) sulle colline del comune di Golasecca. Il Giani, eminente studioso locale, nel 1824 ritrovò una cinquantina di tombe con corredi di ceramica e metalli. Egli però interpretò erroneamente i reperti come la testimonianza di uno scontro avvenuto durante la seconda guerra punica: la battaglia del Ticino tra Annibale e Scipione. Solo nel 1865 G. de Mortillet, uno dei padri dell’archeologia preistorica, attribuì le medesime tombe alla prima età del Ferro, sulla base della presenza di oggetti in quel metallo, ma nessuno di origine romana.

Oggi sappiamo che la cultura di Golasecca, espressione di popolazioni celtiche, si sviluppò per tutta la prima età del Ferro (IX-IV secolo a.C.) nella Lombardia occidentale, in Piemonte, nel Canton Ticino e nei Grigioni, in un territorio quindi delimitato: a est dal corso del Serio, a ovest da quello del Sesia, a nord dallo spartiacque alpino e a sud dal Po.

Urna cineraria con le caratteristiche decorazioni a denti di lupo

Urna cineraria con le caratteristiche decorazioni a denti di lupo

Le aree archeologiche più importanti sono: i dintorni di Como, l’area a sud del lago Maggiore con Golasecca, Sesto Calende, Castelletto Ticino, poi la Lomellina ed i dintorni di Bellinzona. La cultura di Golasecca, preceduta da una fase detta “protogolasecca” (XII-X secolo a.C.), è stata suddivisa in tre grandi periodi. Durante il primo periodo (Golasecca I, IX-VII secolo a.C.) i Golasecchiani sono stanziati nella fascia subalpina, più favorevole, per il suo clima, all’insediamento. La grande diffusione delle necropoli fa supporre l’esistenza di una serie di piccoli villaggi sparsi per tutto il territorio. Essi comprendevano capanne di modeste dimensioni: costruzioni circolari costituite da una struttura in tronchi e da pareti in paglia e fango seccati, che poggiavano su fondamenta in pietra. Avevano un focolare centrale ed erano coperte da rami intrecciati con frasche. L’area di Golasecca era, in questo primo periodo, uno dei centri più importanti della cultura grazie alla sua posizione, molto favorevole agli scambi commerciali, alla fuoriuscita del Ticino dal lago Maggiore.

Durante il secondo periodo (Golasecca II, VI - V secolo a.C.) si ha il massimo sviluppo della cultura, come dimostrano il gran numero di tombe rinvenute e la ricchezza dei corredi funebri, differenziati per uomini e donne. L’introduzione del tornio lento nella lavorazione dei vasi consente di dare loro una forma più accurata e differenziata. I rapporti con gli Etruschi divengono meno forti, ma si intensificano quelli con la cultura di Hallstatt, in Austria, che esporta il sale, indispensabile per la conservazione dei cibi.

Nel V secolo la comparsa del centro di Milano, fondato dagli Insubri, posto in una posizione strategica per i traffici viari, portò al declino dei centri golasecchiani insediati sulle sponde del Ticino (Golasecca III, IV – prima metà III secolo a.C.). Successivamente, con la conquista dei territori golasecchiani da parte dei Celti nel 388 a.C., si ha la fine del commercio con gli Etruschi e la crisi definitiva della società golasecchiana.

Sulla base dei dati archeologici e dei confronti con altre culture europee contemporanee possiamo supporre che i Golasecchiani praticassero l’agricoltura, la tessitura e soprattutto l’allevamento, che determinava una grande produzione di formaggi e carne. Proprio la necessità della loro conservazione sotto sale favorì i contatti con la cultura di Hallstatt, località in Austria dove si trovavano grandi miniere di questa sostanza. Importantissimo doveva poi essere il commercio di materie prime (stagno, ambra, corallo) e beni commestibili (olio, cereali, vino, carne salata) nel quale i Golasecchiani rivestivano il ruolo di intermediari tra gli Etruschi e i Celti, grazie al collegamento tramite il fiume con il novarese e il Canton Ticino, e con le zone al di là delle Alpi tramite i passi alpini del San Bernardo, Sempione e San Gottardo. Numerosi oggetti etruschi e greci ritrovati nelle tombe golasecchiane sono la riprova di questo ruolo e sono leggibili, oltre che come acquisti veri e propri, come dazi o doni fatti ai capi locali dai commercianti stranieri.

Recenti scoperte archeologiche di iscrizioni su pietra e su ceramiche funerarie, hanno consentito di far risalire la conoscenza dell’alfabeto di Golasecca al VII secolo a.C. e di definirlo di origine leponzia, connesso alla lingua etrusca. Oltre all’uso della scrittura, la cultura di Golasecca presenta altre caratteristiche delle prime società storiche evolute, per esempio la conoscenza della ruota, testimoniata dai carri della Tomba del Guerriero a Sesto Calende.

LE NECROPOLI

Le nostre conoscenze sulla cultura di Golasecca derivano per lo più dallo studio delle sue necropoli. Nell’area del Ticino il solo rito funebre impiegato era la cremazione, in genere nella forma indiretta. Il defunto era cioè bruciato su un rogo preparato a parte, anche adiacente alla tomba, e le sue ceneri, raccolte dentro un’urna sovente decorata con sequenze geometriche (dette “denti di lupo”) e coperta da una ciotola, erano poi deposte nella tomba scavata nella terra.

Ricostruzione di un Cromlech

Ricostruzione di un Cromlech

Caratteristico del comprensorio del Ticino era l’uso di un recinto esterno definito cromlech. Il termine, di origine gallese (letteralmente “pietra curva”), indica un recinto circolare di pietre che racchiude una o più sepolture. Oltre che a Golasecca, in località Monsorino, i cromlech sono stati scoperti in località Garzonera a Vergiate e nella brughiera del Vigano a Somma Lombardo e, relativi ad età più tarda, nel Canton Ticino presso Locarno.

I cromlech, collocati sia sulla cima delle colline (Monsorino) sia in pianura (Vigano e Vergiate), avevano dimensioni variabili tra i 3 e i 10 metri di diametro. Il solo circolo del Vigano, oggi scomparso, era di maggiori dimensioni: il suo diametro misurava 17 metri. Il Castelfranco, che ancora lo potè vedere, sostenne che fosse costituito da 300 blocchi di pietra estesi su di un’area di 450 metri quadrati.

Le tombe erano collocate sia al centro dei recinti che lungo il loro perimetro. Numerose erano anche quelle che si addensavano all’esterno dei loro limiti. I cromlech avevano non di rado una sorta di corridoio di accesso di forma rettangolare, la cosiddetta “allea”, sul cui significato molto si discute: semplice corridoio di accesso per alcuni, per altri era invece il luogo deputato alla deposizione delle offerte e allo svolgimento dei riti in onore del defunto.

L’uso di questi recinti funebri inizia con l’VIII (Sesto Calende, località Carrera) e prosegue per tutto il VII e il VI secolo a.C. Alcuni studiosi li considerano l’ultima derivazione dei recinti megalitici di età neolitica, caratteristici dell’Europa settentrionale (Inghilterra, Irlanda), della Bretagna e di Malta. Tuttora discusso è il fatto se i cromlech fossero solo dei piccoli recinti, posti a segnare il limite dell’area funebre, o costituissero la base di veri e propri tumuli.

Urna cineraria e bicchiere

Urna cineraria e bicchiere

Le ceneri del defunto vengono poste entro urne biconiche o a forma di secchio. Il corredo funerario, che nelle fasi più antiche era formato da pochi oggetti di ornamento, diventa dal VII secolo a.C. espressione della ricchezza e quindi della posizione sociale del defunto: vasi in ceramica o in bronzo, ornamenti, utensili come rocchetti e fusaiole, spiedi in ferro, armi  e, spesso, perle d’ambra importate dalle zone baltiche. Tipici dell’area del Ticino sono il bicchiere e, dal VII secolo a.C., i vasi per la consumazione dei cibi che fanno supporre la pratica del banchetto funebre, comune nel mondo greco ed etrusco. Una tomba, a Pombia, ha restituito anche i resti della più antica birra con luppolo del mondo.

I corredi ci consentono di comprendere quale fosse la società golasecchiana, soprattutto tra il VII e il VI secolo a.C.: una struttura gerarchizzata con a capo un guerriero o capo-tribù la cui importanza si esprimeva anche con la deposizione nella tomba delle armi e degli oggetti che ne avevano manifestato il prestigio in vita (morsi equini, vasellame in bronzo, carri).

Visitate quindi la Mostra: “L’ALBA DELLA CITTÀ”

Le prime necropoli del centro protourbano di Castelletto Ticino

Sala Polivalente Albino Calletti (presso Biblioteca Civica) - Castelletto Ticino

26 aprile – 29 novembre 2009

Orari: mercoledì e domenica pomeriggio 15,00 -18,00; sabato 10,00-12,00 e 15,00-18,00

Ingresso Gratuito 

Info: 0331 962655

www.albadellacitta.it

Giorgio Zara

La Bolla dei Tulipani

La crisi economica più singolare della storia

La crisi economica più singolare della storia

In un momento di crisi globale come quello che stiamo attraversando, vogliamo dare uno sguardo al passato. E’ confortante constatare che le crisi economiche si sono sempre verificate periodicamente anche nei secoli scorsi e, dopo un periodo più o meno lungo, si sono sempre risolte dando spazio ad un periodo di forte crescita dell’economia.
La crisi più singolare, almeno agli nostri occhi di uomini del XXI secolo, è sicuramente la “Bolla dei tulipani”, verificatasi nell’Olanda della prima metà del XVII secolo: fu la prima bolla speculativa documentata dell’età moderna (altro che Lehman Brothers!).
Si ha una bolla speculativa quando i movimenti del prezzo di un bene diventano indipendenti dalle ragioni economiche che giustificano il livello di prezzo del bene stesso. I movimenti del prezzo (solitamente verso l’alto) sono quindi sospinti, non da ragioni economiche, ma dall’irrazionale comportamento degli operatori di mercato.
La “Bolla dei tulipani” ha lasciato nell’economia un’impronta estremamente profonda, seconda solo, quanto ad importanza, a quella della grande crisi del ‘29.

LE CAUSE
Le grandi bolle speculative necessitano di un particolare clima per svilupparsi. La crisi dei tulipani esplode in concomitanza di due tragici eventi. Il primo è la guerra; infatti, la crisi scoppia poco dopo la conclusione della guerra di indipendenza olandese dalla Spagna. Il secondo tragico evento è la peste, che falcidia la popolazione. Queste due tragedie comportano, da una parte, l’ottimismo per la fine della guerra che determina una grande predisposizione alla speculazione e, dall’altra parte, il fatalismo indotto dall’epidemia di peste che aggiunge una minore avversione al rischio al quadro generale.
Inoltre, in questo periodo, vengono introdotte delle innovazioni nel campo marittimo che portano l’Olanda, teatro della crisi, tra il 1620 e il 1645, a diventare l’indiscusso leader del commercio internazionale grazie alla sua imponente flotta. L’enorme massa di denaro ricavato dal commercio necessitava quindi di qualcosa (forse qualsiasi cosa) nella quale essere investito.

PERCHE’ PROPRIO DEI FIORI?
I tulipani arrivarono in Olanda nel 1562, con un carico giunto da Costantinopoli (il nome occidentale è una corruzione del turco tulband, che significa turbante). L’interesse per questo fiore dalle diverse colorazioni divenne, in pochi anni, una vera e propria mania che si trasformò presto in una smodata e insensata ricerca degli esemplari più “ rari”. Questa “tulipmania”, in qualche modo, si estese a tutta Europa, ma fu in Olanda che ebbe il suo apice, forse anche perché lì, le caratteristiche fisiche del suolo erano favorevoli allo sviluppo di tale coltura.
Specchio della situazione è il romanzo che Alexandre Dumas padre scrisse nel 1850: “Il Tulipano Nero”. Ambientato in quel periodo, il protagonista è un ricco floricultore olandese del 1600 che investe una fortuna per realizzare un tulipano di colore nero.

Il tulipano nero non esiste: questo è il “queen of night” la versione più scura esistente

Il tulipano nero non esiste: questo è il “queen of night” la versione più scura esistente

Quali le cause della “tulipmania”? Innanzitutto la bellezza del tulipano: Dan Pearson, l’architetto di giardini più in vista d’Inghilterra, sostiene che pochi colpi d’occhio sono gradevoli quanto le macchie di tulipani in un prato ben tenuto, con qualche vecchio albero sullo sfondo. Una soluzione applicabile sia al verde d’una grande tenuta, sia a quello d’una villetta in campagna.
In secondo luogo la sua scarsità: il tulipano può crescere sia da bulbo che da seme, ma quest’ultimo metodo prevede tempi molto lunghi affinché la pianta fiorisca e sviluppi un bulbo (circa sette anni); inoltre, il bulbo stesso non è eterno ma dura 2 o 3 anni e lascia degli eredi, chiamati polloni, che possono essere staccati e che, a distanza di uno o due anni, diventano a loro volta bulbi.
Belli e rari: quindi pregiati pensarono in molti, e qualcuno cominciò a suggerirne l’acquisto in un’ottica speculativa, considerato che il prezzo andava aumentando col tempo (un po’ come avviene per i metalli preziosi o gli oggetti d’arte). Al punto che il tulipano divenne uno status simbol: soprattutto la gente dell’alta e media borghesia non poteva non averlo ed i vivaisti alimentavano la mania creando le varietà più bizzarre, che arrivarono a essere più di mille nel 1630.
Solo due secoli dopo, nel 1880, i botanici scoprirono che i tulipani screziati e multicolori venivano “creati” dalla presenza un afide. La coltivazione di esemplari che due secoli prima, in Olanda, sarebbero costati un patrimonio, divenne così facilissima.

I PREZZI SALGONO
I bulbi di tulipano più rari erano già quotati alla Borsa di Amsterdam, che era appena stata fondata, nel 1613. Tutti tranne il più bello, il Semper Augustus, che era monopolio di Adriaen Pauw, borgomastro  e condirettore della Compagnia delle Indie che ne centellinava le vendite: nel 1623 un suo bulbo costava 1000 fiorini, ma arrivò fino a 6000 fiorini nel 1637 (circa 312.000 euro di oggi!). “Non si è mai visto un fiore più bello di questo”, scriveva Nicolas Wassenaer, un cronista olandese, a proposito del “Semper Augustus”.

Acquerello dell’epoca raffigurante il “Semper Augustus”

Acquerello dell’epoca raffigurante il “Semper Augustus”

Era il 1623 e ad il reddito medio annuale in Olanda era di 150 fiorini; una tonnellata di burro costava circa 100 fiorini e “otto maiali grassi” 240 fiorini. Con 10 mila, nella capitale olandese, si poteva comprare un intero palazzo affacciato sui canali del centro, con tanto di giardino.
Nel 1635 Chrispijn Munting, cronista della Gazzetta di Haarlem così raccontava un fatto al quale aveva assistito:
“Oggi un contadino ha acquistato un singolo bulbo del raro tulipano chiamato Vicerè, pagando per esso: otto maiali, quattro buoi, dodici pecore, due carichi di grano, quattro carichi di segale, due botti di vino, quattro barili di birra, due barilotti di burro, mille libbre di formaggio, un letto completo di accessori, un calice d’argento e un vestito, per un valore totale di 2.500 fiorini”.
Nel 1636, nel mercato dei tulipani, l’entusiasmo era quello che di solito caratterizza i giochi d’azzardo, con moltissime persone che effettuavano scommesse sull’aumento o la diminuzione delle scorte di bulbi. La gente era convinta che quella passione generale sarebbe durata in eterno e che da tutto il mondo sarebbero fioccati ordini di persone abbienti per le quali nessun prezzo sarebbe stato troppo alto.
E per un po’ fu così: il denaro arrivava da tutti i paesi. Intere proprietà venivano liquidate per comprare bulbi o, in alternativa, si contraevano sostanziosi mutui. Tutta l’economia olandese fu trasportata da questo fenomeno, ed anche i prezzi degli altri beni, come quelli di prima necessità, aumentarono gradualmente.
Anche nelle città più piccole, in cui non era presente una Borsa, venivano allestiti empori e organizzati “ sontuosi ricevimenti” a cui gente d’ogni estrazione sociale partecipava per negoziare la preziosa merce.
All’inizio, le vendite dei bulbi avvenivano dalla fine di giugno, quando si dissotterravano, fino a settembre, mese in cui si ripiantavano. In seguito ebbero luogo tutto l’anno: si fissava il prezzo e si pagava subito solo l’acconto; il saldo veniva poi corrisposto ad ottobre, quando, contemporaneamente, i bulbi si rivendevano ad un prezzo più alto, senza neanche la necessità di disporre del denaro o degli stessi bulbi: si trattava in pratica di contratti antesignani dei moderni futures.
Si creava così l’ingrediente base della bolla speculativa: la leva, un effetto moltiplicativo che consente di scommettere tanto impegnando poco denaro. Alla consegna nessun compratore avrebbe avuto il denaro per saldare tutti i conti ma, gli stessi compratori non intendevano richiederne la consegna: compravano i bulbi solo per rivenderli e lucrare sul prezzo.
Un editto statale del 1610 aveva reso illegale questa pratica, definendola “commercio del vento” e rifiutandosi di riconoscere questo genere di contratti, ma la legislazione non riuscì comunque a far cessare questa attività.
Le frodi, poi, erano all’ordine del giorno in quanto non si poteva certo stabilire dall’aspetto del bulbo se il tulipano sarebbe stato quello della qualità e specie dichiarati dal venditore.

LA BOLLA SCOPPIA
A settembre del 1636 i prezzi iniziarono a salire vertiginosamente. L’andamento rialzista proseguì nei mesi di novembre, dicembre e gennaio raggiungendo valori esorbitanti. I prezzi toccano il culmine tra il 3 febbraio e il 5 febbraio del 1637. A quel punto i commercianti di tulipani cominciarono a vendere, non tanto per una previsione di tipo ribassista sul futuro andamento del prezzo di mercato, quanto per l’esigenza, finalmente, di monetizzare il loro investimento. D’altronde, i prezzi dei tulipani avevano raggiunto livelli tali da scoraggiare la maggior parte (se non tutti) gli investitori dall’entrare sul mercato. Si incominciò a pensare che la domanda di tulipani non avrebbe potuto più mantenersi a quei livelli, e questa opinione si diffuse man mano che aumentava il panico e quindi le vendite. Nel breve volgere di sei settimane i prezzi crollarono del 90%. Alla fine alcuni detenevano contratti per comprare tulipani a prezzi dieci volte maggiori di quelli di mercato, mentre altri possedevano bulbi che valevano un decimo di quanto li avevano pagati. Centinaia di olandesi, inclusi uomini di affari e dignitari, erano finanziariamente rovinati.
Il governo olandese fece dei tentativi di risolvere la situazione che accontentassero le varie parti in causa, ma non ebbero alcun successo. In sostanza ciascuno rimase nella situazione finanziaria in cui si trovava alla fine del crollo e nessuna corte poteva esigere che i contratti venissero onorati, perché non legali.
La “tulipmania” scomparve così misteriosamente com’era nata. Con un’ironica appendice: le stampe colorate, che i meno ricchi avevano comprato non potendosi permettere bulbi e fiori, finirono per valere molto di più degli originali…
Giorgio Zara

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