Lo stadio comunale campo di concentramento

“State lontani dallo stadio” raccomandavano le mamme preoccupate. “Non avvicinatevi per nessun motivo, è pericoloso”. 

NOVARA, 5 MAR 2010 – La guerra -sono passati più di 60 anni- ha mostrato anche aspetti curiosi, inconsueti, comunque terribili.

Lo stadio comunale di via Alcarotti fu trasformato, per alcuni giorni del 1945, in un campo di concentramento

Lo stadio comunale di via Alcarotti fu trasformato, per alcuni giorni del 1945, in un campo di concentramento

Per esempio, dal 28 aprile 1945 al 20 maggio dello stesso anno, lo stadio comunale di Novara, dove solitamente si giocava a calcio, venne trasformato di botto in un campo di concentramento!
Il Torneo benefico lombardo, allora in piena attività, era stato opportunamente sospeso, causa l’incalzare degli eventi. La progressiva ineluttabile ritirata delle truppe tedesche, l’avanzata irresistibile delle armate Alleate, le continue scorribande dei partigiani che fra il 25 e 26 aprile 1945 si impadronivano delle principali città del Nord, avevano determinato una situazione nuova, attesa in maniera angosciosa ma anche con tanta speranza dalla popolazione.
 
Era la Liberazione, che sarà tradizionalmente festeggiata il 25 aprile.
 
Successe che un folto gruppo di fuggiaschi, 1700 persone circa, si era formato a Vercelli nella giornata del 26 aprile. Guidava questa colonna il prefetto di Vercelli Michele Morsero. La componevano in prevalenza ufficiali e soldati di battaglioni della Repubblica Sociale Italiana, oltre a qualche persona convolta con il fascismo repubblicano, qualche famiglia con donne e bambini (pochi). L’idea era quella di raggiungere il ridotto nella Valtellina dove si vociferava fosse stata organizzata l’ultima resistenza del fascismo morente.
 
La colonna non attraversò Novara, che era già in mano ai partigiani di Moscatelli. Fece un giro più largo con l’intenzione di passare il Ticino sul ponte di Oleggio. Ma a Castellazzo Novarese, la colonna Morsero fu intercettata e bloccata da gruppi di partigiani che ormai presidiavano tutta la provincia novarese. Era il 27 aprile 1945, e i fuggiaschi furono tenuti sotto controllo nel vetusto castello di Castellazzo, diventato fattoria contadina.
 
Il giorno dopo, il 28 aprile, fu deciso di trasferire tutta la colonna a Novara, a piedi, lungo la strada della Valsesia. I prigionieri -perchè ormai erano considerati come tali- vennero fermati in largo san Martino e lungo la via Pietro Micca, in attesa di trovare una soluzione che si presentava ardua e non facile. Infatti, le carceri del Castello Sforzesco erano stracolme, e poi il volume della colonna Morsero (1700 uomini circa) era tale da preoccupare.
 
“Dove la mettiamo tutta ’sta gente?”
 

Michele Morsero

Michele Morsero, fotografato poco prima di essere fucilato

Alla fine si trovò una soluzione di emergenza ma efficace. La colonna Morsero venne raggruppata nello stadio comunale dove il Novara giocava le sue partite di calcio; le donne e le famiglie invece trovarono rifugio presso l’asilo e le scuole elementari di San Martino. Un altro gruppo di fuggiaschi fu portato alle scuole Ferrandi.
 
Quello che accade in quei venti giorni di prigionia è narrato in un bel volume scritto dal milanese Pierangelo Pavesi che, a suo tempo, ha intervistato alcuni dei superstiti di quei giorni terribili.
Alcuni prigionieri furono prelevati dallo stadio e portati alla morte, con documenti di prelievo spesso fantomatici; qualche cadavere galleggerà nei giorni successivi nelle acque del canale Cavour.
Un folto gruppo di circa cento persone, con il prefetto Morsero, verrà condotto a Vercelli e condannato a morte nel manicomio di quella città con una tremenda carneficina.
Alcuni prigionieri riuscirono nottetempo a scavalcare le mura di cinta dello stadio.
 
Accadde di tutto in quei venti giorni post-Liberazione.
 
Lo stadio di calcio del Novara fu ridotto in condizioni pietose dagli oltre mille prigionieri fascisti, che potevano disporre soltanto di tre gabinetti e di altri servizi molto precari. Mancava anche l’acqua, mentre un po’ di cibo sommario (pane e gorgonzola) fu distribuito ai prigionieri da alcune donne novaresi guidate da Rina Musso che aveva attinto le provviste grazie all’organizzazione del Vescovo Leone Ossola (la cosiddetta “Carità del Vescovo”).
 
I partigiani vigilavano sui prigionieri con alcune mitragliatrici piazzate sulle tribune e sulle gradinate popolari, mentre l’intera cinta dello stadio era stata attrezzata con robusto filo spinato.
 
A noi ragazzi, che abitavano nei pressi dello stadio, era stato proibito di avvicinarsi all’impianto sportivo. In ogni caso, guardavano quel che si poteva vedere dall’alto del mercato coperto, dalla parte della via Marconi. E non era certamente un bello spettacolo.
 
In quei venti giorni di disastro furono distrutti gli archivi cartacei di Novara calcio, Sparta e Pro Novara che avevano le loro sedi sotto le tribune e le gradinate. Anche tutti i servizi e il campo da gioco, dopo l’evacuazione di tutti i prigionieri verso altri campi allestiti dagli Alleati, apparivano in uno stato pietoso.
 
La prigionia finì il 20 maggio, e ci volle del tempo per ripulire lo stadio comunale di Novara da tutte gli escrementi e i rifiuti che si erano accumulati in quei giorni di internamento.
 
Quello stadio, inaugurato nel 1931, teatro di gioiosi e appassionati spettacoli sportivi di calcio, ciclismo, atletica leggera, ginnastica, equitazione, aveva subito l’oltraggio di trasformarsi, suo malgrado, in campo di concentramento.
 
I tempi erano quelli. Dopo il risanamento dello stadio, tutti ci rallegrammo quando il Novara calcio potè concludere il suo torneo lombardo battendo nettamente la squadra del Meda, con tre gol di Silvio Piola. Il calcio, lo sport, erano tornati padroni del campo di calcio. E questa fu una bella notizia. La guerra era veramente finita.
 
Gianfranco Capra

Claretta Petacci “ospite” del castello-carcere di Novara

Claretta Petacci

Claretta Petacci

NOVARA, 22 FEB 2010 – Si parla tanto del Castello Sforzesco di Novara nel quale sono in corso radicali lavori di restauro. E’ noto che il Castello novarese, antico di alcuni secoli, fu adibito fino al 1972 come carcere giudiziario, e nel corso degli anni ebbe anche “ospiti” famosi.
 
Uno di questi “ospiti” fu Claretta Petacci, diventata popolare e famosa per essere stata l’amante del Duce Mussoilini per alcuni anni, dal 1934 fino al tragico 28 aprile del 1945. La Petacci venne rinchiusa nel castello-carcere di Novara insieme a gran parte della sua famiglia.
Clara Petacci, detta Claretta, nasce nel 1912, e conosce Benito Mussolini negli anni trenta. Il 25 luglio del 1943 viene informata dallo stesso Duce che il Gran Consiglio del fascismo l’ha sfiduciato. Una telefonata notturna alla villa Camilluccia, residenza della famiglia Petacci: “Cerca di metterti al riparo…fà come ti dico, altrimenti potrebbe essere peggio…”.
Il Duce è caduto. Il regime sta crollando. Il giorno dopo, 26 luglio, il Duce sarà arrestato dai carabinieri dopo una visita-colloquio con il Re Vittorio Emanuele III.
Il 27 luglio, seguendo il consiglio di Mussolini, la famiglia Petacci ha già pronte le valigie, lascia Roma e raggiunge Meina, sul lago Maggiore, dove vive Myriam Petacci con il marito, il marchese Armando Buggiaro. Eventualmente, la Svizzera è a due passi.
Myriam è la sorella minore di Claretta (nata nel 1923). Da poco è entrata nel mondo del cinema, apparendo in due film: nel 1942 in “Le vie del cuore” di Camillo Mastrocinque, una commedia con Adriano Rimoldi e Clara Calamai; e nell’aprile del 1943 in “L’amico delle donne” di Ferdinando M.Poggioli, con Luigi Cimara, Laura Adani e Claudio Gora. Il suo nome d’arte è Myriam di San Servolo.
La famiglia Petacci, che fugge da Roma, è composta dal padre professor Francesco Saverio, stimato archiatra pontificio e già medico personale di Pio XI; dalla madre Giuseppina Persighetti; dalla figlia Claretta. Oltre a Myriam, c’è anche il fratello Marcello Petacci che rimane a Roma con la moglie e i suoi due figli.
 

Il castello-carcere di Novara

Il castello-carcere di Novara

Il 12 agosto 1943 la famiglia Petacci è arrestata a Meina e tradotta nel carcere di Novara per ordine del maresciallo Badoglio che è il nuovo capo di un governo composto da militari e tecnici. Gli storici più accreditati affermano che l’arresto dei Petacci fu completamente illegale; al professor Francesco Saverio venne addebitato soltanto l’acquisto incauto di un tappeto persiano….
Nel carcere di Novara i quattro Petacci attendono gli sviluppi di una situazione che appare piuttosto intricata e densa di pericoli. In quei frangenti, Claretta, nel buio della cella, prigioniera dell’umidità e del sudiciume, cade in preda alla disperazione. La sostiene una piccola donna novarese, Rina Musso, patronessa delle carceri e rappresentante del Vescovo. Rina Musso cerca di alleviare le più urgenti necessità della donna, fornendole appoggi morali e materiali.
I carcerieri sanno bene chi è quella giovane donna. Il 29 agosto 1943 una mano ignota getta nella cella di Claretta una copia del “Corriere della Sera”, dove in prima pagina appare un titolo che la sconvolge. “L’avventura di Claretta Petacci”, con un articolo non firmato, nel quale si narrano le vicende amorose di Benito Mussolini e della giovane amante. Soltanto dopo la guerra si conoscerà il nome dell’autore dell’articolo scoop, l’estroso cronista romano Vincenzo Talarico.
Claretta resiste, pur mal sopportando quell’ambiente nel quale convivono pidocchi e lordure assortite. I secondini non si comportano da gentlemen, qualcuno arriva a sfiorare punte di sadismo. In quella situazione disperata, Claretta riesca a trovare una nuova dimensione umana e si trasforma da piccola borghese viziata in una donna vera.

La storia non si ferma. Claretta intanto non ha più notizie certe del suo Benito, anche se qualche soffiata trapela nel carcere di Novara. Arriva l’8 settembre 1943, data fatidica, a rimescolare le carte della politica e della società italiana. Nasce la Repubblica Sociale Italiana, i tedeschi occupano il nord dell’Italia, la famiglia Petacci viene liberata il 17 settembre.
Claretta rivedrà presto Mussolini sul lago di Garda. Le sue preghiere sono state esaudite. Ma Benito Mussolini adesso è un’altra persona, non più il focoso amante della sala dello Zodiaco a Palazzo Venezia, a Roma. Appare spento, annebbiato, smarrito, come estraneo.
Nonostante tutto, Claretta resta vicina al “suo” Benito, sfidando le scenate della moglie Rachele, i controlli asfissianti degli occhiuti tedeschi, l’aperta ostilità dei nuovi dirigenti del fascismo repubblicano.
Seguirà Benito Mussolini sino all’estremo, sacrificandosi con lui il 28 aprile del 1945, davanti al cancello di una casa di Mulino di Mezzegra, sul lago di Como, entrambi falciati dalla scarica di una mitragliatrice partigiana.
Non un’eroina, comunque una donna che ha seguito l’uomo amato nella buona e nella cattiva sorte.

Gianfranco Capra

L’incontro fra San Gaudenzio e Sant’Ambrogio da Milano

Il mosaico raffigurante l'incontro tra i due Santi, realizzato da Bruno Polver ed esposto a Palazzo Cabrino, sede del Comune di Novara (fotografia: Massimo Mormile)

Il mosaico raffigurante l'incontro tra i due Santi, realizzato da Bruno Polver ed esposto a Palazzo Cabrino, sede del Comune di Novara (fotografia: Massimo Mormile)

NOVARA, 13 FEB 2010 - Dopo il martirio di Lorenzo, fraterno amico di Gaudenzio, il nostro Patrono subì la persecuzione del vescovo eretico Ausenzio da Milano che gli inflisse il carcere e la flagellazione. Erano in corso in quegli anni bui violente lotte contro la nascente fede cristiana. Siamo intorno agli anni 350-360 dopo Cristo.
Gaudenzio riuscì a sopravvivere e si ritirò in preghiera. Una notte, mentre soggiornava in un castello, le mura di questo presero fuoco minacciando un incendio disastroso. La leggenda-storia narra che Gaudenzio girò attorno all’immenso braciere con cantici spirituali pronto “ad opporre il segno della croce alle lingueggianti fiamme”. La benedizione di Gaudenzio fece ripiegare impotenti le fiamme. Questo fu considerato uno dei miracoli del nostro Patrono. 

A questo punto entra in scena, nella tormentata vita di Gaudenzio, il celebre vescovo di Milano, Ambrogio. Stava tornando da Vercelli, dove aveva sopito una discodia sorta nel popolo per la nomina del nuovo vescovo. Già annottava e disse al conducente di affrettarsi. Ma, appena oltrepassata Novara, il cavallo si fermò e non volle più proseguire.

Fu così che Ambrogio, per divina aspirazione, conobbe il motivo della misteriosa fermata. Disse ai compagni di viaggio: “Non potremo proseguire il viaggio, se prima non avremo veduto il beato Gaudenzio”. Ciò detto, ritornò verso Novara recandosi alla dimora di Gaudenzio.

Questi, presago dell’arrivo di Ambrogio, lo stava aspettando. S’affrettò ad incontrarlo, anche se già l’aveva conosciuto. I due futuri Santi si abbracciarono teneramente. Ambrogio al saluto aggiunse una rivelazione profetica ”Tu sarai vescovo”, al che Gaudenzio rispose. “Sì, ma sarò fatto vescovo da un altro”. Volendo significare che Ambrogio sarebbe morto prima di lui, Gaudenzio. 

Così entrambi furono profeti.

Ambrogio sarebbe morto nel 397, e gli succedette Simpliciano che, interpretando il volere del popolo di Novara come volere di Dio, consacrò Gaudenzio primo vescovo della nostra città.

 

Alla nuova dignità ecclesiale corrispose in Gaudenzio tanto fervore di zelo che nessuno in Novara restò senza battesimo e perfino i persecutori e carnefici di Lorenzo furono illuminati dalla nuova luce del nascente cristiuanesimo,

Gaudenzio, dopo anni operosi sul piano delle fede e su quello sociale, di incalcolabile progresso per Novara, rese l’anima a Dio il 22 gennaio del 417.

Gli successe il suo amatissimo discepolo Agabio, ritenuto il più degno a succedergli nel governo della Chiesa novarese. 

 

Gianfranco Capra

Alfredo Giannoni – Un mecenate da ricordare

Alfredo Giannoni

Alfredo Giannoni

NOVARA, 3 FEB 2010 - Si parla spesso di “galleria Giannoni” riferendosi a quell’enorme mole di quadri che attendono da tempo di essere riportati alla luce e alla visione del pubblico novarese.
E’ dunque giusto ricordare la figura e le opere di Alfredo Giannoni, il munifico mecenate che fra il 1930 e il 1938 donò al Comune di Novara ben 872 opere d’arte, fra quadri, sculture, disegni e opere grafiche.

Un grande benefattore. Un uomo di cultura e di cuore. Nasce a Novara nel 1862, si diploma ragioniere al mitico “Mossotti” e prosegue proficuamente l’attività di famiglia che è il commercio di preziosi, con sportelli, laboratorio e gioielleria sotto i portici del Broletto.

E’ un cittadino agiato fra i benestanti novaresi, partecipa attivamente alla vita culturale della città, investendo molti capitali in quadri e sculture. Nel contempo incoraggia e sostiene i giovani artisti che frequenta a Milano nei “salotti bene”.

Nel tempo, diventa uno dei più importanti collezionisti italiani, raccogliendo un patrimonio imponente con autori come i vigezzini Fornara, Cavalli, Ranzoni e Ciolina; i macchiaioli toscani Fattori, Nomellini, Vinzio, Lorenzo Viani, e ancora Gerolamo Induno, Silvestro Lega, Hayez, Pagliano.

G.Fattori - Cavalcata di soldati nel bosco: è uno dei quadri della collezione Giannoni

G.Fattori - Cavalcata di soldati nel bosco: è uno dei quadri della collezione Giannoni

Naturalmente, Alfredo Giannoni, zitello per scelta e appassionato di tutte le arti, ha un occhio di riguardo per i maggiori artisti novaresi come Zeffirino Carestia, Casorati, Guarlotti, Lampugnani….

Nel 1927 Giannoni dona tutta la sua collezione al Comune di Novara impegnandolo nell’allestimento di una galleria che egli vuole sia intestata al nome dei suoi genitori Paolo e Adele.

Con i lavori di restauro del Broletto nel 1930 inizia la consegna al Municipo delle opere di Giannoni. L’esposizione del primo nucleo di quadri suscita grande entusiasmo fra i novaresi e nella folla imponente di visitatori giunti da tutta Italia.

Le donazioni proseguono sino al 1938 (quasi 900 pezzi) ma molte opere non sono state mai esposte al pubblico e sono visibili soltanto sul catalogo.

Nella sua vita terrena, conclusasi nel 1944,in piena guerra civile, Alfredo Giannoni è stato sicuramente fra le personalità più in vista della vita culturale cittadina. Ha anche fatto parte della delegazione del teatro Coccia, scoprendo un giovane talento come Francesco Cilea e la sua opera “Arlesiana”.

E’ stato uno fra i più attivi componenti del circolo “Amici dell’Arte” con Ignazio Scurto, Italo Calvari, Alfio Coccia. Apprezzato anche fuori Novara, Alfredo Giannoni fu consigliere della commissione conservatrice del Museo e dell’Archivio Storico, nonché della Società promotrice delle Belle Arti di Torino.

Gli è stata dedicata una via nel quartiere Sant’Agabio.

Ma il vero “regalo” di Novara sarà la riapertura completa e totale della galleria intitolata ad Adele e Paolo Giannoni, i suoi amati genitori.

 

Gianfranco Capra

Festival di Sanremo …alla novarese!

"Vola colomba" del maestro Carlo Concina di Confienza

"Vola colomba" del maestro Carlo Concina di Confienza

NOVARA, 20 GEN 2010 – Il Festival di Sanremo, mitica manifestazione canora che ha attraversato tre generazioni, festeggia la sua 60.a edizione.
 
E’ nata infatti nel gennaio del 1951 con il successo di Nilla Pizzi pregevole interprete della canzone “Grazie dei fiori” del maestro pisano Saverio Seracini (diventato cieco per un glaucoma non curato). 
 
Anche Novara, a modo suo, è stata protagonista al Festival di Sanremo con alcuni personaggi, compositori, maestri, cantanti di ottimo livello.
 
Parliamo per esempio del maestro Carlo Concina di Confienza (8 km da Novara in Lomellina) che trionfò nel 1952 con la celebre “Vola colomba” e poi si confermò solido autore nazional-popolare con “Campanaro”, “Usignuolo”, “Sciummo” e altre canzoni di successo presentate a Sanremo come “Vita”, “Sentiero”, “Campana di Santa Lucia”.
 
Concina (1900-1968) si avvalse della collaborazione del paroliere Bruno Cherubini, degli arrangiamenti del maestro novarese Mario Mellier, della casa editrice Leonardi (novarese trapiantato a Milano) e delle copertine degli spartiti disegnate da Aldo Beldì.  

Lena Biolcati vinse il Festival nel 1986 nella categoria "Giovani"

Lena Biolcati vinse il Festival nel 1986 nella categoria "Giovani"

Lo stesso maestro Mario Mellier (Novara 1914-2001) partecipò diverse volte al Festival con “Portami via” cantata nel 1972 da Angelica; con “Povero” cantata nel 1973 da Junior Magli; con “Lettera” cantata nel 1975 da Antonella Bellan.
 
Un complesso che ebbe successo negli anni 70, i Domodossola, incuriosirono la critica nel 1974 con la canzone “Se hai paura”. Ed ebbero gli elogi personali della grande Mina.
 
Le partecipazioni “novaresi” al Festival di Sanremo sono andate avanti dopo gli anni Ottanta con la brava cantante trecatese Lena Biolcati, vincitrice nel 1986 nella categoria “Giovani” con il brano “Grande, grande amore”, che le valse anche il Premio della Critica. La Biolcati entusiasmò per la sua voce forte e squillante.

Senza dimenticare il maestro oleggese Gian Natale Massara, cresciuto con il “Clan” di Celentano, che a partire dal 1970 ha diretto a Sanremo molte orchestre e diversi cantanti di grido. Diventando poi un apprezzato compositore di musiche da gilm.

Gianfranco Capra

Arpàd Weisz – Dallo scudetto ad Auschwitz

Weisz in una foto d'epoca

Weisz in una foto d'epoca

NOVARA, 7 GEN 2010 – Una storia avventurosa con finale tragico che il giornalista Matteo Marani ha tradotto in un libro bellissimo, toccante, coinvolgente.
E’ la vicenda di Arpàd Weisz, ungherese del 1896, giocatore danubiano di talento, “stella” di prima grandezza della Nazionale magiara e della squadra “Maccabi” di Brno composta tutta da giocatori di origine ebraica.
Dopo aver giocato contro l’Italia nel 1923, Arpàd Weisz, ala sinistra scattante e micidiale, partecipa alle Olimpiadi di Parigi del 1924, ove a sorpresa l’Ungheria è eliminata dall’Egitto. Ma i nazionali magiari sono particolarmente appetiti dalle squadre italiane: vengono da noi Hirzer “la gazzella” alla Juventus, Molnar al Verona, Preuss al Mantova, Winkler al Modena, Powolny alla Reggiana, Rokker al Legnano, il portiere Feher al Novara.
 
…e Arpàd Weisz è assunto dal Padova, allora solida squadra di Divisione Nazionale. Weisz è un’aletta pericolosa e si mette presto in luce, tanto che la stagione successiva è assunto dall’Ambrosiana-Inter, già allora società di grande potenza economica.  
Weisz non è fortunato, perchè gioca soltanto dieci partite con la squadra di Milano e poi subisce un gravissimo infortunio che lo costringe a sospendere l’attività agonistica a 30 anni soltanto.
 
Ma Arpàd Weisz, che intanto si è sposato con l’amica d’infanzia Helena e ha due figli, Robert e Klara, non si perde d’animo. E’ un profondo conoscitore del calcio, conosce bene Vittorio Pozzo e il calcio internazionale. Debutta come allenatore del Padova 1926-1927 con piazzamento tranquillo. 
Le sue capacità non sfuggono ai tecnici italiani, e nell’estate del 1927 torna all’Ambrosiana-Inter come allenatore. Resterà in questa società cinque anni, lanciando sulla scena nazionale il grande talento di Giuseppe Meazza e conquistando lo scudetto 1930. 
Non è confermato la stagione successiva e va ad allenare il Bari, neopromosso, e lo guida verso la salvezza. Nel 1932, richiesto espressamente da Meazza, torna ad allenare l’Ambrosiana, insegnando i segreti del gioco danubiano, considerato a quei tempi il migliore in assoluto. Il campionato vive la supremazia netta della Juventus, e i secondi posti dei nerazzurri non accontentano la piazza. 

La copertina del libro di Matteo Marani

La copertina del libro di Matteo Marani

Nuovo trasferimento per Arpàd Weisz che scende in serie “B” in una società ambiziosa come il Novara. L’allenatore magiaro imposta una squadra di valore alla quale sfugge la promozione per pochi punti, superata nel finale dal Genova. Ma Weisz ha lanciato molti giocatori di qualità, e il Novara conquisterà la serie “A” la stagione successiva.
 
Nel 1935-1936 finalmente Weisz trova la sua società ideale, il Bologna, a quei tempi considerato “lo squadrone che tremare il mondo fa”. Forma un complesso formidabile esaltato dagli uruguayani Sansone, Fedullo, Andreolo; dai campioni del mondo Biavati, Schiavio, Montesanto, Ceresoli, e da altri giocatori di provata validità.  
Con il Bologna l’allenatore ungherese vince gli scudetti del 1936 e 1937, interrompendo la dittatura della Juventus, e crea le premesse per gli ulteriori scudetti del 1939 e 1941. 
 
Sta compiendo veramente un magnifico lavoro al Bologna. Purtroppo nel 1938 arrivano anche in Italia le vergognose leggi razziali. Arpàd Weisz deve dimettersi dopo una vittoria sulla Lazio. Ordini superiori. L’atmosfera è pesante, Weisz si rifugia a Parigi, poi ripara in Olanda dove riesce ad allenare per un paio di campionati una piccola squadra di Dordrecht.  
I dirigenti e i giocatori olandesi gli permettono di vivere, anzi fanno di tutto per nasconderlo quando arrivano le truppe e la polizia nazisti. Purtroppo nell’agosto del 1942, forse causa una spiata, tutta la famiglia Weisz viene arrestata dalla Gestapo. Piccolo tour fra i lager di Westerbrok e Cosel, nell’Alta Slesia. 
Poi il definitivo trasferimento ad Auschwitz, dove Helena e i giovani Robert e Klara sono immediatamente gassati. Arpàd sopravvive fra gli stenti, le malattie, la fame fino al 31 gennaio del 1944, quando muore insieme ad altre migliaia di ebrei, disgraziati come lui. Non ha ancora 48 anni.
 
Arpàd Weisz è stato uno dei più intelligenti giocatori e tecnici del calcio mondiale.

Gianfranco Capra

Josephine Baker due volte a Novara!

Josephine Baker

Josephine Baker

NOVARA, 9 DIC 2009 - Josephine Baker, la celeberrima “venere nera” americana, è stata certamente una delle “soubrettes”, cantante e ballerina, fra le più note del Novecento.

Nata a Saint Louis nel 1906, mulatta, dimostrò fin dall’infanzia una spiccata predisposizione alla danza e al canto. Perfezionatasi nel tempo, studiando “numeri” particolarmente suggestivi, si impose all’attenzione del pubblico per le sue spregiudicate ma sempre corrette esibizioni in danze in cui si presentava al pubblico vestita soltanto di banane.

Godette di enormi successi e di consensi sia da parte dell’autorità del tempo sia dalle folle, affascinate dalla sua straordinaria personalità. La sua esibizione più famosa resta l’interpretazione della canzone “J’ai deux amours (mon pays et Paris)”.
Diventò cittadina francese, partecipò alla Resistenza, ottenne la “Legione d’onore”, si dedicò molto alla cura e alla protezione dei bambini di tutte le razze del mondo, accogliendone a decine nella sua casa in Costa Azzurra.
Morì nel 1975 dopo una vita considerata eccezionale.

La Baker dà il calcio d'inizio alla partita fra Caffè Novara e Bar Bertani

La Baker dà il calcio d'inizio alla partita fra Caffè Novara e Bar Bertani

A Novara, la Baker venne due volte, grazie anche al suo impresario italiano Abatino.

I cittadini novaresi poterono ammirare la splendida mulatta Josephine Baker nell’aprile del 1932 al teatro “Coccia” in una memorabile serata di tutto esaurito. Il giorno successivo, il 21 aprile, la Baker acconsentì cortesemente a dare il calcio d’inizio alla partita benefica fra Caffè Novara e Bar Bertani allo stadio “Littorio” di via Alcarotti.

La soubrette mulatta tornò a Novara nel 1969 (a 63 anni!) esibendosi al teatro Faraggiana in uno spettacolo che contemplava anche la presenza dei cantautori brasiliani Toquino e Chico Buarque de Hollandia, due “assi” nel loro genere.

La Baker ebbe ugualmente un buon successo, ma gli anni della sua travolgente bellezza erano trascorsi ed avevano ovviamente inciso sulla sua “verve”.

Gianfranco Capra

Maria Bellone – Portò lo judo femminile in Italia

Maria Bellone, al centro, campionessa italiana pesi medi 1970, con la galliatese Susanna Bignoli e la camerese Angela Magenes, pure campionesse italiane

Maria Bellone, al centro, campionessa italiana pesi medi 1970, con la galliatese Susanna Bignoli e la camerese Angela Magenes, pure campionesse italiane

NOVARA, 28 NOV 2009 - Tanti tanti anni fa abbiamo conosciuto Maria Clara Bellone ai “Magazzini Generali Raccordati”, gli enormi sili di sant’Agabio. 

Era nella veste di imprenditrice, ma presto si presentò come judoka. Perchè Maria Bellone è stata la vera autentica fondatrice del judo in Italia, una vera “sacerdotessa” di questo sport che, a livello maschile, ha avuto anche un “padre” come lo studente universitario e futuro medico e primario Luigino Ferraris. 

Maria Bellone aveva scoperto e imparato l’arte del ju-do (ideogramma giapponese che significa via alla flessibilità) alla palestra del Kodokan Milano dove spezzava la scienza di questa bellissima arte marziale il famoso maestro giapponese Jigoro Kano. 

La Bellone diventava la prima donna italiana ad indossare la cintura nera 6° Dan; ma l’atleta novarese (classe 1932) non si accontentava di aver raggiunto un tale prestigioso traguardo. Insegnava ad altre ragazze lo sport tanto amato, e creava anche a Novara una fiorentissima sezione di judo femminile. 

Organizzava addirittura a sue spese il primo campionato italiano femminile di judo a Milano alla palestra del Kodokan: le prime ragazze a fregiarsi dello scudetto tricolore furonoe le novaresi Boniforti e Maria Bellone; la milanese Anna Maria Truzzi; la sarda Cossu; l’udinese Bin. 

La stessa Bellone nel 1968 organizzava, con le insegne del Judo Novara, la terza edizione dei campionati italiani assoluti alla palestra della ex Casa del Popolo. Era il 9 ottobre. Quella volta vincevano il tricolore: la galliatese Susanna Bignoli fino a 50 kg; la milanese Anna Maria Truzzi fino a 55 kg; Maria Bellone fino a 60 kg;; la genovese Maria Grazia De Lucia fino a 65 kg;; l’udinese Giancarla Bin oltre i 65 kg. 

La stessa Bellone continuava il suo movimento promozionale, e poco alla volta sorgevano palestre e società dedicate al judo femminile a Milano, Roma, Udinese, Genova, Palermo, Sassari…. L’implacabile Maria organizzava nel 1969 al Kodokan di Milano il Criterium Nazionale che portava alla ribalta nuove promettenti judoka come le novaresi Gabriella Boniforti e Angela Magenes. 

Il vertice massimo venne raggiunto da Maria Bellone quando la judoka novarese organizzò i primi confronti internazionali fra le squadre nazionali d’Italia e della Cecoslovacchia con riunioni a Milano e a Savona. La prima Nazionale italiana, per la cronaca e la storia, era composta dalle novaresi Boniforti e Bellone, dalla milanese Truzzi e dalla veneta Lena. 

Sulla strada tracciata da Maria Bellone, premio all’atleta novarese 1967, crebbero poi tante giovani campionesse che hanno illustrato lo sport italiano anche a livello internazionale e olimpionico:  Pierantozzi, Scapin, Morico, e la medaglia d’oro di Pechino 2009 Quintavalla. 

Maria Bellone è morta prematuramente nel 1999.

Gianfranco Capra

“Riso amaro” film-cult di sessant’anni fa

Silvana Mangano in "Riso amaro"

Silvana Mangano in "Riso amaro"

NOVARA, 20 NOV 2009 - Nell’autunno del 1949, cioè sessant’anni fa, veniva proiettato in tutte le sale italiane il film “Riso amaro” di Giuseppe De Santis, che negli anni diventerà un cosiddetto “film-cult”.
La storia è nota e tratta delle vicende delle mondariso (le mitiche mondine) inserite in una grande tenuta risicola ove hanno a che fare con un padrone pretenzioso, e dove alcune di esse vivono storie drammatiche.
Un melodramma neo-realistico che ebbe grande successo ai suoi tempi, fu candidato all’Oscar come miglior film straniero nel 1951, interessò tutte le platee per la sua forte carica drammatica e per una trama a tinte accese, dove il sociale si mescola con il dramma.
Un film che ebbe il merito di lanciare a livello internazionale l’attrice Silvana Mangano, coadiuvata da Vittorio Gassmann e Raf Vallone.
Il film venne girato nelle campagne e riserie vercellesi di Lignana

Gianfranco Capra

Angelo Badà – Il tenore di Pernate 30 anni al Metropolitan

Angelo Badà

Angelo Badà

NOVARA, 20 NOV 2009 – Novara città amante dell’opera lirica (il magnifico teatro “Coccia” ne è il simbolo più illustre) ha avuto nei tempi d’oro anche qualche interprete d’eccezione. Uno su tutti, Angelo Badà, tenore di Pernate, che prese le mosse proprio dal teatro “Coccia” interpretando il personaggio del “messaggero” nell’”Aida” di Verdi. 

Angelo Badà è nato il 27 maggio del 1876 a Pernate, frazione di Novara. Di professione ciabattino, si dilettava fin dall’infanzia di imparare (e cantare) le arie più popolari dell’opera lirica. Entrava a far parte della “Schola Cantorum” del Duomo, sotto la guida dell’esimio maestro Cecilio Manfredi. 

Finchè una sera del gennaio 1900, precisamente la sera dell’Epifania, manca un comprimario per completare il “cast” dell’”Aida”. Si rivolgono al giovane Badà che si dichiara pronto ad interpretare il ruolo del “messaggero”. E’ il debutto di una carriera da comprimario che avrà ben pochi eguali. 

Da quella sera della Befana 1900, Badà inizia la sua grande avventura nel mondo dell’opera, cantando al “Coccia” per quattro anni e poi esibendosi a “La Scala” di Milano, al “San Carlo” di Napoli, al “Covent Garden” di Londra. Il suo repertorio è vastissimo, e comprende opere sia in italiano che francese e tedesco.

Nuovo colpo di grazia nel 1908 quando ad Angelo Badà il famoso direttore de “La Scala”, Gatti-Casazza, chiede se gli interessa partire per New York destinazione teatro “Metropolitan”. Stanno cercando nuova linfa in USA, e si sono rivolti a Gatti-Casazza che è considerato fra gli impresari più abili del mondo teatrale. 

Badà accetta anche perchè nel gruppo di partenti, oltre a Gatti-Casazza, ci sono il direttore d’orchestra Arturo Toscanini (già una celebrità), e il famoso tenore Giuseppe Amato. 

Angelo Badà parte per l’avventura e resterà cantante fisso del “Metropolitan” di New York per trent’anni, esibendosi in qualcosa come 2024 performances, interpretando i ruoli di comprimario in ben 94 opere diverse. Tutte le principali di Verdi, Puccini, Rossini, Giordano, Donizetti, Leoncavallo, Wagner, Bizet, Gounod….. 

Il tenore novarese canterà per dieci anni con il grande Enrico Caruso, poi con il tenore veneto Martinelli. Infine ancora dieci anni con Beniamino Gigli. Compirà importanti tournées in Europa, America del Sud, Australia, Africa. 

Tornerà a Novara nel 1938, dove intanto ha costruita una bella villa in stile Liberty. Non potrà godere molto di un meritato riposo, perchè una tremenda malattia lo condurrà alla morte il 23 marzo 1941. Angelo si era sposato due volte (la prima era rimasto vedovo) ma non ebbe eredi. 

La sua tomba, in cattive condizioni, giace al Cimitero di Novara. La città gli ha dedicato una via di Pernate.

Gianfranco Capra

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