
Bruno Pesaola
“Ho giocato con Amadei, Jeppson, Vinicio e tanti altri campioni. Ma i due anni trascorsi a Novara con Silvio Piola non potrò mai dimenticarli…”.
“Petisso” Pesaola si commuove.
“Come posso dimenticare Corghi il portiere, e poi Mainardi Pombia Della Frera De Togni detto “il muto”… E ancora i gemelli Baira e Feccia, il Gigi Molina che in allenamento quando mi marcava mi faceva sudare… il campione del mondo Rava… e l’onesto Renica, l’aitante Oppezzo, il matto Arangelovich, lo zingaro che aveva due piedi formidabili… un vero artista del pallone…”
Il piccolo argentino, nato nel 1925 a Buenos Aires, quartiere Avellaneda, cresciuto nelle file del prestigioso River Plate, maglia biancorossa, con l’immenso Di Stefano, adesso vive di ricordi perchè è inchiodato su una sedia a rotelle.
Non sta bene, alla sua età (86 anni compiuti) gli è consentito.
Lui stesso conviene che le troppe sigarette e anche le notti di poker l’hanno certamente danneggiato nel fisico che tuttavia ha retto sino oltre gli ottanta anni.
Bruno Pesaola, detto “Petisso” (uccellino), ricorda bene tutti i suoi compagni e amici del Novara. Non potrà mai dimenticare i due campionati giocati alla grande dal 1950 al 1952 sul terreno dello stadio comunale. In totale 64 partite e 15 gol, con allenatori come Nereo Marini e Nini Varglien, due maestri di calcio.
Ricorda tutti ma quando pronuncia il nome di PIOLA a Petisso vengono i lucciconi.
“Se non c’era lui, il grande Silvio, io non avrei più giocato in Italia. Ero reduce da due campionati sfortunatissimi alla Roma con incidenti assortiti che mi penalizzavano nel gioco e nel rendimento. Avevo i muscoli rotti e non potevo scattare, il mio gioco perdeva il novanta per cento di qualità”
Così nell’estate del 1950, frustrato e deluso, sta progettando di tornare in Argentina. A Buenos Aires si ricorderanno ancora certamente di lui, e qualcuna delle tante squadre della capitale sudamericana lo assumerà.
Gli spiace archiviare con una sconfitta l’esperienza italiana, lui che era sbarcato a Genova con tante speranze e tante illusioni… A Roma l’ambiente non era favorevole; la squadra, mal congegnata, stentava in campionato, ed era stata salvata “miracolosamente” da arbitraggi amichevoli; il caldo pubblico romano rumoreggiava… era un inferno giocare al “Testaccio” di fronte a platee palesemente insoddisfatte e piuttosto critiche… o i fischi… i fischi… se li sentiva ancora nelle orecchie…
La valigia era pronta sul letto dell’albergo; la Roma stava per essere ancora una volta rivoluzionata. Lui il “Petisso” aveva due gambe piene di grumi e di cerotti. Una pena quando si guardava allo specchio. Ormai era deciso: grazie Italia! Ma adesso torno a casa, torno al quartiere mio, dove ho lasciato tanti amici…
Poi arrivò un telegramma. Un rettangolo di carta giallastra con tanti timbri davanti e di dietro. Era firmato Silvio Piola. Diceva: “Petisso vieni a Novara. Ti proviamo e vediamo se puoi giocare con noi. Io ho fiducia. Ti ho visto giocare e mi sei piaciuto Dai vieni. Ciao Silvio”
Il Novara aveva perso l’ala sinistra, e che ala! Cioè il campione del mondo 1938 Piero Ferraris II, sodale di Piola. Il grande Piero si sentiva avanti con gli anni e doveva dare un’occhiata seria al suo albergo di Vercelli; non aveva più voglia di allenarsi e di abbandonare l’albergo per molte ore.
Silvio insisteva: Piero ripensaci, ti allenerai soltanto un paio di giorni alla settimana, sei troppo prezioso per me e per il Novara…
Ma “Peo” resistette, e il Novara in serie “A” per il terzo anno consecutivo si trovò senza ala sinistra. Un guaio, perchè l’altra ala Spadavecchia non aveva dato gli esiti sperati nei precedenti campionati.
Piola disse a Marmo e all’allenatore Nini Varglien: “Provo a sentire il Petisso… Se accetta possiamo farcela”.
Silvio ebbe anche l’appoggio dello zingaro Azza Arangelovich che aveva giocato con Pesaola nella Roma e conosceva le qualità (ancora non completamente svelate) del piccolo scattante argentino.
Aggiungeva: “Quando parte sulla fascia è un furetto; scambia bene; cerca il triangolo; ha un buon tiro sinistro e poi pennella bellissimi cross per la tua testa Silvio. Può essere la soluzione giusta per il nostro attacco”.
Il “Petisso” arrivò alla stazione di Novara una tarda mattinata del settembre 1950. Fu ricevuto sulla pensilina da Luciano Marmo e dal segretario Monetti. Chiese di Piola. “Lo incontrerai fra poco al ristorante Terminus dove mangia con tutta la squadra insieme.”
Il primo impatto con Novara gelò Pesaola abituato ai grandi scenari di Roma città eterna. Freddo e nebbia. Ma la conoscenza con gli altri giocatori e la simpatia che presto gli donarono, riuscirono a scaldargli il cuore. Gli sembrava di essere tornato nel suo quartiere umile e semplice dei “Dock”, il porto sul grande fiume, ove l’aveva scoperto l’ex juventino Renato Cesarini suo primo allenatore.
Anche la famiglia di Pesaola era stata emigrante dall’Italia. Il padre Gaetano era partito ai primi del Novecento da Montelupone paesino in provincia di Macerata; alla ricerca di lavoro, e aveva trovato in Argentina anche la moglie, una ragazza di origine spagnola.
Dunque el Petisso tornava ad essere un emigrante, da Roma a Novara, dalla metropoli “caput mundi” alla provincia piemontese, seria, tranquilla ma forse noiosa.
Ricominciò ad allenarsi mattina e pomeriggio sull’erba verde di viale Alcarotti. Al mattino per ricostruire il fisico e le gambe offese da troppi infortuni; il pomeriggio giocando con la squadra azzurra che intanto cercava in qualche modo di colmare il posto di numero 11 un po’ con Renica e un po’ con il piccolo Alberico.
Bruno Pesaola, allora 25enne, si allenò duramente quasi come uno schiavo per tre mesi interi, senza fiatare. Correva tanto anche nella campagna novarese per rinforzare le caviglie. L’allenatore ne seguiva i progressi; i compagni di squadra lo vedevano crescere nelle partitelle del mercoledì e cominciavano a sorridere.
Soprattutto Silvio Piola, il maestro, era particolarmente felice: non si era sbagliato sul conto di quel piccolo argentino dalle folte sopracciglia, dallo sguardo buono, dal sorriso spontaneo.
Un bel carattere faceva bene anche alla squadra dove comunque non mancavano i mattacchioni come Dino Galimberti, terzino catapulta, che abitando a Ponte Chiasso (confine) affermava seriosamente di avere la cucina in Italia e la camera da letto in Svizzera…
Pesaola cresceva a vista d’occhio, ballava il tango nelle balere novaresi, piaceva alle ragazze, cantava “Companeros de mi vida….”, “Cielito lindo”, la “Cumparsita”, andava pazzo per Astor Piazzolla e per Carlo Gardel, era abilissimo nella “camminata”, nella baldosa, nella parada, tutti passi e figure dell’eccitante e sinuoso ballo sudamericano.
E intanto, durante una serata da ballo alla sala sotterranea del Vittoria, aveva adocchiata una bruna slanciata che gli aveva fatto palpitare il cuore e girare la testa… Ornella.
Ma prima viene il calcio, gli diceva Piola che era stato garante del suo recupero. Il Novara si decise a fargli il contratto regolare; la Roma non pretendeva nulla del cartellino. Doveva “risarcire” in qualche modo il Novara della partita scippata qualche mese prima al “Testaccio”, quel 2-1 marchiato arbitro Pera che permise la salvezza della Roma (che tuttavia sarebbe retrocessa la stagione successiva, un’onta incancellabile per i tifosi della Lupa).
Finalmente Bruno è un giocatore del Novara, a posto nel fisico e con il morale alle stelle. In tribuna, c’è Ornella che lo guarda e ammira. Dà di fianco all’amica e gli mormora. “Quello piccoletto all’ala sinistra è il mio Bruno!”
Debutta il 5 novembre 1950 allo stadio comunale di via Alcarotti contro un avversario di prestigio, il Torino che ha perso i grandi campioni a Superga e ha cercato, con la morte nel cuore, di rifarsi un volto nuovo con i suoi ex Grava e Giuliano, l’argentino Santos, lo sgusciante Carapellese, il danese Ploeger. Insomma, una squadra buona e con valori dentro.
Quella partita attirò migliaia di spettatori e venne arbitrata alla grande dal romano Dattilo.
Primo tempo in sofferenza, più abili e tecnici i torinisti con Santos regista e marcatore. Nell’intervallo, Silvio scuote i compagni: “Ragazzi non dobbiamo perdere in casa, abbiamo già avuto una battuta a vuoto col Bologna di Cappello. Oggi dobbiamo rifarci. Forza, dai che ce la facciamo…”
Piola parlava poco ma quando dava fiato alla bocca era parecchio convincente. Pesaola nel primo tempo si era sentito un po’ legato; mancava dai campi di gioco, in partita vera, da oltre sei mesi. Faceva fatica ritrovare il tono e il clima della gara.
Nella ripresa di quel Novara-Torino 5 novembre 1950, clima da giorno dei morti, Piola diede la carica pareggiando. Poi la valanga azzurra travolse i granata con un gol di Renica e il terzo gol fu opera proprio di Petisso Pesaola. Si sentì rinascere dopo tante paure. Aveva trovato la sua piattaforma di lancio… Lanciò un’occhiata rapida in tribuna, sotto il cespuglio delle sue sopracciglia, e vide che Ornella applaudiva entusiasta in piedi.
Quel giorno, 5 novembre, aveva riconquistato il calcio e aveva conquistato il cuore di Ornella Olivieri che sposerà l’anno successivo. In un pomeriggio di nebbietta al piccolo argentino sembrò di essere alto due metri!…
Dimenticavamo: per dire della bellezza esplosiva di Ornella Olivieri, aggiungiamo che la ragazza era appena stata eletta Miss Novara 1950 al Circolo Mutilati, in via Regaldi, chiamato pomposamente “Giardino d’Estate”, con giuria regolare e solenne cerimonia di incoronazione.
Pesaola restò col Novara due stagioni con un positivo bilancio personale; ma soprattutto si sentì ricostruito nel fisico e nel morale. Un altro uomo specie dopo aver incontrato Ornella, il suo grande amore.
Ovviamente le sue prestazioni (eravamo in serie “A”) non sfuggirono alle grandi squadre. E arrivarono offerte sostanziose da Milano e da altri club importanti. Pesaola chiese consiglio a Ornella; la moglie immediatamente scelse Napoli, e approfittarono del viaggio al Sud per realizzare una bellissima “luna di miele” sulla costiera amalfitana.
Il Novara registrò un arrivo in cassa di un bel pacco di milioni, con grande soddisfazione della società che aveva sempre difficoltà a reperire presidenti mecenati dopo l’abbandono di Francescoli.
A Napoli, el Petisso diventò un idolo giocando 240 partite con una trentina di gol; non era propriamente un cannoniere, bensì uno spettacoloso uomo-assist.
Poi diventò anche allenatore, volle provare lo stress della panchina, anche se continuava a fumare come una ciminiera ed a provare il brivido del poker. Giocatore d’azzardo nato.
Bruno Pesaola ha vinto come allenatore uno scudetto con la Fiorentina nel 1969, con De Sisti, Maraschi, Merlo e il grande brasiliano Amarildo.
Fu anche sulle panchine di Bologna e Napoli conseguendo buoni risultati e apprezzamenti generali.
Era noto per il suo cappotto di cammello che portava anche d’estate.
Scaramantico come tutti i napoletani.
Un argentino approdato a Napoli, attraverso il passaggio fondamentale di Novara.
Un sudamericano nato per caso a Buneos Aires.
La sua vera casa è l’Italia e Napoli soprattutto.
Ha un figlio Diego che è regista teatrale. La moglie Ornella è mancata nel 1985 ed è stato un grande dolore per el Petisso.
Gianfranco Capra