La prima partita in diretta TV fu trasmessa nel febbraio 1950

il famoso trio del Milan "Gre-no-li"

IL TRIO "GRE-NO-LI"

Storia e preistoria del calcio televisivo, quello che oggi invade tutti gli schermi, addirittura in modo opprimente.
Volete sapere quando è stata trasmessa in televisione la prima partita di calcio, in diretta?
La risposta è semplice: accadde il 5 febbraio 1950, quando la RAI-TV italiana stava facendo le prove per il debutto che si sarebbe poi realizzato nel gennaio del 1954.

Era inverno, un freddo inverno piemontese. A Torino si giocava una partita importante, forse determinante per il campionato italiano, quella fra storici rivali come Juventus e Milan. La squadra bianconera, allenata dal tecnico inglese Jesse Carver, poteva contare su nazionali come Boniperti, Parola, Muccinelli, Mari, il portiere Viola e sul duo danese John Hansen e Praest, e sull’oriundo fuoriclasse argentino Martino.
Il Milan era allenato dall’ungherese Lajos Czeizler e schierava fra gli altri il formidabile trio svedese GRE-NO-LI, cioè Gren, Nordhal e Liedholm, tre “superassi” insieme agli italiani Tognon, Annovazzi, Lorenzo Buffon (portiere), Candiani, Burini.

JOHN HANSEN

JOHN HANSEN

Giorno di pioggia e di fango. Per la cronaca vinse il Milan 7-1, una specie di giornata catastrofica per la Juventus, molto disorientata dallo spumeggiante gioco del Milan. Arbitrava l’ottimo Galeati di Bologna.
Fu la Juventus a passare in vantaggio con il classico potente John Hansen; ma presto pareggiò Nordhal, segnò Gren dopo calcio d’angolo. Da quel momento il Milan iniziò ad imperversare, Parola non riusciva a controllare i formidabili spunti del “pompiere” Nordhal. Il centro bianconero soffriva di fronte alle trame dei rossoneri.
Prima della fine del tempo segnarono Liedholm e lo scatenato Nordhal, 4-1, e poi l’arbitro cacciò dal campo addirittura il correttissimo Carlo Parola reo di aver dato un plateale calcione al sedere di Nordhal.

Non ci fu più partita. Nella ripresa portarono i gol del Milan a sette il solito Nordhal (tripletta), Burini e l’anziano bustocco Candiani. Nonostante questa disfatta, fu la Juventus a vincere il campionato 1949-1950 con un bel vantaggio sullo stesso Milan, partito troppo tardi.

Ma la grossa novità di quel giorno, a suo modo “storico”, fu che quella partita venne trasmessa in diretta televisiva dalla RAI-TV, con il commento di Carlo Bacarelli, uno dei pionieri della TV italiana.
La diffusero i primissimi televisori che occhieggiavano dalle vetrine dei negozi di elettrodomestici. Soprattutto nelle grandi città, nelle metropoli come Milano e Torino qualche passante infreddolito si fermò a guardare quella straordinaria curiosità.
Le cronache raccontano che per portare le telecamere di allora (veri e propri ingombranti marchingegni) furono necessarie le gru dei vigili del fuoco di Torino.

L’esordio ufficiale del calcio in TV avvenne il 24 gennaio 1954, dallo stadio San Siro di Milano. La nostra TV trasmise la partita di qualificazione dei mondiali fra Italia ed Egitto. Finì 5-1 con i poveri egiziani intirizziti. Che bella idea la nostra Federazione a far giocare la partita il 24 gennaio. Quel giorno, oltre al freddo e al terreno pesantissimo, cadde anche una bella nevicata, tanto per consentire ai “caimani del Nilo” di giocare in un ambiente a loro… adatto.

Il primo gol in assoluto trasmesso in assoluto dalla TV italiana è stato quello del nazionale Egisto Pandolfini, segnato addirittura al primo minuto di gioco!
Le voci che narrarono quella “epica” impresa furono quelle di Niccolò Carosio e di Carlo Bacarelli, affiancati fa Vittorio Veltroni, il primo responsabile del TG italiano.
Qualcuno pensa che la telecronaca a due voci sia una scoperta recente….
Noi eravamo a San Siro quel giorno di neve e di vittoria strepitosa della Nazionale, spettatori infreddoliti ma felici.

Gianfranco Capra

El “Petisso” Pesaola che sposò Miss Novara

pesaola

Bruno Pesaola

“Ho giocato con Amadei, Jeppson, Vinicio e tanti altri campioni. Ma i due anni trascorsi a Novara con Silvio Piola non potrò mai dimenticarli…”.
“Petisso” Pesaola si commuove.
“Come posso dimenticare Corghi il portiere, e poi Mainardi Pombia Della Frera De Togni detto “il muto”… E ancora i gemelli Baira e Feccia, il Gigi Molina che in allenamento quando mi marcava mi faceva sudare… il campione del mondo Rava… e l’onesto Renica, l’aitante Oppezzo, il matto Arangelovich, lo zingaro che aveva due piedi formidabili… un vero artista del pallone…”
Il piccolo argentino, nato nel 1925 a Buenos Aires, quartiere Avellaneda, cresciuto nelle file del prestigioso River Plate, maglia biancorossa, con l’immenso Di Stefano, adesso vive di ricordi perchè è inchiodato su una sedia a rotelle.
Non sta bene, alla sua età (86 anni compiuti) gli è consentito.
Lui stesso conviene che le troppe sigarette e anche le notti di poker l’hanno certamente danneggiato nel fisico che tuttavia ha retto sino oltre gli ottanta anni.

Bruno Pesaola, detto “Petisso” (uccellino), ricorda bene tutti i suoi compagni e amici del Novara. Non potrà mai dimenticare i due campionati giocati alla grande dal 1950 al 1952 sul terreno dello stadio comunale. In totale 64 partite e 15 gol, con allenatori come Nereo Marini e Nini Varglien, due maestri di calcio.
Ricorda tutti ma quando pronuncia il nome di PIOLA a Petisso vengono i lucciconi.
“Se non c’era lui, il grande Silvio, io non avrei più giocato in Italia. Ero reduce da due campionati sfortunatissimi alla Roma con incidenti assortiti che mi penalizzavano nel gioco e nel rendimento. Avevo i muscoli rotti e non potevo scattare, il mio gioco perdeva il novanta per cento di qualità”

Così nell’estate del 1950, frustrato e deluso, sta progettando di tornare in Argentina. A Buenos Aires si ricorderanno ancora certamente di lui, e qualcuna delle tante squadre della capitale sudamericana lo assumerà.
Gli spiace archiviare con una sconfitta l’esperienza italiana, lui che era sbarcato a Genova con tante speranze e tante illusioni… A Roma l’ambiente non era favorevole; la squadra, mal congegnata, stentava in campionato, ed era stata salvata “miracolosamente” da arbitraggi amichevoli; il caldo pubblico romano rumoreggiava… era un inferno giocare al “Testaccio” di fronte a platee palesemente insoddisfatte e piuttosto critiche… o i fischi… i fischi… se li sentiva ancora nelle orecchie…

La valigia era pronta sul letto dell’albergo; la Roma stava per essere ancora una volta rivoluzionata. Lui il “Petisso” aveva due gambe piene di grumi e di cerotti. Una pena quando si guardava allo specchio. Ormai era deciso: grazie Italia! Ma adesso torno a casa, torno al quartiere mio, dove ho lasciato tanti amici…
Poi arrivò un telegramma. Un rettangolo di carta giallastra con tanti timbri davanti e di dietro. Era firmato Silvio Piola. Diceva: “Petisso vieni a Novara. Ti proviamo e vediamo se puoi giocare con noi. Io ho fiducia. Ti ho visto giocare e mi sei piaciuto Dai vieni. Ciao Silvio”

Il Novara aveva perso l’ala sinistra, e che ala! Cioè il campione del mondo 1938 Piero Ferraris II, sodale di Piola. Il grande Piero si sentiva avanti con gli anni e doveva dare un’occhiata seria al suo albergo di Vercelli; non aveva più voglia di allenarsi e di abbandonare l’albergo per molte ore.
Silvio insisteva: Piero ripensaci, ti allenerai soltanto un paio di giorni alla settimana, sei troppo prezioso per me e per il Novara…
Ma “Peo” resistette, e il Novara in serie “A” per il terzo anno consecutivo si trovò senza ala sinistra. Un guaio, perchè l’altra ala Spadavecchia non aveva dato gli esiti sperati nei precedenti campionati.

Piola disse a Marmo e all’allenatore Nini Varglien: “Provo a sentire il Petisso… Se accetta possiamo farcela”.
Silvio ebbe anche l’appoggio dello zingaro Azza Arangelovich che aveva giocato con Pesaola nella Roma e conosceva le qualità (ancora non completamente svelate) del piccolo scattante argentino.
Aggiungeva: “Quando parte sulla fascia è un furetto; scambia bene; cerca il triangolo; ha un buon tiro sinistro e poi pennella bellissimi cross per la tua testa Silvio. Può essere la soluzione giusta per il nostro attacco”.

Il “Petisso” arrivò alla stazione di Novara una tarda mattinata del settembre 1950. Fu ricevuto sulla pensilina da Luciano Marmo e dal segretario Monetti. Chiese di Piola. “Lo incontrerai fra poco al ristorante Terminus dove mangia con tutta la squadra insieme.”
Il primo impatto con Novara gelò Pesaola abituato ai grandi scenari di Roma città eterna. Freddo e nebbia. Ma la conoscenza con gli altri giocatori e la simpatia che presto gli donarono, riuscirono a scaldargli il cuore. Gli sembrava di essere tornato nel suo quartiere umile e semplice dei “Dock”, il porto sul grande fiume, ove l’aveva scoperto l’ex juventino Renato Cesarini suo primo allenatore.

Anche la famiglia di Pesaola era stata emigrante dall’Italia. Il padre Gaetano era partito ai primi del Novecento da Montelupone paesino in provincia di Macerata; alla ricerca di lavoro, e aveva trovato in Argentina anche la moglie, una ragazza di origine spagnola.
Dunque el Petisso tornava ad essere un emigrante, da Roma a Novara, dalla metropoli “caput mundi” alla provincia piemontese, seria, tranquilla ma forse noiosa.

Ricominciò ad allenarsi mattina e pomeriggio sull’erba verde di viale Alcarotti. Al mattino per ricostruire il fisico e le gambe offese da troppi infortuni; il pomeriggio giocando con la squadra azzurra che intanto cercava in qualche modo di colmare il posto di numero 11 un po’ con Renica e un po’ con il piccolo Alberico.
Bruno Pesaola, allora 25enne, si allenò duramente quasi come uno schiavo per tre mesi interi, senza fiatare. Correva tanto anche nella campagna novarese per rinforzare le caviglie. L’allenatore ne seguiva i progressi; i compagni di squadra lo vedevano crescere nelle partitelle del mercoledì e cominciavano a sorridere.

Soprattutto Silvio Piola, il maestro, era particolarmente felice: non si era sbagliato sul conto di quel piccolo argentino dalle folte sopracciglia, dallo sguardo buono, dal sorriso spontaneo.
Un bel carattere faceva bene anche alla squadra dove comunque non mancavano i mattacchioni come Dino Galimberti, terzino catapulta, che abitando a Ponte Chiasso (confine) affermava seriosamente di avere la cucina in Italia e la camera da letto in Svizzera…

Pesaola cresceva a vista d’occhio, ballava il tango nelle balere novaresi, piaceva alle ragazze, cantava “Companeros de mi vida….”, “Cielito lindo”, la “Cumparsita”, andava pazzo per Astor Piazzolla e per Carlo Gardel, era abilissimo nella “camminata”, nella baldosa, nella parada, tutti passi e figure dell’eccitante e sinuoso ballo sudamericano.
E intanto, durante una serata da ballo alla sala sotterranea del Vittoria, aveva adocchiata una bruna slanciata che gli aveva fatto palpitare il cuore e girare la testa… Ornella.

Ma prima viene il calcio, gli diceva Piola che era stato garante del suo recupero. Il Novara si decise a fargli il contratto regolare; la Roma non pretendeva nulla del cartellino. Doveva “risarcire” in qualche modo il Novara della partita scippata qualche mese prima al “Testaccio”, quel 2-1 marchiato arbitro Pera che permise la salvezza della Roma (che tuttavia sarebbe retrocessa la stagione successiva, un’onta incancellabile per i tifosi della Lupa).

Finalmente Bruno è un giocatore del Novara, a posto nel fisico e con il morale alle stelle. In tribuna, c’è Ornella che lo guarda e ammira. Dà di fianco all’amica e gli mormora. “Quello piccoletto all’ala sinistra è il mio Bruno!”
Debutta il 5 novembre 1950 allo stadio comunale di via Alcarotti contro un avversario di prestigio, il Torino che ha perso i grandi campioni a Superga e ha cercato, con la morte nel cuore, di rifarsi un volto nuovo con i suoi ex Grava e Giuliano, l’argentino Santos, lo sgusciante Carapellese, il danese Ploeger. Insomma, una squadra buona e con valori dentro.

Quella partita attirò migliaia di spettatori e venne arbitrata alla grande dal romano Dattilo.
Primo tempo in sofferenza, più abili e tecnici i torinisti con Santos regista e marcatore. Nell’intervallo, Silvio scuote i compagni: “Ragazzi non dobbiamo perdere in casa, abbiamo già avuto una battuta a vuoto col Bologna di Cappello. Oggi dobbiamo rifarci. Forza, dai che ce la facciamo…”
Piola parlava poco ma quando dava fiato alla bocca era parecchio convincente. Pesaola nel primo tempo si era sentito un po’ legato; mancava dai campi di gioco, in partita vera, da oltre sei mesi. Faceva fatica ritrovare il tono e il clima della gara.

Nella ripresa di quel Novara-Torino 5 novembre 1950, clima da giorno dei morti, Piola diede la carica pareggiando. Poi la valanga azzurra travolse i granata con un gol di Renica e il terzo gol fu opera proprio di Petisso Pesaola. Si sentì rinascere dopo tante paure. Aveva trovato la sua piattaforma di lancio… Lanciò un’occhiata rapida in tribuna, sotto il cespuglio delle sue sopracciglia, e vide che Ornella applaudiva entusiasta in piedi.
Quel giorno, 5 novembre, aveva riconquistato il calcio e aveva conquistato il cuore di Ornella Olivieri che sposerà l’anno successivo. In un pomeriggio di nebbietta al piccolo argentino sembrò di essere alto due metri!…
Dimenticavamo: per dire della bellezza esplosiva di Ornella Olivieri, aggiungiamo che la ragazza era appena stata eletta Miss Novara 1950 al Circolo Mutilati, in via Regaldi, chiamato pomposamente “Giardino d’Estate”, con giuria regolare e solenne cerimonia di incoronazione.

Pesaola restò col Novara due stagioni con un positivo bilancio personale; ma soprattutto si sentì ricostruito nel fisico e nel morale. Un altro uomo specie dopo aver incontrato Ornella, il suo grande amore.
Ovviamente le sue prestazioni (eravamo in serie “A”) non sfuggirono alle grandi squadre. E arrivarono offerte sostanziose da Milano e da altri club importanti. Pesaola chiese consiglio a Ornella; la moglie immediatamente scelse Napoli, e approfittarono del viaggio al Sud per realizzare una bellissima “luna di miele” sulla costiera amalfitana.
Il Novara registrò un arrivo in cassa di un bel pacco di milioni, con grande soddisfazione della società che aveva sempre difficoltà a reperire presidenti mecenati dopo l’abbandono di Francescoli.

A Napoli, el Petisso diventò un idolo giocando 240 partite con una trentina di gol; non era propriamente un cannoniere, bensì uno spettacoloso uomo-assist.
Poi diventò anche allenatore, volle provare lo stress della panchina, anche se continuava a fumare come una ciminiera ed a provare il brivido del poker. Giocatore d’azzardo nato.
Bruno Pesaola ha vinto come allenatore uno scudetto con la Fiorentina nel 1969, con De Sisti, Maraschi, Merlo e il grande brasiliano Amarildo.
Fu anche sulle panchine di Bologna e Napoli conseguendo buoni risultati e apprezzamenti generali.
Era noto per il suo cappotto di cammello che portava anche d’estate.
Scaramantico come tutti i napoletani.
Un argentino approdato a Napoli, attraverso il passaggio fondamentale di Novara.
Un sudamericano nato per caso a Buneos Aires.
La sua vera casa è l’Italia e Napoli soprattutto.
Ha un figlio Diego che è regista teatrale. La moglie Ornella è mancata nel 1985 ed è stato un grande dolore per el Petisso.

Gianfranco Capra

Quando a “La Meridiana” si scambiavano i calciatori….

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La “Meridiana” venne inaugurata a fine luglio del 1956

Era stato costruito negli anni del “miracolo italiano”; unico albergo-ristorante con ingresso diretto dall’autostrada Milano-Torino.
Alcuni maligni sussurravano che lo speciale permesso di costruire entro i confini autostradali risiedesse in una benevola concessione dell’onorevole Scàlfaro Ma il futuro presidente della Repubblica, quando nacque l’idea della Meridiana, era sì un importante uomo politico democristiano, ma rivestiva soltanto cariche di sottosegretariato.

In ogni caso l’idea scaturita nella mente di Nino Quaranta, da Fara Novarese, risultò una bomba straordinaria.
Quaranta era stato allievo del famoso chef Luigi Portigliotti che aveva dominato la scena novarese per molti anni guidando il prestigioso ristorante “Coccia”, allegato al teatro. Quaranta era già cuoco ben conosciuto e frequentato da una folta schiera di ammiratori quando teneva ristorante al paese natio, Fara, con il ristorante “Tre Re”.

“L’Auto Hotel La Meridiana” venne costruito nei presso del casello di Agognate, a metà strada fra Milano e Torino. Diventò in poco tempo il luogo ideale di incontri fra gli imprenditori e i grandi professionisti delle due metropoli (magari con a fianco la segretaria per i necessari…appunti), e soprattutto fu punto di incontro fra i presidenti dei club calcistici italiani. Prima sede di calcio-mercato.

Nei separées de “La Meridiana”, fra un piatto di ravioli e un “cocovin”, preparati dal gran maestro Nino Quaranta (impareggiabile e raffinato cuoco), si trattavano terzini e mediani, si scambiavano centravanti, si intavolavano discussioni ad alto livello ma sempre a voce smorzata.
Soprattutto il novarese di Barengo Giampiero Boniperti, presidentissimo della Juventus, era uno degli “habituées” della “Meridiana”. E con lui Ivanhoe Fraizzoli dell’Inter, Gipi Farina del Vicenza, Franco Carraro del Milan, Mario Colantuoni della Sampdoria, Orfeo Pianelli del Torino…. E anche i dirigenti novaresi Santino Tarantola e Peppino Molina, accompagnati da Luciano Marmo e Celestino Sartorio.
Insomma, tutto il “gotha” del calcio, con il seguito di segretari, direttori sportivi, allenatori, faccendieri, mediatori…..
Noi stessi almeno una volta alla settimana pranzavamo alla “Meridiana”, in occasione di festeggiamenti o riunioni sportivi o aziendali. Ricordiamo -e speriamo di non sbagliare locale- che nel 1965, pochi mesi dopo il trionfo di Tokyo, fu organizzata una cena speciale per il campione olimpionico Cosimo Pinto, presenti tutte le autorità cittadine sportive civili militari.

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La "Meridiana": una veduta dall'alto

La “Meridiana” venne inaugurata a fine luglio del 1956 presenti il sindaco Sandro Bermani e il presidente della Provincia Giuliano Allegra (che morirà d’infarto pochi mesi più tardi). Vicino a Nino Quaranta, la moglie Gaudenzia spalla ideale per il funambolico consorte.

I pranzi e le cene a “La Meridiana” erano considerati di altissimo livello dai buongustai e dalle persone di ceto medio-alto che abitualmente frequentavano il ristorante con le loro famiglie. L’Auto-Hotel lungo l’autostrada era anche la mèta preferita per le cerimonie di nozze, di battesimi, comunioni, cresime, anniversari e altri eventi meritevoli di radunare intorno alla tavolata familiari e gli amici più cari.
Nino Quaranta, sull’onda di strepitosi successi, aggiunse nel parco-giardino di fianco all’hotel anche la piscina, il tennis e a volte anche una balera illuminata a giorno.

Fra i personaggi curiosi ricordiamo il “Marchin”, Marco Casati , che un po’ gobbo e un po’ storto, era la macchietta arguta e simpatica del locale. Aiutava i clienti a depositare le vetture nel parcheggio viaggiando sui pattini, con evoluzioni da acrobata. A volte offriva (con mancia) anche qualche informazione riservata…
Molti furono anche le cene di grande livello con cerimoniale particolare. In quelle serate memorabili, Nino Quaranta si esprimeva al meglio della sua fama, presentando menu che non facevano invidia ai grandi cuochi dell’epoca, Gualtiero Marchesi in testa.
Perchè Nino Quaranta era stato “maestro” di allievi diventati a loro volta “maestri” come Angelo Valazza del ristorante “Al Sorriso”, Sergio Zuin del ristorante “Macallè”, Vittoriano Mezzetti del ristorante “Sacro Monte d’Orta”.

Nel 1976 il primo crack. Una banda di rapinatori entra a tarda sera alla “Meridiana” con minacce a mano armata, devastazioni e saccheggi vari. I pochi clienti sono spaventatissimi, così come Quaranta e la sua famiglia che decidono che è arrivato il momento di cambiare aria.
Sono tempi difficili, iniziano le prime crisi industriali, con chiusura di diverse fabbriche. C’è malessere in giro, terrorismo, delitto Mazzotti e altre tragedie assortite.
“La Meridiana” cambia gestione, subentrano nuovi personaggi che proseguono bene o male l’idea di Nino Quaranta.
Ma i tempi d’oro degli anni Cinquanta e Sessanta sono definitivamente tramontati.
“La Meridiana” inesorabilmente decade e dopo quarant’anni di vita è costretta a chiudere i battenti.

Nel gennaio del 2003 il colpo di grazia. L’Auto Hotel “La Meridiana” viene abbattuto dalle ruspe per fare spazio alla linea dell’Alta Velocità.
Un altro pezzo di storia di Novara che se ne va, e si allinea ai tanti preziosi ricordi del Novecento.

Gianfranco Capra

Gianfardoni, Caimo, Muci, Passarin: quattro novaresi all’Inter

Nel suo piccolo, anche il Novara ha cresciuto e lanciato giocatori di livello nazionale e anche internazionale.
In occasione della partitissima Novara-Internazionale (in programma martedì 20 settembre), presentiamo quattro giocatori novaresi che sono stati a suo tempo ceduti all’Ambrosiana Internazionale, conseguendo in quella prestigiosa società importanti successi.

Gianfardoni (con la maglia della Juve)

Gianfardoni (con la maglia della Juve)

Il primo giocatore novarese ad essere acquistato dall’Ambrosiana fu GUIDO GIANFARDONI (La Spezia 1901-Novara 1941). Un formidabile terzino sinistro che il Novara era stato in grado di scovare all’aeroporto di Cameri quando il giovane spezzino svolgeva il servizio militare in aeronautica (e giocava nella squadra degli avieri).
Gianfardoni, dopo un breve tirocinio fra le riserve, debuttò in prima squadra ventenne il 28 novembre del 1921 in coppia con l’esperto Enrico Patti. In quel giorno il Novara schiantò la forte Andrea Doria per 4-0. Era quello un formidabile Novara dei quattro nazionali, Meneghetti, Marucco, Reynaudi, Migliavacca.
Gianfardoni, terzino di potenza e di temperamento, vestì la maglia del Novara per due stagioni con un totale di 34 partite, e poi venne acquistato dalla Juventus (quattro stagioni, 44 partite), conquistando nel 1926 lo scudetto tricolore.
Nel 1928 passa all’Ambrosiana-Inter e in questa squadra, allenata dal magiaro Arpàd Wesz, vince lo scudetto del 1930 con il ventenne Meazza autore di 31 gol.
Il nostro Gianfardoni resta all’Inter per cinque stagioni, totalizzando 128 presenze, pur subendo un gravissimo infortunio che ne limita la carriera. Passa poi a Lecce e Cremonese, concludendo una brillante carriera.
Diventa quindi allenatore di Spezia (con promozione in serie “B”) e Ternana, ma a soli 40 anni viene stroncato da un maligno tumore.

Caimo

Caimo

Il secondo novarese che veste la maglia dell’Ambrosiana-Inter è ANGELO CAIMO (S.Pietro Mosezzo 1914-Novara 1993). Portiere cresciuto nella Sparta, e poi naturalmente approdato al Novara, debutta con la maglia azzurra in serie “B” il 3 febbraio 1935 in Novara-Pavia, mostrando subito le sue enormi potenzialità.
Difendendo la porta del Novara si segnala come uno dei migliori portieri dei cadetti e conquista con gli azzurri due promozioni in serie “A” nel 1936 e nel 1938, per un totale di 140 presenze.
Le sue esibizioni sono ben note all’Inter che lo acquista nel 1939 come rincalzo di Peruchetti. Il nostro portiere gioca comunque sette partite conquistando lo scudetto tricolore e la maglia della Nazionale “B”.
Caimo totalizza con l’Inter 60 presenze, titolare nell’ultimo campionato prima della guerra; poi gioca con il Novara mezzo campionato di guerra nel 1944, prima di recarsi in montagna come partigiano.
Conclude la sua vicenda sportiva come dirigente del Novara.

Muci

Muci

Terzo novarese diventato interista è stato MINO MUCI (Novara 1920-1992), mezzala e centravanti di talento, pure lui cresciuto nella Sparta di Patti. Debutta con la maglia del Novara il 31 dicembre del 1939 in Novara-Liguria 1-0. Giocherà con gli azzurri quattro campionati regolari (con 48 presenze) e il campionato di guerra 1944.
Alla ripresa dei campionati ufficiali nel 1945 è assunto dall’Internazionale, con allenatore Carcano, e si rende protagonista di tre stagioni memorabili, salvando la squadra nerazzurra da una probabile retrocessione nel 1947. Chiude con i nerazzurri con 86 presenze e 29 reti.
Conclude la sua breve ma intensa carriera in Lanerossi Vicenza, Pro Patria (in serie “A”) e Palazzolo sull’Oglio.

Passarin

Passarin

Ultimo (per ora) giocatore del Novara passato all’Internazionale è stato ROBERTO PASSARIN (1934-1982), cresciuto alla Voluntas dei Salesiani. Ha debuttato nel Novara il 15 giugno 1952 in Novara-Pro Patria 3-0. Ha giocato con gli azzurri per tre stagioni con 27 presenze e quattro gol.
Mezz’ala di stampo classico è passato all’Inter nel 1954 giocando con i nerazzurri nel campionato 1955-1956 tredici partite con due gol. Ha vestito per due volte la maglia della Nazionale giovanile italiana.
Poi è stato ceduto alla Triestina, quindi è passato a Palermo, Alessandria, Lecco Casale, per concludere la sua “strana” carriera ancora nel Novara (26 partite). E’ morto in giovane età stroncato da un infarto.

Diversi anche i giocatori dell’Internazionale che hanno vestito la maglia del Novara. Ne ricordiamo alcuni: i portieri Zamberletti e Sain, poi Vale, Marco Savioni, Miglioli, Cella…

Gianfranco Capra

Cent’anni fa nasceva Fangio, il grande pilota “galliatese”

Il cinque volte iridato Fangio con il portiere del Novara Fausto Lena

Abbiamo scritto “galliatese”, e non è un’esagerazione.
Perchè Juan Manuel Fangio, il grande pilota degli anni Cinquanta, cinque volte campione del mondo di Formula Uno, è stato scoperto in Argentina dal celebre pilota galliatese Achille Varzi e soprattutto perchè Fangio, con la Equipo Argentina, è vissuto qualche anno a Galliate per imparare al meglio il mestiere di “pilota”.
Noi abbiamo avuto la fortuna di conoscerlo nel 1983, in occasione del rally 111 Minuti, che quell’anno venne organizzato dall’Automobile Club di Novara proprio a Galliate per ricordare il 35° anniversario della scomparsa di Achille Varzi.
In quel frangente, Juan Manuel Fangio venne direttamente dall’Argentina per rivedere i vecchi amici galliatesi (e ne aveva tanti!) e per partecipare alle cerimonie in ricordo dell’amico e maestro Achille Varzi.

La villa della famiglia Varzi ove soggiornò Fangio con la squadra di piloti argentini

Juan Manuel Fangio era nato a Balcarce, Argentina, il 24 giugno del 1911, in una famiglia di origine italiana. Il padre, Loreto, era partito ad inizio Novecento dal piccolo paese abruzzese di Castiglione Messer Marino, provincia di Chieti, con il miraggio del Sudamerica.
Juan Manuel era il quarto di sette figli, e s’appassionò alle auto facendo il meccanico.
Cominciò a correre nella “temporada” sudamericana dove le corse duravano anche diecimila chilometri; con vetture derivate dalla produzione; su strade che non conoscevano l’asfalto.
Vinse qualcuna di queste gare anche perchè poteva profittare della sua abilità di meccanico; non erano infatti ammesse assistenze esterne. Durante una Buenos Aires-Caracas subì un gravissimo incidente nel quale egli sopravvisse; morì il suo secondo Daniel Urrutia. Da quel giorno, Fangio volle sempre correre da solo.

Juan Manuel Fangio – 51 gran premi disputati, cinque titoli mondiali- posa con la mitica “Alfa Romeo 158”

Venne scoperto prima da Achille Varzi e poi da Gigi Villoresi in occasione di fortunate tournées dei campioni europei in Sudamerica. I nostri “assi” notarono quel giovanotto piccolo ma astuto che limava le curve e guidava in modo quasi perfetto.
Nel 1949, l’”Equipo Argentino”, per volere del presidente Peron, sbarcò in Europa e fu ospitata a Galliate nella villa di Achille Varzi.
Ne facevano parte, oltre a Fangio, anche Gonzales, Marimon, Mières, Campos e Pian. Per volere del padre di Achille, ingegner Menotti Varzi e della vedova Norma, la squadra soggiornò a lungo in villa Varzi (Achille era morto in un banale incidente a Berna, durante le prove, il 1° luglio 1948); e poteva disporre di due officine, una in via Asiago, una in via Carducci.
Tutte le vetture dei piloti argentini, specie le “Alfa Romeo”, erano messe a punto dal meccanico personale di Varzi, il famoso Bignami.

Fangio debuttò in Europa al gran premio di Reims, nel luglio 1948, con una Gordini, e si ritirò. Tre anni dopo era già campione del mondo guidando l’Alfa Romeo 158, vettura alla quale rimase profondamente legato.
Juan Manuel Fangio rivinse il titolo mondiale di Formula Uno altre quattro volte consecutive: nel 1954 e 1957 con la Maserati; nel 1955 con la Mercedes; nel 1956 con la Ferrari.
Ebbe vivaci scontri con il granfde costruttore del “Cavallino”: due caratteri forti di difficile comprensione.

In occasione del rally 111 Minuti, Fangio tornò a Galliate nel 1983. Eccolo nella foto con il vincitore Uzzeni, ilnoto costruttore Osella, lui il campione, un altro noto pilota Consalvo Sanesi, il presidente della CSAI Fabrizio Serena; il presidente dell'Automobile Club Novara Massimo Pietri; il presidente della Pro Loco Galliate Merville Ferrari.

Juan Manuel Fangio si ritirò nel 1959 quando contava già 48 anni. Aveva visto morire molti suoi avversari e compagni d’avventura di quegli anni mitici: Alberto Ascari, Eugenio Castellotti; Alfonso De Portago; Luigi Musso.
Quando tornò in Argentina fu considerato un “idolo nazionale”, diventò il rappresentante ufficiale della “Mercedes” e testomonial di una miriade di marche e prodotti.

Quando tornò a Galliate, nel 1983, si commosse nel constatare l’affetto dei galliatesi che non l’avevano dimenticato. Aveva lasciato un pezzo del suo cuore in Italia.
Juan Manuel Fangio è morto a Buenos Aires il 17 luglio del 1995.

Gianfranco Capra

25 aprile 1911: Emilio Salgàri moriva cent’anni fa

Il Corsaro Nero: uno dei successi immortali di Salgari

Chi non ha letto, quand’era ragazzo, almeno una volta i romanzi di Emilio Salgàri? “Le Tigri di Mompracem” oppure “Il Corsaro Nero”?
Un centenario molto importante quello del 25 aprile 2011.
Esattamente cent’anni fa, in un bosco di Courgnè presso Torino, si suicidava uno dei più grandi scrittori italiani, Emilio Salgàri (accento sulla seconda “a”).
Si tagliò la gola con rasoio, sfinito dalla malattia della moglie Ida costretta in manicomio. E anche molto malato perchè fumava come un turco e beveva marsala in quantità industriale.

Nato a Verona nel 1862 in una modesta famiglia di commercianti, si iscrisse al Regio Istituto Nautico ma viaggiò pochissimo. In compenso fece viaggiare alla grande la sua straordinaria fantasia.
Collabora al quotidiano veronese “La Nuova Arena”, e nel 1883 inizia a pubblicare a puntate il suo primo romanzo avventuroso “La rosa del Dong-Giang” cui fa seguito il suo primo grande successo “La tigre della Malesia”.

Emilio Salgari

E’ l’inizio di una strepitosa carriera letteraria che durerà per quasi trent’anni e la pubblicazione di circa 80 fra romanzi e racconti. Una carriera intersecata da molte vicende disgraziate, soprattutto morti forzate come il suicidio del padre e di due figli. La malattia mentale della moglie Ida, sposata nel 1892. Una rincorsa continua al lavoro dissennato per mantenere una numerosa famiglia.
Salgàri scrive ininterrottamente romanzi avventurosi inventando personaggi che destano l’interesse dei lettori, soprattutto dei giovani. Arriverà a vendere anche centomila copie per i romanzi più interessanti.
Non è considerato dalla critica letteraria, anzi è praticamente ignorato. E’ sempre in lotta con i suoi editori di Torino (dove si è trasferito) e di Genova.
Dopo aver fatto impazzire i giovani lettori con romanzi come “Le tigri di Mompracem”, “Il Corsaro Nero”, “La regina dei Caraibi” e almeno altri ottanta titoli, visitando tutta la geografia terrestre, un mix di melodramma ed esotismo che piacque ai suoi tempi e piace ancora adesso, Emilio Salgàri soffrì uno scontato esaurimento nervoso con relativo collasso che lo condusse al suicidio perfettamente premeditato e realizzato.

Il Sandokan televisivo

Moltissimi suoi lavori sono stati trasposti in film di successo popolare. Anche la nostra Tv gli ha dedicato uno sceneggiato a puntate di grande successo con il suo personaggio principale (Sandokan) interpretato dall’indiano Kabir Bedi.
Giustamente, il suo maggiore biografo, il veronese Claudio Gallo, afferma: “Fosse vissuto oggi, Salgàri sarebbe stato una straordinaria ’star’; avrebbe venduto milioni di copie, e Hollywood avrebbe già comprato i diritti per qualche film”.

Gianfranco Capra

Piccola Storia di “Casa Bossi”

casabossi

Facciata esterna di Casa Bossi

1857 – Il celebre architetto Alessandro Antonelli riceve da Luigi Desanti l’incarico di ristrutturare ed ampliare una sua vecchia proprietà, posta sul baluardo Quintino Sella.

1859 – La costruzione di Casa Desanti è ultimata e, alla fine, appare assolutamente grandiosa.

1865 – Vengono demoliti alcuni antichi fabbricati circostanti Casa Desanti, viene completato il lato sud della Casa; viene aperta una nuova via intitolata a Pier Lombardo, vescovo di Parigi, via che guarda in su verso la Cupola. Muore Luigi Desanti.

1880 – Le figlie di Desanti vendono la casa al cavalier Carlo Bossi, da cui deriva il nome di “Casa Bossi”, che ancora oggi identifica il monumento dell’Antonelli.

1927 – Alla morte di Carlo Bossi, il figlio Ettore (1876-1951), avvocato di origine galliatese, amante del bel canto, direttore del teatro “Coccia”, in gioventù corridore di ciclismo diviene il nuovo proprietario della Casa. – Ettore Bossi fu anche commissario prefettizio del Comune di Novara nel 1944 in piena guerra mondiale e civile.

1951 – Muore Ettore Bossi, senza eredi, e lascia il monumento in eredità al Civico Istituto Dominioni.

1987 – Casa Bossi fino ad un certo punto ospita famiglie private (fra cui il giornalista Ignazio Scurto e la pittrice futurista Olga Biglieri) e la redazione del “Corriere di Novara”.
Pubblicazione del volume “Museo Novarese” che ospita uno studio di Franco Rosso e Luciano Re, due illustri docenti del Politecnico di Torino, circa il recupero funzionale di Casa Bossi, da qualche anno disabitata e abbandonata.

1989 – Viene sciolto anche il Civico Istituto Dominioni; la proprietà di Casa Bossi automaticamente passa al Comune di Novara.

1996 – Dal suo particolare osservatorio, lo scrittore novarese Sebastiano Vassalli parla con verve polemica di Casa Bossi nel romanzo “Cuore di Pietra”, Einaudi editore.

1997 – febbraio, la Regione Piemonte stanzia un miliardo per il ripristino di Casa Bossi, sempre più in fase di degrado e di abbandono.

1997 – marzo, L’Associazione dei cittadini novaresi Astrea annuncia pubblicamente l’intenzione di “adottare” il monumento.

1997 – settembre, il Consiglio comunale di Novara approva il progetto preliminare per il restauro del tetto pericolante e pericoloso.

1999 – aprile, iniziano i lavori di riparazione del tetto; prevista per novembre 1999 la fine degli interventi.

2000 – aprile, completamento dei lavori del tetto.

2000 – giugno, ancora Astrea organizza un pubblico convegno i cui denuncia gli errori e le omissioni commessi.

2000 – luglio, esposto alla Procura della Repubblica da parte di Astrea, che chiede di verificare eventuali infrazioni alle leggi relative alla conservazione dei beni artistici e culturali.

2002 – autunno, si torna a parlare di Casa Bossi nel Consiglio comunale. Viene avanzata la proposta di adozione dell’edificio da parte di un certo numero di cittadini e di associazioni disposti ad autotassarsi. Le quote, in numero di 1200, dovrebbe essere di 5 milioni di lire caduna. Astrea si dichiara disponibile ad acquistare la prima quota dell’eventuale sottoscrizione.

2005 – alcuni lavori di ripristino a casa Bossi ma soluzione completa e radicale ancora lontana

2007 – niente di nuovo, casa Bossi continua a degradarsi

2010 – Casa Bossi è segnalata al secondo posto in Italia come monumento da salvare
       (sondaggio effettuato da FAI)

Gianfranco Capra

Ettore Bossi mecenate e gentiluomo

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Ettore Bossi nel disegno dell'artista novarese Enrico Settimo

Personaggio straordinario della Novara a cavallo fra i due secoli. Nato a Galliate il 30 agosto 1876, compie gli studi al liceo classico “Carlo Alberto” di Novara (maturità nel 1894), poi frequenta la facoltà di giurisprudenza all’Università di Torino ove si laurea nel 1898.

Di carattere versatile e partecipativo, l’avvocato Ettore Bossi prende parte ed è ispiratore di molte iniziative sportive e culturali di inizio Novecento. E’ considerato uno dei “padri” del ciclismo novarese con il farmacista Emilio Gorla e il trecatese Germano Ruggerone.
Lo troviamo citato nella riunione ciclistica del 1892, svoltasi sulla pista dell’Allea, insieme ai migliori corridori del tempo. Per dire del suo amore allo sport, troviamo l’avvocato Ettore Bossi citato nel 1909 come starter di un’importante gara ciclistica del tempo, il giro della provincia di Novara di ben 280 chilometri.
Si interessa a fondo anche di calcio, di ginnastica e di scherma, che pratica alla “Pro Novara”.
Naturalmente è anche appassionato di automobili, con gli amici Ferrandi e Gorla, e guida con perizia una fiammante “Isotta Fraschini”.

Dopo le avventure sportive, l’avvocato Bossi -di famiglia benestante e titolare di una grande casa antonelliana sul baluardo Quintino Sella- si avvicina alla musica e alle belle arti, collaborando attivamente e con spirito filantropico all’approntamento di spettacoli e di mostre, nell’intento di favorire al massimo la diffusione della cultura in Novara. Presiede l’esigente e temuta delegazione che organizza gli spettacoli del teatro “Coccia”.
Si sposa con la novarese Maria Camusso; ma la coppia, che abita nella prestigiosa casa Bossi, non viene allietata da figli.

Partecipa anche alla vita amministrativa della città come consigliere e assessore comunale; è chiamato come presidente dell’Istituto Musicale “Brera, dell’orfanotrofio “Dominioni”, dell’asilo infantile di Galliate. E’ incaricato dalla delegazione dal teatro Coccia a scegliere gli spettacoli e gli interpreti migliori.
E’ presente nel 1928 alla fondazione del “Convegno Amici dell’Arte”, sodalizio che verrà assorbito dall’Istituto di Cultura Fascista. Nel 1936 è chiamato a dirigere l’Ente Provinciale del Turismo, e dà vigoroso impulso a tutte le attività culturali della grande provincia novarese.

Durante la villeggiatura sul lago d’Orta (luogo da lui molto amato dopo aver acquistato una bella villa dalla famiglia Ragazzoni), l’avvocato Bossi è organizzatore della “Estate Musicale” negli anni trenta con recite e concerti all’aperto. Memorabile un’edizione del “Don Pasquale” realizzata sulle rive del lago e la contemporanea mostra del pittore Antonio Calderara, inaugurata dall’estroso Ettore Bossi.

E’ stato anche, episodicamente, giornalista molto pungente e polemico per alcune testate cittadine e per la rivista “Turismo”. I suoi giudizi sono molto temuti dagli artisti, soprattutto da quelli lirici.
Nel delicatissimo 1944 viene chiamato a sostenere la carica di Commissario Prefettizio in Comune, dimostrando senso di responsabilità e grande equilibrio.

Fu personaggio amato e stimato da tutti, grazie alla sua cordialità e alla sua generosità che beneficò soprattutto gli enti che aveva presieduto, i malati cronici, l’Ospedale Maggiore di Novara, la pia Casa della Divina Provvidenza e l’ospedale di Orta.

Muore a Novara il 10 febbraio 1951.
E’ ricordato con una lapide sulla sua casa di via Pier Lombardo (palazzo che donò al Comune di Novara), con un busto nel quadriportico dell’Ospedale Maggiore opera dello scultore Pecora; e con una modesta via nel quartiere di sant’Agabio. Anche la città di Orta San Giulio gli ha dedicato una strada.

Gianfranco Capra

Quante storie con gli oriundi del calcio!

Raimundo Orsi

Raimundo Orsi

NOVARA, 5 FEB – Alcuni (vecchi come noi) si meravigliano per la recente presenza nella Nazionale di calcio di giocatori palesemente “stranieri” come Amauri, Ledesma e Thiago Motta.

Forse non sanno che anche all’estero si comportano così o peggio. Specie le Nazioni ex colonialiste che hanno pescato a piene mani nei rigogliosi vivai delle loro colonie. Il Portogallo fece giocare fra gli altri Eusebio e Coluna che erano angolani; la Francia ha sempre avuto grandi giocatori provenienti dalle sue colonie africane e caraibiche, due nomi Zidane e Thuram.

Così la Germania che non ha lesinato aiuti e nazionalità ad alcuni giocatori di origine polacca o turca, Klose e Ozil. Possiamo anche ricordare che la Germania nazista, dopo l’annessione dell’Austria, depredò mezza nazionale dei “bianchi” di Meisl e la fece diventare “tedesca”.

Probabilmente siamo stati noi italiani ad inventare il sostantivo “oriundo”, riferendosi al calcio.
“Oriundo” nell’etimologia significa persona nata in un determinato luogo da genitori emigrati. In un certo senso “emigrato” di seconda o terza generazione.

Attilio Demaria: fu anche giocatore e allenatore del Novara

Attilio Demaria: fu anche giocatore e allenatore del Novara

I primi “oriundi” ad approdare nel campionato italiano e nella Nazionale azzurra furono lo svizzero Ermanno Aebi negli anni Venti, e poi negli anni trenta i superfamosi oriundi argentini Raimundo Orsi (36 presenze), Luisito Monti (18) e Renato Cesarini (11), campioni del mondo con l’Italia nel 1934. Da segnalare che sia Orsi che Monti avevano già giocato i campionati mondiali del 1930 con la Nazionale argentina. Monti addirittura giocò con l’Argentina anche le Olimpiadi del 1928; mentre Orsi, tornato a casa nel 1935, rivestì l’anno successivo la maglia della Nazionale argentina!

Altri oriundi famosi: il centrosostegno Andreolo (26 presenze) campione del mondo con la Nazionale italiana nel 1938; la mezzala Attilio Demaria (13) argentino e campione del mondo nel 1938 (oltre che giocatore e allenatore del Novara durante la guerra); l’ala Guaita (10) argentino  e campione del mondo 1934 con la Nazionale italiana.

Omar Sivori

Omar Sivori

Andando avanti troviamo lo “scandalo” di Ghiggia e Schiaffino, campioni del mondo con la Nazionale dell’Uruguay nel 1950; e poi diventati Nazionali italiani negli anni Sessanta. Per continuare con il brasiliano Josè Altafini, brasiliano, e con l’argentino Omar Sivori, di origine ligure, che giocò molte volte nella Nazionale azzurra.

L’ultimo caso clamoroso (ma non troppo) riguarda l’oriundo argentino Mauro German Camoranesi, con 46 presenze in Nazionale, e il titolo mondiale conquistato nel 2006.

Non consideriamo “oriundo” lo juventino Claudio Gentile, nato in Libia, protagonista con la Nazionale azzurra con 71 presenze e il titolo mondiale del 1982.

La globalizzazione ormai diffusa in tutto il mondo coinvolge naturalmente anche il calcio. E suscita ormai scarse o nessuna perplessità.

Ma la domanda cruciale è questa. Cosa significano oggi le Nazionali di calcio (e anche di altri sport come basket, rugby, pallavolo)? Cosa rappresentano? Le migliori qualità di un Paese o fanno parte del “grande Barnum” che, con il prepotente e invasivo intervento della televisione, è diventato lo sport e il calcio in particolare?!

Gianfranco Capra

Novara-Triestina: quello spareggio di 50 anni fa…

L'azione del gol di Galimberti

NOVARA, 22 GEN – A giugno saranno 50 anni dal giorno dello spareggio (storico) fra Novara e Triestina.
Si giocò a Ferrara, campo neutro, nel pomeriggio dell’11 giugno 1961, domenica calda e assolata.
Chi c’era quel giorno ricorda certamente le mille emozioni di una partita giocata fra due squadre che avevano concluso il campionato alla pari al terz’ultimo posto.
Doveva ricorrere allo spareggio per sapere chi si sarebbe salvato e chi sarebbe sceso in serie “C” in compagnia di Foggia e Marzotto Valdagno già condannati.

L'allenatore Facchini

L’allenatore del Novara era il milanese Tino Facchini. Sulla panchina degli azzurra sedevano il direttore tecnico Luciano Marmo, Santino Tarantola, il medico sociale dottor Pino Fortina, il massaggiatore Osvaldo Miazza.
Facchini presentò una squadra di battaglia che pur lamentava assenza importanti: Donino, Manzino, il sardo Sanna, Canto, Scaccabarozzi, Soldo…
In compenso il Novara poteva disporre di una difesa salda con lena Zanetti e Miazza, e di una mediana d’esperienza con il saggio Baira (allenatore in campo), Testa e Udovicich. Attacco con il recuperato Micheletti, con la sorpresa dottor Giambattista Galimberti, e poi i “pezzi da novanta” Mentani, Zeno e Bramati. Non era ancora arrivato il tempo delle sostituzioni.
La Triestina contava elementi di valore come il portiere Luison, Brach, Larini, Trevisan, Fortunato…
Arbitrava l’internazionale Jonni di Macerata.

Primo tempo con squadre visibilmente contratte. Pochi i tiri in porta, molti i passaggi sbagliati, c’è tensione in campo e sugli spalti, dove siedono un centinaio di novaresi e almeno duemila sostenitori triestini. I tifosi ferraresi sono palesemente a favore del Novara che si è allenato a Ferrara fin dal lunedì precedente la partita.
Ripresa vivacissima e calda di episodi e di emozioni.
Attacca la Triestina che sembra più in palla del Novara. Al 66′ il regista Trevisan riesce a sorprendere la nostra difesa e batte Lena con un tiro preciso. Scoramento sulla panchina del Novara e fra i tifosi. Purtroppo si infortuna l’ala Micheletti che si porta sulla fascia destra praticamente inutlizzabile.

Ambrogio Baira

Ma il gran capitano Ambrogio Baira (classe 1923!) sprona i suoi ragazzi a reagire. Gli azzurri, trascinati dai magnifici Zeno Testa e Galimberti, si gettano all’attacco e al73′ un calcio d’angolo viene trasformato in gol dalla testa di Giambattista Galimberti che è saltato insieme a Mentani e ad un difensore giuliano. Il dottore medico Giambattista Galimberti, ora residente a Verbania, ricorderà per tutta la vita quel gol comunque decisivo!
Altri sussulti, altri tentativi con le difese attente e la gran parte dei giocatori molto stanca e stressata.
Jonni, arbitro preciso e corretto, fischia la fine e ordina i tempi supplementari. Un ulteriore supplizio. I massaggiatori intervengono per riportare un po’ scioltezza nei muscoli dei più affaticati.
Adesso deve venire fuori il cuore!

Primo supplementare di 15 minuti: il Novara sembra più vivo e voglioso di vincere.
Secondo supplementare. Poco da segnalare fino al 113° minuto, quando Bramati fugge sulla sinistra con un’incredibile galoppata e crossa verso il limite dell’area ove sopraggiunge il nostro terzino Diego Zanetti che si è portato all’attacco perchè leggermente zoppicante.
La palla lì fra il portiere Luison che accenna e ritarda l’uscita; e Diego Zanetti da Invorio che incoccia la palla con la testa, di sbieco. La sfera scavalca Luison e lentamente rotola nella porta vuota.

Diego Zanetti

Quello che succede dal 113° minuto alla fine diventa leggenda da raccontare ai nipoti. Il dottor Pino Fortina sviene clamorosamente sulla nostra panchina; si accascia per un momento e dirà dopo di aver sognato il gol del Novara fra un coro di angeli e di cornamuse. Prontamente soccorso si riprende e ride felice come un bambino.
Marmo, Tarantola e il massaggiatore Miazza piangono come vitelli da latte.
I nostri giocatori in campo sembrano appena usciti da viale Roma (allora sede del manicomio provinciale). Si festeggia ma bisogna aspettare il triplice fischio di Jonni che sancisce la vittoria e la salvezza del Novara dalla retrocessione.
Quello che succederà poi negli spogliatoi è un “double-face” clamoroso. I novaresi continuano a festeggiare, a gridare, a piangere. In quello triestino galleggia un tremendo silenzio rotto ogni tanto da qualche bestemmione in dialetto triestino. Il portiere Luison ha subito un duro attacco da parte di alcuni suoi compagni per l’uscita sprovveduta che ha causato il gol decisivo del Novara.

Era domenica 11 giugno 1961, la Triestina -nobilissima squadra e società del miglior calcio italiano- scendeva in serie “C”, mentre il Novara -malgrado i suoi acciacchi- rimaneva aggrappato con i denti e con le unghie alla serie “B”.
Noi eravamo presenti allo stadio ferrarese e ricordiamo in modo particolare, oltre alla testata vincente di Diego Zanetti, anche il viaggio di ritorno. Eravamo tutti il ritratto della felicità.
Indimenticabile il viaggio di ritorno da Ferrara a Novara, con l’auto pilotata da Tarantola che si fermava ad ogni autogrill per brindare, ogni volta, con champagne vero.

Commentino di quella giornata storica:

Gli azzurri di….FACCHINI
morsicati dalla…TARANTOLA
si sono dimostrati una squadra….FORTINA
e hanno lasciato di …..MARMO
i “muli” triestini

Gianfranco Capra

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