Nostalgia del fango

La notizia che il Novara calcio, società proiettata decisamente nel futuro, usufruirà dalla prossima imminente stagione di un campo “sintetico”, veramente mi ha choccato.
Ma neanche tanto. Certo il terreno di viale Kennedy nello stadio intitolato a Silvio Piola non è mai stato considerato un campione di bellezza. Anzi, fin dalla sua nascita, datata 1975, noi l’abbiamo ammirato (si fa per dire) sempre ricco di buche, di zolle ridenti, in parecchie zone impraticabile per il fango o l’acqua stagnante.
Insomma, il campo di gioco di viale Kennedy, è sempre stato un disastro, per dirla in parole chiare e povere. Dunque ben venga l’erba sintetica che mi sa di tanto di McDonald, di hamburger, di plastica, di qualcosa che non rende l’idea del campo di calcio, ove avviene di tutto e il contrario di tutto. Vero paradigma della vita.

Come possiamo dimenticare, noi della generazione anteguerra o primo dopoguerra, quel bel terreno di gioco del vecchio stadio Comunale (ora intitolato al maestro di calcio Enrico Patti) che era sempre o quasi un mare di fango. E quando non era mare di fango, poltiglia appiccicosa, ci pensavano i sommi dirigenti Marmo, Omodei-Zorini, Sartorio.
La triade, assolutamente inimitabile e irripetibile, a sera inoltrata, lontana da sguardi indiscreti, si portava nel terreno di gioco del vecchio stadio Comunale (inaugurato nel 1931). Sì, proprio dentro al campo, e non c’era l’impianto di illuminazione. Nel buio pesto della notte estiva, i tre sommi dirigenti azzurri, muniti di altrettante pompe, innaffiavano il terreno di gioco con abbondanti getti d’acqua.
Fino a che il terreno del Comunale diventava una mezza palude. Motivo di tale azione? Si riteneva che la squadra azzurra di quei tempi, anni cinquanta serie “A”, fosse non giovane e quindi lenta; meglio si adattava ai terreni pesanti, ove rifulgevano le qualità combattive di Renica, del piccolo Alberico, dei terzini Mainardi e Galimberti, dei rocciosi laterali Baira e Feccia.
E anche il monumento Silvio Piola non disdegnava il fango, lui che era nato nelle terre delle risaie, lomellina e vercellese. Ammirammo con i nostri occhi il grande cannoniere infilare tre gol al portiere nazionale Sentimenti IV, Lazio, nella peggiore fanghiglia immaginabile, creata da madre natura sotto forma di pioggia intensa, e “aiutata” dagli innaffiatori ufficiali Marmo, Omodei-Zorini, Sartorio.

Riassumendo: ben venga la moderna, ultramoderna erba sintetica che garantisce uniformità di campo e regolarità di gioco.
Ma quanta tristezza nel vedere il calcio, sport spontaneo, sport di squadra, da giocarsi all’aperto con qualsiasi tempo meteorologico e su qualsiasi terreno, diventare uno sport asettico, tecnologico, magari guidato da telecamere esterne.
O addirittura guidato incanalato da un “grande vecchio” che predetermina lo svolgimento della partita. E magari anche il risultato.

Naturalmente scherziamo. Ma non troppo. Poco alla volta, la poesia e la prosa del calcio stanno per essere soppresse.

Gianfranco Capra

Il nano Bagonghi – un piccolo grande uomo

Bagonghi

Bagonghi, il clown cavallerizzo, in compagnia del suo cavallo preferito

NOVARA, 28 GIU 2010 – Era nato a Galliate nel 1892 da una famiglia di piccoli proprietari terrieri, Giuseppe Bignoli.
Il papà si chiamava Carlo, la mamma Giovanna Martelli, lui terzo di quattro fratelli tutti maschi.
Il problema di Giuseppe Bignoli, detto “Giusipin”, è che non cresceva e non crebbe mai. Era un nano, benchè nella famiglia Bignoli non ci fossero stati precedenti del genere. Frequentò le elementari fino alla sesta, ma la sua statura, la sua condizione di nano, lo resero zimbello degli altri ragazzi, i coetanei.
Da piccolo, la mamma Giovanna, rassegnata, lo portava in una cesta sulle spalle, e lo faceva dormire in un letto più simile ad una culla. Purtroppo Giusipin non cresceva, per la disperazione della sua bella laboriosa famiglia.Di notte, mentre guardava nel buio, Giusipin pensava al suo futuro. Al massimo poteva aiutare nella campagna; non poteva certo aspirare ad altri impieghi perchè la sua statura arrivò fino a 75 centimetri e poi si bloccò. Gli venne in aiuto la sorte, sotto forma di un circo equestre che alzò le sue tende a Galliate, il circo di Aristodemo Pellegrini.
Un circo come tanti in quei tempi di fine Ottocento: trapezisti, pagliacci, cavallerizzi, qualche bestia poco feroce. Il Pellegrini lo vide fra il pubblico e lo convinse ad intraprendere la carriera del circo.
La famiglia dei Bignoli non era certo contenta di quella sua decisione, ma Giusipin tacitò tutti fuggendo con i carrozzoni del circo, l’alba in cui Pellegrini lasciò Galliate. Era l’estate del 1905.
Disperato il padre lo cercò per alcuni giorni, fu respinto alla frontiera con la Francia, tornò a casa rassegnato. 

Bagonghi con il fratello Paolo

Bagonghi con il fratello Paolo

Il circo Pellegrini portò il nanetto galliatese in Francia; il generoso Aristodemo lo trattava come un secondo padre, gli insegnava alcuni trucchi del mestiere, e poi lo cedette al circo francese della famiglia Rancy, dove erano apprezzati gli specialisti con i cavalli.
Qui Giuseppe Bignoli assunse il nomignolo di “Bagonghi”, che era appartenuto ad un nano bolognese che si esibiva nei circhi affrontando personaggi forzuti in improbabili scontri di lotta e pugilato. Dalle sorelle Rancy imparò tutto o quasi sui cavalli, divenne un cavallerizzò di straordinaria abilità e seppe ritagliarsi un suo ruolo nello “spettacolo più bello del mondo”.
Strappò buoni contratti, deliziò il pubblico, si fece un nome sui cartelloni. Nel 1910 attrasse l’attenzione di un altro circo famoso, quello tedesco dei Schumann. “Bagonghi” debuttò a Berlino e diventò subito un divo, perchè il pubblicò delirava per le sue acrobazie e piroette sul cavallo, per le smorfie e i versi con cui faceva ridere la gente. Era diventato un autentico e completo “clown cavallerizzo”. 

A diciotto anni era considerato dai critici il miglior cavallerizzo da circo. Venne conteso da diversi impresari, alla fine scelse un circo americano prestigioso, quello dei fratelli Wirth. Attraversò l’Oceano, andò in America, non come povero emigrante, bensì come “stella” del circo che, a quei tempi, era ancora uno spettacolo di classe e con pubblico raffinato.
Dai Wirth al Barnum, Ringling and Bailey il passo fu automatico. Approdavano al Barnum, il più celebre circo del mondo, soltanto gli artisti e i “numeri” più eclatanti: l’uomo con due teste, la donna barbuta, troupe di trapezisti che si esibivano senza rete, giocolieri con “numeri” quasi impossibili.
Bignoli “Bagonghi” trovò presto il suo spazio; anzi era così impegnato di lavoro e guadagnava così bene che chiamò dall’Italia uno dei suoi fratelli, Paolo, per fargli da “spalla”. Restò con il Barnum fino al 1926, dopo aver compiuto straordinarie “tournées” in tutto il mondo, dopo aver trionfato sia nell’America del Nord che in quella del Sud, con frequenti puntate in Europa.

Bagonghi con la nana australiana Irene (poi separatisi)

Bagonghi con la nana australiana Irene

Durante un applauditissimo “tour” in Australia, Giusipin Bagonghi si innamorò di una nana australiana, Irene Thompson, poco più alta di lui. La sposò ad Adelaide e con la sua mogliettina si concesse una magnifica luna di miele in Polinesia. Ci sono foto che lo testimoniano.Purtroppo, durante la crociera durata un mese, vennero a galla i caratteri dei due sposini. Lui era irascibile, geloso, anche manesco. Lei, un peperino mica da ridere. Si insultavano e si menavano un giorno sì e l’altro pure, e alla fine si separarono. 

Giuseppe Bagonghi, carico di gloria e di dollari (duramente sudati), concluse la sua attività circense nel 1926. Aveva già 34 anni che per un nano non sono pochi. Era stanco di girare il mondo. Tornò nella sua amatissima Galliate, e si fece costruire una casa adatta alle sue misure in via Parini. Una villetta che esiste ancora, opportunamente ristrutturata.
Si fece costruire dalla FIAT un’automobile speciale con i comandi al volante, e con quel macchinone circolava per Galliate e Novara come un principe. A volte lo si ammirava per le vie di Galliate scorrazzare su un cavallo bianco. Una scena felliniana.
Diventò amico personale e “mascotte” nell’emergente e poi grande pilota di moto e di auto Achille Varzi, pure lui galliatese. E lo seguiva nelle corse che si disputavano in Italia. Spesso era a cena con gli amici galliatesi, a capotavola, come si addice ad un anfitrione. Giocava a carte sia nei caffè di Galliate che in quelli di Novara, e voleva sempre vincere, sbirciando le carte degli avversari dall’alto di uno sgabello di suo uso personale.
Fu anche molto benefico con le istituzioni di Galliate, specie quelle dedicate ai bambini non fortunati, e con il Santuario di Boca. Viveva da signore, rispettato da tutti. Partecipava ai Carnevali di Novara e dei paesi limitrofi, e naturalmente era sempre fra i premiati. Trovò anche una fedele compagna in Teresa Ravetti, una gentile signora di Borgomanero, che gli restò accanto fino agli ultimi giorni della sua vita. 

Il 6 settembre del 1939, Bagonghi si recò presso il ponte del Ticino, fra Galliate e Turbigo, per divertirsi con il suo sandolino che era in custodia presso la Canottieri. Volle provare un passaggio fra i due pilastri centrali dove l’acqua scorre veloce, provocando numerosi mulinelli. Non seppe reggere il leggero sandolino che si rovesciò trascinando Bagonghi nelle acque già fredde.
Tentò di aggrapparsi alla barchetta, ma non riuscì a vincere la forza della corrente che inesorabilmente lo trascinò fin verso le sponde lombarde. Lo trovarono su una spiaggetta di Cuggiono, morto annegato. Dopo alcuni giorni di affannose ricerche, anche notturne, il suo corpo venne scoperto e portato a Galliate, dove seguirono funerali eccezionalmente partecipati. Con in testa i caporioni del fascismo in divisa completamente bianca, quella del loro lutto.
Giuseppe Bignoli, il più famoso di tutti i “Bagonghi”, aveva soltanto 47 anni; aveva vissuto una vita stupefacente. Era stato capace, con la sua intelligenza e la sua forza di volontà, di riscattare un destino bieco e ostile.

Gianfranco Capra

Quando Riccardo Muti vinse il premio Cantelli

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Il maestro Riccardo Muti al teatro Coccia la sera del 1° ottobre 1967

NOVARA, 31 MAG 2010 – Perchè diciamo “favolosi anni Sessanta” anche a Novara?
Perchè fiorivano le industrie. Pavesi spediva in tutto il mondo le sue confezioni di biscottini di Novara mentre apriva autogrill sulle autostrade. Doppieri faceva impazzire le donne con le sue prestigiose calze di seta. Trionfava l’industria meccanica, quella chimica, quella tessile si difendeva. 
In ogni strada di Novara svettavano almeno un paio di gru, fra la foresta di antenne televisive.
Tutti ormai possedevano la scatola dei sogni, dopo aver esultato con Berruti alle Olimpiadi romane.
Sindaco della città era un poeta, Sandro Bermani, che declamava poesie di Prévert. Il Novara calcio otteneva due promozioni in serie “B”, ed era composto da giocatori novaresi o novaresizzati. 
La gioventù-bene correva i rallies con le “HF” vendute dai fratelli Clerici. Gli scrittori Emanuelli e Bonfantini vincevano il premio Bagutta e festeggiavano all’Albergo Unione di Nino Pellò. Il De Agostini lanciava sul mercato la novità de “Il Milione”. Enciclopedia geografica a puntate, venduta in edicola.
 
Erano tempi felici, il giardino dell’Eden. Ognuno poteva comprarsi la casa, magari a rate, con rettangoli di carta detti cambiali o “farfalle”. Il benessere si poteva tagliare a fette. La Banca Popolare dispensava dividendi. I banchieri facevano i banchieri e il non il gioco delle “tre carte”. 
Come funghi dopo un temporale, sulla strada tracciata dal grande Modugno, sbocciavano i cantautori, Paoli, Bindi, Tenco, la scuola ligure, la scuola romana, quella veneta. “La Dolce vita” di Fellini creava code paurose nei pressi del “Coccia”, e anche qualche trambusto.
 
In questo contesto che sembra una favola (invece era tutto vero, tangibile) il teatro Coccia e l’Ente provinciale per il turismo ebbero un’idea vincente. Perchè non ricordare Guido Cantelli con una manifestazione, un premio da assegnare ad un giovane direttore d’orchestra, italiano o straniero? 
Cantelli, il giovane ma già famoso direttore d’orchestra novarese, era scomparso fra le fiamme, nel novembre del 1956, in un disastroso incidente aereo all’aeroporto di Orly, Parigi. Stava raggiungendo Toscanini che l’aveva chiamato a New York. 
Cinque anni più tardi nasceva il premio “Guido Cantelli”. Mi ricordo come Luigi Sante Colonna,  maestro della Cappella del Duomo, fosse particolarmente felice dell’iniziativa perchè il concorso avrebbe scoperto nuovi talenti fra i direttori d’orchestra di tutto il mondo, e perchè Novara musicale e il teatro Coccia avrebbero riacquistato la loro fama, dopo anni di sopore. 
Il concorso dedicato alla memoria di Cantelli aveva iniziato la sua avventura nel 1961, premiando il giovane tedesco Michael Hermann. Seguiva nel 1963 lo straordinario talento dell’israeliano Eihlau Inbal. Nel 1963 era premiato un altro eccellente tedesco, Wihlelm Giellessen. 

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Riccardo Muti al teatro Coccia

La quarta edizione del premio “Cantelli” iniziò nel 1967, nei mesi di settembre e ottobre. Al comitato organizzatore pervennero ben 21 domande di partecipazione di giovani direttori d’orchestra. Della commissione giudicante facevano parte alcuni fra i più beni nomi di maestri e musicisti di fama internazionale come Franco Ferrara, Guido Maria Gatti, Antonino Votto, Franco Caracciolo, Anatole Fistoulari. Presiedeva la commissione il maestro Jacopo Napoli, direttore del Conservatorio di Milano. Fungeva da segretaria la pianista e professoressa novarese Giuseppina Cocito. 
Dei 21 aspiranti furono ammessi dieci giovani maestri che iniziarono le prove eliminatorie presso il Conservatorio Giuseppe Verdi di Milano. Dopo le esibizioni, furono ammessi alle prove finali quattro concorrenti: gli italiani Gianluigi Gelmetti e Riccardo Muti; il brasiliano David Machado; l’iraniano Farhad Meckat. 
Furono giornate intense e incandescenti perchè tutti e quattro i finalisti dimostrarono di avere eccellenti qualità. Il verdetto della commissione giudicante fu tuttavia unanime dichiarando vincitore il maestro Riccardo Muti.
Nato a Napoli nel 1941, allievo del maestro Vitale, il giovane Muti si era diplomato a pieni voti in pianoforte nel 1962, frequentando poi il corso triennale di direzione d’orchestra tenuto dal maestro Antonino Votto. 
La sua carriera di studi è continuata con il conseguimento del diploma di composizione presso il Conservatorio di Milano. Riccardo Muti ha debuttato dirigendo concerti a Lugano, a Radio Monteceneri, a Bolzano. Ha quindi diretto l’orchestra della RAI di Milano e i concerti della Gioventù Musicale nell’inverno del 1966. 
E’ stato allievo di composizione del maestro Bruno Bettinelli e ha realizzato alcune composizioni di musica classica. Si è esibito come pianista a Milano, Siracusa e Varese.
 
Secondo regolamento, il maestro Riccardo Muti, vincitore del primo concorso intitolato a Guido Cantelli, si presentava la sera del 1° ottobre al teatro Coccia per dirigere in concerto l’orchestra de “La Scala” di Milano. Successo strepitoso in un teatro colmo all’inverosimile, e ammirato per la bravura del giovane direttore d’orchestra. C’eravamo anche noi, particolarmente commossi.
Seguiva la cerimonia di premiazione effettuata dall’undicenne figlio di Cantelli, Leonardo, accompagnato dalla mamma, dal presidente dell’Ente Provinciale Turismo novarese avvocato Cassietti e dal sindaco cittadino Rinaldo Canna.  
Una grande festa che confermava la bontà di un concorso che avrebbe lanciato alla ribalta mondiale direttori d’orchestra come gli italiani Muti, Gelmetti, Renzetti, l’israeliano Inbal, lo statunitense Frazier. L’ultima edizione del premio “Guido Cantelli” si è svolta a Novara nel 1980.  
Purtroppo, Novara non ha saputo continuare questa prestigiosa manifestazione. Prima si è trasferita a Milano, poi si è spenta nell’indifferenza generale. Peccato. 
 
Gianfranco Capra

Livio Berruti, olimpionico 50 anni fa a Roma: il volo della farfalla

La vittoria di Livio Berruti alle Olimpiadi del 1960

La vittoria di Livio Berruti alle Olimpiadi del 1960

NOVARA, 15 MAG 2010 – Che giornata quella del 27 maggio 1961 a Novara quando arrivò Livio Berruti, il velocista torinese, laureatosi appena un anno prima campione olimpico dei 200 metri, sulla pista dello stadio olimpico di Roma! Che giornata, veramente.

L’olimpionico scese allo storico bar Dori in piazza del Rosario, accompagnato dagli amici della Libertas Doppieri, l’attiva società sportiva novarese, che allora convogliava nelle proprie file i migliori talenti atletici della provincia. 
Quel giorno (sabato) intorno al già mitico campione, davanti ad un aperitivo, si stringevano tutti gli amici della Libertas, atleti come Ghiselli, personalità politiche come il senatore Bussi e il presidente della provincia Nino Cattaneo, l’ex calciatore Caimo, i dirigenti Merlo, Borzino, Gigi Agnelli, Berghenti, Cavalleri… Come ben testimonia la foto che illustra questo articolo.  
Fu veramente una grande festa; c’eravamo anche noi, freschi di successi televisivi ahinoi effimeri.
Il giorno successivo, Livio Berruti si esibì al campo dell’atletica leggera (non ancora intitolato ad Andrea Gorla) nella nascente zona sportiva dell’Agogna. E naturalmente vinse senza sforzo i 200 metri piani e poi la staffetta con il gruppo sportivo Fiamme Oro, al quale apparteneva in qualità di militare di leva. 

Berruti con gli amici della Libertas Doppieri Novara fra cui il velocista Ghiselli, l'es portiere Caimo, i dirigenti Borzino e Merlo, fotografati al bar “Dori” nell'estate del 1961

Berruti con gli amici della Libertas Doppieri Novara fra cui il velocista Ghiselli, l'es portiere Caimo, i dirigenti Borzino e Merlo, fotografati al bar “Dori” nell'estate del 1961

Il 3 settembre del 1960, non era passato nemmeno un anno, Livio Berruti aveva mostrato al pubblico dello stadio Olimpico e a milioni di telespettatori, ipnotizzati dal video (bianco-nero),
il suo eccezionale talento di velocista e di curvista, trionfando a sorpresa sia nella semifinale che nell’attesissima finale dei 200 metri. 
Producendosi in una curva perfetta, Livio aveva nettamente bruciato sul traguardo lo statunitense Carney e il franco-senegalese Seye, uguagliando il record mondiale di 20″5, che già aveva pareggiato in semifinale. 
Allora Berruti aveva 21 anni; alla viglia non era considerato fra i favoriti, al massimo un finalista, un outsider. Aveva perfezionato la forma durante l’estate del 1960, allenandosi in modo tenace ma serenamente; si era presentato alle Olimpiadi in condizioni di morale e di forza atletica perfette, senza sbavature né tensioni eccessive. 
Non si era per nulla emozionato di fronte ai campioni americani e di colore. Sapeva benissimo che gli Stati Uniti non perdevano la medaglia d’oro dei 200 metri piani dalle Olimpiadi del 1928. Erano le ore 18 esatte del 3 settembre 1960, quando era partito in perfetta sintonia con lo sparo. 
Di fianco a lui tre statunitensi Lester Nelson Carney, Stone Johnson, Otis Ray Norton; il francese colorato Abdoulaye Seye; il polacco Marian Folk. Il 21enne italiano studente di chimica, alto 180 centimetri per 66 chili, aveva già abbattuto il muro dei 21″ netti alla vigilia dei Giochi. Ma certamente non pensava di migliorarsi in modo così ampio alle Olimpiadi. 
Al momento della finale tutta l’Italia palpitava davanti ai televisori. In poco più di venti secondi, dopo una curva prodigiosa, finisce tutto ma si concretizza il sogno olimpico di Livio Berruti e dell’Italia. Una giornata fondamentale per lo sport italiano, quella del 3 settembre 1960. 
Quel giorno il velocista torinese compie una delle più grandi imprese di tutta la storia dello sport italiano, entrando di diritto fra i “migliori” di ogni tempo.
 
Livio Berruti, con grande passione e altrettanta umiltà, da anni frequenta tutti i Club nazionali e stranieri per spiegare ai giovani e ai meno giovani il significato della sua impresa, quando non esisteva il “doping”, e quando il massimo della trasgressione era brindare ai successi con qualche bicchiere di vino o di spumante.
Rigorosamente italiano.
 
Gianfranco Capra

Charles Poletti – Americano di Pogno, governatore d’Italia

Charles Poletti in visita ufficiale a Novara. Da sinistra il vescovo Leone Ossola, Poletti, il sindaco Moscatelli, il colonnello Marshall, il prefetto Fornara  (foto Istituto Resistenza provincia di Novara, fondo Fornara)

Charles Poletti al centro in visita a Novara con il Vescovo Leone Ossola, il sindaco Cino Moscatelli, il colonnello Marshall, il prefetto della provincia Piero Fornara (foto da Istituto Novarese Resistenza)

NOVARA, 30 APR 2010 – Ci sono certe situazioni, certi personaggi che entrano di soppiatto nella storia, grande o piccola che sia, ma lasciano alcune tracce importanti, indelebili. Per esempio, chi si ricorda o ha conosciuto il colonnello Charles Poletti che dal 1943 al 1945 fu governatore della Sicilia (appena occupata dalle truppe alleate) e poi governatore militare di Napoli, Roma, Milano e della Lombardia?
La storia di Charles Poletti è esemplare.
Nato a Barre, nello stato americano del Vermont, il 2 luglio del 1903, è morto molto anziano nel 1999 a New York.
Discutiamo di questo personaggio perchè  figlio di genitori novaresi, precisamente il papà Giuseppe era originario di Pogno, sulle colline che incorniciano il lago d’Orta, e la mamma Carolina Gervasini di Varese. Suo padre,di professione scalpellino, emigrò da Pogno negli Stati Uniti a fine Ottocento, alla ricerca di lavoro e di una nuova vita.

Il giovane Charles si mette in luce come studente modello già  al liceo, e poi si paga l’università di Harvard vincendo numerose borse di studio. Per aiutarsi negli studi fa anche il venditore di giornali, il servitore alle tavole calde, il camalo sui barconi per il trasporto del bestiame, l’insegnante di ripetizioni. Attività tipiche dei giovani americani non benestanti.
Nel 1924 si laurea in scienze politiche e successivamente in giurisprudenza. Vince il concorso internazionale intitolato a Eleonora Duse e guadagna due anni di studio all’università di Roma. Perfeziona il suo italiano imparato in casa. Più tardi studia a Madrid apprendendo anche la lingua spagnola.
Nel 1928 trova immediato impiego presso uno dei più importanti studi legali di New York, studio diretto da John W.Davis candidato alla presidenza per il partito democratico.
Dagli anni Trenta in poi, Charles Poletti -tenace e dotato di spiccata intelligenza- sviluppa anche una carriera pubblica come consigliere nazionale democratico e come consigliere personale di Herbert Lehman, governatore di New York.
Diventa vice-governatore di New York, e poi coordinatore di pianificazione per la difesa nazionale, accelerando il programma di preparazione all’imminente guerra.

Ed è proprio la seconda guerra mondiale a lanciare Charles Poletti sulla scena mondiale. Nel 1943, quando americani e inglesi preparano l’invasione della Sicilia, l’avvocato nuovyorchese è nominato assistente speciale del ministro della guerra.
Charles Poletti sbarca in Africa Settentrionale, ad Algeri, nel maggio del 1943, ed entra a far parte del quartier generale di Patton, che comanderà l’invasione alleata della Sicilia. Il suo impatto con l’invasione è morbido perchè il colonnello americano non ha compiti militari, bensì di coordinamento di tutto il lavoro dello spionaggio, del controspionaggio e dei rapporti con la popolazione siciliana.
Vengono attribuiti a Poletti anche contatti con elementi italo-americani legati alla mafia, con il preciso intento di agevolare le truppe alleate nella conquista dei centri vitali della Sicilia. In ogni caso, Charles Poletti si comporta come un vero capo diventando il Governatore della Sicilia e poi di parte del Nord Italia dal luglio 1943 al maggio 1945.
Particolarmente interessante la visita al paese dei suoi genitori, Pogno, che Charles Poletti realizza nella primavera del 1945 e lui stesso racconta in una lunga intervista rilasciata al giornalista Liebmann. A Pogno viene accolto come un trionfatore accompagnato dal commissario comunista “Cino” Moscatelli, con i suoi partigiani. A Pogno conosce la zia Savina, l’ultima parente del ceppo dei Poletti.
Charles Poletti è uno dei primi ad arrivare a piazzale Loreto dove sono esposti i corpi di Mussolini e degli altri capi fascisti giustiziati sul lago di Como. Venne ricevuto sia da papa Pio XII che dal cardinale Montini, futuro papa Paolo VI; ebbe contatti con il generale Graziani, con il generale Cadorna, con il socialista Ferruccio Parri, con molti uomini politici e figure rappresentative del dopoguerra in Italia.

Il 20 luglio 1945 è decisamente una giornata “storica”  per Novara (come testimonia la foto donataci dall’Istituto della Resistenza della provincia di Novara). Vengono in visita ufficiale in città nientemeno che il generale Marshall  e il colonnello Charles Poletti allora governatore della Lombardia. Accolgono gli illustri ospiti il vescovo di Novara Leone Ossola, il prefetto Piero Fornara e il sindaco “Cino” Moscatelli.
Quando torna a New York dalla moglie Jean e dai suoi tre figli, Charles Poletti riceve numerose decorazioni e onorificenze per la preziosa opera svolta durante l’occupazione delle truppe alleate in Italia.
Riprende la sua attività sia politica (nel partito democratico) che di avvocato, brillando soprattutto come presidente della Fiera mondiale di New York.
Il figlio di un modesto e umile scalpellino di Pogno!

Gianfranco Capra

I “vecchi” stranieri del Novara Calcio

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Dionisio Arce

NOVARA, 13 APR 2010 – Esiste anche una storia, una bella storia dei calciatori stranieri che nel lontano passato hanno vestito la maglia del Novara.
Si inizia nel 1924 con il portiere Franz Feher, ungherese, altissimo per i tempi (188 cm), scovato a Parigi dal grande diirgente Piero Omodei-Zorini in occasione delle Olimpiadi di Parigi. Il longilineo Feher era portiere di riserva della Nazionale d’Ungheria già allora fortissima.
Feher era anche uno specialista nei calci di rigore, soprattutto nel batterli. Aveva percentuali di marcature altissime. Purtroppo, durante le finali di serie “B” del 1927 (dopo la prima promozione in serie “A” del Novara), Feher colse il palo e non riuscì a rientrare nella propria porta subendo il gol del reggiano Sereni. Fu un fatto che restò a lungo nella memoria degli sportivi del 900.
Dopo il primo straniero, cioè il simpatico Feher, il Novara tornò ad interessarsi di giocatori provenienti dall’estero nel secondo dopoguerra, dopo la promozione in “A” del 1948, per intenderci quella con Silvio Piola.
Arrivarono uno dopo l’altro diversi stranieri ed oriundi. Il primo fu il danese Ploeger, ala destra, prestatoci dalla Juventis che avventurosamente l’aveva “soffiato” al Milan in uno scompartimento del treno che portava Ploeger dalla Danimarca a Milano. E la squadra rossonera “ripiegò” sullo svedese Nordhal!
Ploeger era un bel giocatore, tecnico, veloce, piedi buoni, medaglia di bronzo alle Olimpiadi di Londra 1948. Ma aveva un difetto gravissimo per un attaccante: odiava con tutto il cuore l’area di rigore avversaria; addirittura forse non aveva mai appoggiato le scarpe nell’area piccola del portiere. Un fifone, un coniglio, tagliato fuori dal campionato italiano già allora molto atletico e spietato. Da noi fece una stagione modesta, e poi fu prestato dalla Juventus all’Udinese. Una meteora.
Andò meglio, anzi benissimo, con “Petisso” Pesaola, oriundo argentino, ala sinistra fantasiosa e sgusciante. Fu dato al Novara gratis dalla Roma, dopo un gravissino incidente di gioco.
E qui da noi “Petisso” (cioè uccellino) ritrovò salute fisica, morale, si innamorò della Miss Novara dell’epoca (Ornella Olivieri), la sposò e fu vantaggiosamente ceduto al Napoli dagli avveduti dirigenti novaresi. E nel Napoli è rimasto per il resto della sua lunga vita, giocando oltre 250 partite. E’ diventato poi allenatore vincendo lo scudetto con la Fiorentina nel 1969

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Alexander Arangelovich

Come dimenticare Alexander Arangelovich detto “Azza”, apolide, profugo dalla Jugoslavia, un po’ zingaro, un po’ guascone, ma dalla supersonica intelligenza matematica. Sapeva moltiplicare in un ameno 256×312, dando il risultato in un baleno. E così con i logaritmi, la trigonometria, tutto quello che sapeva di matematico.
Aveva una potenza eccezionale: io, ragazzo, lo vidi calciare il pallone, a piedi nudi, dal centro del campo sopra alla tettoia della tribuna centrale. Alcuni giocatori tentatorno di imitarlo, ma nessuno vi riuscì.
Janda il modesto e silenzioso tedesco, un “mulo” in campo, specie sui terreni appesantiti dalla pioggia. Rosen, di origine ebrea, giunto da noi nel finale di carriera, ma utilissimo per la grinta, il rendimento, la capacità di far squadra.
Poi il centravanti che sostituì Piola (impresa quasi impossibile) il paraguagio Dionisio Arce di madre sudamericana e di padre amerindo. Mezzo indio e mezzo spagnolo. Amava alla follia i cavalli, e spesso si rifugiava in campagna a cavalcare libero come un pampero. Segnava gol strepitosi con un tiro violento e preciso con palla che radeva l’erba come una falciatrice.
Arce litigava tutti i giorni con Bronée, il principe danese che giocava in punta di piedi con classe immensa ma scarsa voglia di soffrire. Preferiva le belle donne, cucina ricercata e balli tete-à-tete.
Senza dimenticare Evaristo Barrera, argentino di Santa Fè, che giocò con il Novara soltanto nella squadra di guerra. Eccelso ballerino di tango, cantante di milonga, sapeva fare tutto con la palla; specialista nel segnarti il rigore con la beffarda “rabona”.
L’ultimo straniero del Novara, prima della caduta in serie “C” (anni Sessanta) fu lo svedese Eidefiall, mezzala “mulo”. Aveva un’andatura con schiena gobbesca. Prima di entrare in campo, i compagni gli passavano la mano sulla gobba, porta fortuna. Uomo di grande lealtà e rendimento costante. Lasciò molti rimpianti.
Quegli anni dal 1948 al 1960 furono anni felici, quando il calcio presentava ancora una dimensione umana e noi  ipnotizzati davanti alla radio con l’incalzante verbosità di Niccolò Carosio che inventava gol mai realizzati ma faceva sognare.
 
Gianfranco Capra

L’attore Umberto Orsini: da giovane a Novara

Umberto Orsini con Romolo Valli

Umberto Orsini con Romolo Valli

NOVARA, 29  MAR 2010 - Umberto Orsini è nato a Novara nel 1934 e ha trascorso la sua gioventù nella nostra città, come studente-modello prima al liceo scientifico e poi al liceo classico “Carlo Alberto”, e come appassionato di sport.Lo troviamo segnalato sul volume “Diecimila ragazzi e un pallone”, ritratto storico del Torneo dei Ragazzi di Novara (anni 40 e 50), come vincitore dei campionati studenteschi del 1951 nel salto in alto, metri 1,60, e soprattutto nell’affollata corsa campestre. Orsini batte di misura il futuro avvocato Alfredo Monteverde, Corea, Maggeo e Piero Giordano. Nel basket studentesco, Orsini guida con Roberto “Cicci” Omodei-Zorini la squadra del “Carlo Alberto” ma con scarsa fortuna.

Eccelleva nella gare studentesche nel salto in lungo, nel salto in lungo, nella corsa campestre, nel basket e nel tennis da tavolo, volgarmente chiamato “ping pong”. Aveva provato anche con il calcio, nella squadra rionale della Edelweiss di Porta Mortara.

Dopo la maturità classica, si iscrive alla Statale di Milano alla facoltà di giurisprudenza, e intanto fa pratica presso un notaio novarese. Appassionato di teatro, una sera a Milano, rimane colpito dalla straordinaria interpretazione di Giorgio De Lullo in “Morte di un commesso viaggiatore” di Arthur Miller.

Orsini -cui è entrato nel sangue il bacillo del teatro- abbandona l’università, il lavoro dì’apprendistato, e decide di partire per Roma per frequentare l’Accademia di Arte drammatica, con insegnanti di prestigio quali Orazio Costa, Wanda Capodaglio, Sergio Tofano, Albamaria Setaccioli.
Anno scolastico 1955-1956: direttore Raul Radice, regista Orazio Costa, Umberto Orsini frequenta il 1° anno con una ventina di compagni di classe fra cui Armando Spadaro, Solveig D’Assunta, Maria Elena Zen.
Anno scolastico 1956-1957: sempre con gli stessi compagni di classe, interpreta a fine anno (precisamenbte il 7 aprile del 1957, allo studio Eleonora Duse di Roma) una commedia di Massimo Bontempelli “Nostra Dea” per la regia di un’allieva regista del terzo anno d’Accademia, Vilda Ciurlo.
Umberto Orsini, già notato da diverse compagnie, non riesce a frequentare il terzo e ultimo anno dell’Accademia d’Arte drammatica (intitolata a Silvio D’Amico) perchè chiamato dalla già famosa Compagnia dei Giovani ad interpretare un ruolo ne “Il diario di Anna Frank”, regia di Giorgio De Lullo.

Umberto Orsini con Tino Carraro

Umberto Orsini con Tino Carraro

Orsini debutta ufficialmente sulle scene nella stagione 1956-1957 quando la “Compagnia dei Giovani” porta in tournée in Sudamerica lo straziante dramma della ragazza ebrea olandese. In quell’occasione, Umberto Orsini è chiamato a sostituire Luca Ronconi nel personaggio di Peter van Daan. Lo stesso attore novarese interpreta nel 1957 il ruolo di “Simonetto” ne “La fiaccola sotto il moggio” di D’Annunzio.
Il lancio di Umberto Orsini si completa con i “Giovani” interpretando tre testi di grande spessore come “D’amore si muore” di Patroni Griffi, “Il buio in cima alle scale” di William Inge, “Sesso debole” di Bourdet.

Dopo queste interpretazioni, Umberto Orsini si afferma cone uno dei più promettenti attori giovani italiani. Tanto da attirare anche l’attenzione del cinema e della televisione.
Debutta sullo schermo addirittura ne “La dolce vita” di Fellini, mentre in TV è giovane protagonista nel 1960 de “La Pisana”.
Ma i maggiori successi nel cinema arriveranno con Luchino Visconti mentre in TV resterà memorabile la sua interpretazione moderna e spoglia del commissario di polizia fascista in “Notti e nebbie” diretto da Marco Tullio Giordana.

A Novara, Orsini ha debuttato al teatro Coccia addirittura nel 1963 con un dramma russo “La promessa” interpretato da Albertazzi e Anna Proclemer.
Ci sono voluti vent’anni di attesa, prima che l’attore novarese tornasse “figliol prodigo” nella sua città. Accadde nel 1984 con un forte dramma di Cocxteau “L’aquila a due teste” interpretato con Rossella Falk, regia di Gabriele Lavia.
In questi ultimi 25 anni, Umberto Orsini è tornato puntualmente a Novara (al Coccia o al Faraggiana) sempre con immutato successo.

Gianfranco Capra

Cent’anni fa nasceva la Nazionale di calcio

Era il 15 maggio 1910 – Gli azzurri giocarono e vinsero 6-2 all’Arena di Milano contro la Francia

La prima Nazionale Italiana di Calcio (anno 1910)

5 maggio 1910: il primo allenamento della prima Nazionale Italiana. Nella foto i "probabili" che battendo i "possibili" vennero scelti in blocco per formare la nuova Nazionale

NOVARA, 16 MAR 2010 - E’ certamente da considerare una data storica il 15 maggio 1910, perchè in quel giorno, precisamente alle ore 15,30, debuttava la Nazionale italiana di calcio.

Il palcoscenico fu l’Arena di Milano, quel mitico impianto che aveva ospitato le più importanti manifestazioni sportive di fine 800 e inizio 900. L’Italia -allora in maglia bianca e calzoncini neri- incontrò la più esperta Nazionale di Francia che aveva debuttato nel 1904.

 

L’Italia fu uno degli ultimi Paesi ad organizzare una squadra Nazionale nel calcio. L’avevano preceduta ovviamente le Nazionali di scuola inglese, cioè Inghilterra, Galles, Irlanda e Scozia. E anche molti Paesi europei come Austria, Svizzera, Belgio, Germania, Norvegia, Svezia….

 

Ritardo dovuto alle difficoltà di organizzare la Federazione, nata a Torino e poi trasferita a Milano.

Le due metropoli del Nord costituirono con Genova la base per il varo del gioco del calcio, il “football”. Il calcio italiano entrò ufficialmente nella Federazione Internazionale nel 1905.

 

Si cominciò a parlare di rappresentativa Nazionale quando si venne a conoscenza dei risultati delle altre Nazionali, specialmente quelle vicino a noi: Austria, Svizzera, Francia. I primi passi, decisi, furono compiuti nella primavera del 1910 quando la Federazione del calcio era guidata dal ragioniere milanese Luigi Bosisio, con segretario generale Arturo Baraldi che presto passava le consegne ad un giovane torinese, Vittorio Pozzo, classe 1886.

 

Le squadre partecipanti al campionato del 1910 furono ben nove, numero considerevole per quei tempi, con la Pro Vercelli (campione d’Italia 1907 e 1908), il Genoa, l’Andrea Doria di Genova, il Torino, la Juventus di Torino, l’Internazionale di Milano, il Milan, l’Unione Milanese e l’Ausonia di Milano. Dunque, due squadre di Genova; due di Torino; quattro di Milano più l’unica provinciale, la Pro Vercelli.

 

Il campionato, disputato per la prima volta a girone unico con partite di andata e ritorno (sedici partite per ogni squadra), iniziò nel novembre del 1909 e registrò una battaglia implacabile fra tre squadre: Internazionale di Milano, Pro Vercelli e Juventus; quest’ultima venne staccata nelle ultime partite. Finirono in parità, dopo 16 partite, l’Internazionale di Milano e la Pro Vercelli, con 25 punti a testa.

 

E’  necessario quindi uno spareggio, fissato dalla Federazione per il 24 aprile 1910. C’è contrasto sulla sede: i nerazzurri pretendono un campo neutro, la Pro Vercelli insiste per giocare sul proprio terreno, perchè campione d’Italia uscente e perchè vanta il miglior quoziente reti (46 gol fatti contro 15 subiti) rispetto all’Internazionale (gol fatti 55, subiti 26).

 

La Federazione decide per il campo di Vercelli. Ma i dirigenti della “Pro”, avendo molti giocatori della propria squadra impegnati in un torneo militare (a quel tempo c’era molta riverenza verso le autorità con le stellette!), chiedono un rinvio della partita al 1° maggio.

 

La richiesta è respinta sia dall’Internazionale (poco sportiva) che dalla Federazione. Quindi domenica 24 aprile, sul campo della Fiera di Vercelli, l’Internazionale incontra e maramaldeggia contro una squadra vercellese composta da ragazzi di 10-15 anni, inviata in campo come gesto di clamorosa protesta.

 

L’Internazionale vince facilmente per 10 a 3, arbitro Umberto Meazza (dell’Unione Sportiva Milanese) e si aggiudica il suo primo scudetto tricolore.

 

La Federazione squalifica sino al 31 dicembre 1910 tutti i titolari della Pro Vercelli. A causa di questa sanzione, nessun giocatore della Pro Vercelli viene convocato per i primi allenamenti e poi per i primi incontri della Nazionale.

 

Intanto, l’idea della Nazionale “corre” ed entusiasma dirigenti, giocatori e tifosi. La Federazione vara una commissione tecnica composta da Umberto Meazza (Unione Sportiva Milanese), Alberto Crivelli (Ausonia Milano), Agostino Recalcati (Milan), Giuseppe Gama (Internazionale) e Gianni Camperio pure milanese.

 

Questa Commissione sceglie come allenatore Umberto Meazza, e convoca venticinque giocatori, facendo disputare all’Arena di Milano il 5 maggio una partita di allenamento fra “probabili” e “possibili”. Alla fine viene decisa la seguente formazione che debutterà in Nazionale contro la Francia:

portiere, Mario De Simoni (U.S.Milanese)

difensori, Franco Varisco (U.S.Milanese), Francesco Calì (Andrea Doria Genova) capitano, Attilio Trerè (Ausonia Milano), Virgilio Fossati (Internazionale)

centrocampo, Domenico Capello (Torino), Franco Bontadini (Milan), Giuseppe Rizzi (Ausonia)

attaccanti, Aldo Cevenini (Milan), Pietro Lana (Milan), Arturo Bojocchi (U.S.Milanese).

 

Bontadini, infortunato, sarà poi sostituito da Enrico Debernardi (Torino).

 

Il primo capitano della prima Nazionale italiana è Francesco Calì, detto Franz, difensore dell’Andrea Doria. Aveva iniziato la carriera di calciatore quand’era studente in Svizzera, ha giocato poi nel “Doria” per diverse stagioni senza vincere mai lo scudetto.

 

La partita con la Francia, disputata all’Arena di Milano di fronte ad un nutrito numero di spettatori (4000 circa!), ha uno sviluppo abbastanza imprevedibile. L’Italia parte forte e mette in difficoltà i più compassati francesi.

 

Nel primo tempo vanno a segno il milanista Lana e l’interista Fossati. In apertura di ripresa, reazione dei transalpini che vanno in gol con Sellier, poi dopo un’ora di gioco fioccano le marcature: segnano nell’ordine ancora Lana, il francese Ducret, Rizzi dell’Ausonia Milano. Sul punteggio di 4 a 2, la partita ha un momento di pausa. I giocatori appaiono stanchissimi.

 

Nel finale, sorretti dal pubblico entusiasta, gli italiani passano ancora due volte con il torinista Debernardi e ancora Lana su calcio di rigore. Finisce con un trionfale 6 a 2, il debutto della Nazionale d’Italia.

 

La seconda partita del 1910, giocata il 26 maggio, a Budapest sul terreno del “Millenaris”, si configura come una mezza disfatta: 6 a 1 a favore dei fortissimi magiari di Jeno Karoly (futuro allenatore della Juventus).

 

Ma storicamente importante è stato il debutto della Nazionale italiana che entra nella storia con un netto successo. In cento anni gli “azzurri” hanno giocato più di ottocento partite!

Con un bottino considerevole: quattro titoli mondiali; un titolo europeo; un titolo olimpionico.

 

Gianfranco Capra

Lo stadio comunale campo di concentramento

“State lontani dallo stadio” raccomandavano le mamme preoccupate. “Non avvicinatevi per nessun motivo, è pericoloso”. 

NOVARA, 5 MAR 2010 – La guerra -sono passati più di 60 anni- ha mostrato anche aspetti curiosi, inconsueti, comunque terribili.

Lo stadio comunale di via Alcarotti fu trasformato, per alcuni giorni del 1945, in un campo di concentramento

Lo stadio comunale di via Alcarotti fu trasformato, per alcuni giorni del 1945, in un campo di concentramento

Per esempio, dal 28 aprile 1945 al 20 maggio dello stesso anno, lo stadio comunale di Novara, dove solitamente si giocava a calcio, venne trasformato di botto in un campo di concentramento!
Il Torneo benefico lombardo, allora in piena attività, era stato opportunamente sospeso, causa l’incalzare degli eventi. La progressiva ineluttabile ritirata delle truppe tedesche, l’avanzata irresistibile delle armate Alleate, le continue scorribande dei partigiani che fra il 25 e 26 aprile 1945 si impadronivano delle principali città del Nord, avevano determinato una situazione nuova, attesa in maniera angosciosa ma anche con tanta speranza dalla popolazione.
 
Era la Liberazione, che sarà tradizionalmente festeggiata il 25 aprile.
 
Successe che un folto gruppo di fuggiaschi, 1700 persone circa, si era formato a Vercelli nella giornata del 26 aprile. Guidava questa colonna il prefetto di Vercelli Michele Morsero. La componevano in prevalenza ufficiali e soldati di battaglioni della Repubblica Sociale Italiana, oltre a qualche persona convolta con il fascismo repubblicano, qualche famiglia con donne e bambini (pochi). L’idea era quella di raggiungere il ridotto nella Valtellina dove si vociferava fosse stata organizzata l’ultima resistenza del fascismo morente.
 
La colonna non attraversò Novara, che era già in mano ai partigiani di Moscatelli. Fece un giro più largo con l’intenzione di passare il Ticino sul ponte di Oleggio. Ma a Castellazzo Novarese, la colonna Morsero fu intercettata e bloccata da gruppi di partigiani che ormai presidiavano tutta la provincia novarese. Era il 27 aprile 1945, e i fuggiaschi furono tenuti sotto controllo nel vetusto castello di Castellazzo, diventato fattoria contadina.
 
Il giorno dopo, il 28 aprile, fu deciso di trasferire tutta la colonna a Novara, a piedi, lungo la strada della Valsesia. I prigionieri -perchè ormai erano considerati come tali- vennero fermati in largo san Martino e lungo la via Pietro Micca, in attesa di trovare una soluzione che si presentava ardua e non facile. Infatti, le carceri del Castello Sforzesco erano stracolme, e poi il volume della colonna Morsero (1700 uomini circa) era tale da preoccupare.
 
“Dove la mettiamo tutta ’sta gente?”
 

Michele Morsero

Michele Morsero, fotografato poco prima di essere fucilato

Alla fine si trovò una soluzione di emergenza ma efficace. La colonna Morsero venne raggruppata nello stadio comunale dove il Novara giocava le sue partite di calcio; le donne e le famiglie invece trovarono rifugio presso l’asilo e le scuole elementari di San Martino. Un altro gruppo di fuggiaschi fu portato alle scuole Ferrandi.
 
Quello che accade in quei venti giorni di prigionia è narrato in un bel volume scritto dal milanese Pierangelo Pavesi che, a suo tempo, ha intervistato alcuni dei superstiti di quei giorni terribili.
Alcuni prigionieri furono prelevati dallo stadio e portati alla morte, con documenti di prelievo spesso fantomatici; qualche cadavere galleggerà nei giorni successivi nelle acque del canale Cavour.
Un folto gruppo di circa cento persone, con il prefetto Morsero, verrà condotto a Vercelli e condannato a morte nel manicomio di quella città con una tremenda carneficina.
Alcuni prigionieri riuscirono nottetempo a scavalcare le mura di cinta dello stadio.
 
Accadde di tutto in quei venti giorni post-Liberazione.
 
Lo stadio di calcio del Novara fu ridotto in condizioni pietose dagli oltre mille prigionieri fascisti, che potevano disporre soltanto di tre gabinetti e di altri servizi molto precari. Mancava anche l’acqua, mentre un po’ di cibo sommario (pane e gorgonzola) fu distribuito ai prigionieri da alcune donne novaresi guidate da Rina Musso che aveva attinto le provviste grazie all’organizzazione del Vescovo Leone Ossola (la cosiddetta “Carità del Vescovo”).
 
I partigiani vigilavano sui prigionieri con alcune mitragliatrici piazzate sulle tribune e sulle gradinate popolari, mentre l’intera cinta dello stadio era stata attrezzata con robusto filo spinato.
 
A noi ragazzi, che abitavano nei pressi dello stadio, era stato proibito di avvicinarsi all’impianto sportivo. In ogni caso, guardavano quel che si poteva vedere dall’alto del mercato coperto, dalla parte della via Marconi. E non era certamente un bello spettacolo.
 
In quei venti giorni di disastro furono distrutti gli archivi cartacei di Novara calcio, Sparta e Pro Novara che avevano le loro sedi sotto le tribune e le gradinate. Anche tutti i servizi e il campo da gioco, dopo l’evacuazione di tutti i prigionieri verso altri campi allestiti dagli Alleati, apparivano in uno stato pietoso.
 
La prigionia finì il 20 maggio, e ci volle del tempo per ripulire lo stadio comunale di Novara da tutte gli escrementi e i rifiuti che si erano accumulati in quei giorni di internamento.
 
Quello stadio, inaugurato nel 1931, teatro di gioiosi e appassionati spettacoli sportivi di calcio, ciclismo, atletica leggera, ginnastica, equitazione, aveva subito l’oltraggio di trasformarsi, suo malgrado, in campo di concentramento.
 
I tempi erano quelli. Dopo il risanamento dello stadio, tutti ci rallegrammo quando il Novara calcio potè concludere il suo torneo lombardo battendo nettamente la squadra del Meda, con tre gol di Silvio Piola. Il calcio, lo sport, erano tornati padroni del campo di calcio. E questa fu una bella notizia. La guerra era veramente finita.
 
Gianfranco Capra

Claretta Petacci “ospite” del castello-carcere di Novara

Claretta Petacci

Claretta Petacci

NOVARA, 22 FEB 2010 – Si parla tanto del Castello Sforzesco di Novara nel quale sono in corso radicali lavori di restauro. E’ noto che il Castello novarese, antico di alcuni secoli, fu adibito fino al 1972 come carcere giudiziario, e nel corso degli anni ebbe anche “ospiti” famosi.
 
Uno di questi “ospiti” fu Claretta Petacci, diventata popolare e famosa per essere stata l’amante del Duce Mussoilini per alcuni anni, dal 1934 fino al tragico 28 aprile del 1945. La Petacci venne rinchiusa nel castello-carcere di Novara insieme a gran parte della sua famiglia.
Clara Petacci, detta Claretta, nasce nel 1912, e conosce Benito Mussolini negli anni trenta. Il 25 luglio del 1943 viene informata dallo stesso Duce che il Gran Consiglio del fascismo l’ha sfiduciato. Una telefonata notturna alla villa Camilluccia, residenza della famiglia Petacci: “Cerca di metterti al riparo…fà come ti dico, altrimenti potrebbe essere peggio…”.
Il Duce è caduto. Il regime sta crollando. Il giorno dopo, 26 luglio, il Duce sarà arrestato dai carabinieri dopo una visita-colloquio con il Re Vittorio Emanuele III.
Il 27 luglio, seguendo il consiglio di Mussolini, la famiglia Petacci ha già pronte le valigie, lascia Roma e raggiunge Meina, sul lago Maggiore, dove vive Myriam Petacci con il marito, il marchese Armando Buggiaro. Eventualmente, la Svizzera è a due passi.
Myriam è la sorella minore di Claretta (nata nel 1923). Da poco è entrata nel mondo del cinema, apparendo in due film: nel 1942 in “Le vie del cuore” di Camillo Mastrocinque, una commedia con Adriano Rimoldi e Clara Calamai; e nell’aprile del 1943 in “L’amico delle donne” di Ferdinando M.Poggioli, con Luigi Cimara, Laura Adani e Claudio Gora. Il suo nome d’arte è Myriam di San Servolo.
La famiglia Petacci, che fugge da Roma, è composta dal padre professor Francesco Saverio, stimato archiatra pontificio e già medico personale di Pio XI; dalla madre Giuseppina Persighetti; dalla figlia Claretta. Oltre a Myriam, c’è anche il fratello Marcello Petacci che rimane a Roma con la moglie e i suoi due figli.
 

Il castello-carcere di Novara

Il castello-carcere di Novara

Il 12 agosto 1943 la famiglia Petacci è arrestata a Meina e tradotta nel carcere di Novara per ordine del maresciallo Badoglio che è il nuovo capo di un governo composto da militari e tecnici. Gli storici più accreditati affermano che l’arresto dei Petacci fu completamente illegale; al professor Francesco Saverio venne addebitato soltanto l’acquisto incauto di un tappeto persiano….
Nel carcere di Novara i quattro Petacci attendono gli sviluppi di una situazione che appare piuttosto intricata e densa di pericoli. In quei frangenti, Claretta, nel buio della cella, prigioniera dell’umidità e del sudiciume, cade in preda alla disperazione. La sostiene una piccola donna novarese, Rina Musso, patronessa delle carceri e rappresentante del Vescovo. Rina Musso cerca di alleviare le più urgenti necessità della donna, fornendole appoggi morali e materiali.
I carcerieri sanno bene chi è quella giovane donna. Il 29 agosto 1943 una mano ignota getta nella cella di Claretta una copia del “Corriere della Sera”, dove in prima pagina appare un titolo che la sconvolge. “L’avventura di Claretta Petacci”, con un articolo non firmato, nel quale si narrano le vicende amorose di Benito Mussolini e della giovane amante. Soltanto dopo la guerra si conoscerà il nome dell’autore dell’articolo scoop, l’estroso cronista romano Vincenzo Talarico.
Claretta resiste, pur mal sopportando quell’ambiente nel quale convivono pidocchi e lordure assortite. I secondini non si comportano da gentlemen, qualcuno arriva a sfiorare punte di sadismo. In quella situazione disperata, Claretta riesca a trovare una nuova dimensione umana e si trasforma da piccola borghese viziata in una donna vera.

La storia non si ferma. Claretta intanto non ha più notizie certe del suo Benito, anche se qualche soffiata trapela nel carcere di Novara. Arriva l’8 settembre 1943, data fatidica, a rimescolare le carte della politica e della società italiana. Nasce la Repubblica Sociale Italiana, i tedeschi occupano il nord dell’Italia, la famiglia Petacci viene liberata il 17 settembre.
Claretta rivedrà presto Mussolini sul lago di Garda. Le sue preghiere sono state esaudite. Ma Benito Mussolini adesso è un’altra persona, non più il focoso amante della sala dello Zodiaco a Palazzo Venezia, a Roma. Appare spento, annebbiato, smarrito, come estraneo.
Nonostante tutto, Claretta resta vicina al “suo” Benito, sfidando le scenate della moglie Rachele, i controlli asfissianti degli occhiuti tedeschi, l’aperta ostilità dei nuovi dirigenti del fascismo repubblicano.
Seguirà Benito Mussolini sino all’estremo, sacrificandosi con lui il 28 aprile del 1945, davanti al cancello di una casa di Mulino di Mezzegra, sul lago di Como, entrambi falciati dalla scarica di una mitragliatrice partigiana.
Non un’eroina, comunque una donna che ha seguito l’uomo amato nella buona e nella cattiva sorte.

Gianfranco Capra

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